domenica, Agosto 25

Inno e bandiera … in mutande: non scherzate con il fuoco! Sentire quell’inno cantato malamente e in maniera irridente da quella massa di mentecatti in mutande fa un effetto di profondo disgusto, ma anche preoccupazione. I servitori dello Stato in divisa cominciano a soffrire, e molto

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Nel commentare l’altro giorno la disgustosa scena messa in piedi da Matteo Salvini e da alcuni suoi tirapiedi o altro, di fronte ad una folla festante dibagnanti in mutande, come Salvini, del resto, parlavo, oltre che di scena disgustosa e sguaiata, di scena di disprezzo verso l’inno -disprezzo conclamato e aizzato dal DJ Salvini tutto contento- e quindi verso l’Italia, intesa come entità politica.
Cerco di chiarire, per non apparire il solito rompiscatole vecchio e obsoleto, ma anche perché ci sono delle cose da aggiungere.

A cominciare dal significato dell’inno nazionale. Dicevo, cantato con la bandiera italiana (tra l’altro nata in Emilia, dove veniva l’altro giorno sbeffeggiata … e fosse solo in Emilia!) dai tanti tantissimi che, impugnando quella bandiera e cantando quell’inno, sono morti per costruire l’Italia unita, un sogno secolare, spezzato sempre da invasioni straniere; perché, lo dico a beneficio dei due dioscuri governativi, l’Italia esiste come Nazione da almeno due millenni, ma entrare in questo discorso sarebbe troppo complicato.
Non voglio immaginare che tipi come Salvini o Luigi Di Maio ne sappiano qualcosa, e comunque gliene importi molto, anche se, roba da sbellicarsi dalle risa, gridano contro chi vorrebbe fare cadere il Governo che a loro, gli stellini non gliene frega niente (sempre raffinato quel Di Maio), perché contro la crisi si affannano quelli che se cade il Governo perderanno un lavoro … che detto da Di Maio fa una certa impressione: che abbia trovato una occupazione senza dirci nulla? Non lo dico, scrivevo, per Salvini o Di Maio, ma lo ricordo ai Lettori che vedranno queste righe.

Quell’inno è la storia del nostro Paese, è il simbolo intorno al quale si sono riuniti moltissimi a combattere per l’unità di Italia in ben tre guerre di indipendenza, come certo Di Maio e Salvini non sanno, ma molti giovani studenti di qualche scuola in cui ancora se ne parli sì.

Quell’inno e quella bandiera (perché ovviamente vanno insieme, sono la stessa cosa: una visibile l’altra udibile, insieme la nostra identità, per usare un parolone che Salvini e Di Maio sbeffeggeranno, la nostra Patria) sono stati sventolata e cantato da coloro che si opposero al fascismo, a costo della propria vita, e anche di quei tantissimi soldati che si ribellarono, prima nei fatti, e poi ufficialmente, al fascismo, che aveva portato l’Italia alla distruzione, dopo l’isolamento (ah se Salvini e Di Maio avessero letto un libretto anche solo un Bignami di storia … ah già: sanno leggere?) e l’autarchia e la fine della democrazia. Sarà un caso, ciò che oggi cercano i due citati.

Sentire quell’inno cantato malamente e in maniera irridente da quella massa di mentecatti in mutande, e da quelle ‘cubiste’ sempre in mutande, in Emilia, patria del tricolore, fa un effetto di profondo disgusto, ma anche preoccupazione.
E sì, preoccupazione, per due motivi.

L’uno, evidente. Quell’inno sguaiatamente cantato, per mostrare disprezzo verso di esso e ciò che rappresenta (poco importa se in alcune di quelle persone in mutande non era questo il senso, ma ormai abbiamo imparato che è così che si fa propaganda e, dopo un po’, la gente non si stupisce più di certe idee) era cantato e sollecitato da chi dell’unità del nostro Paese si fa un baffo, da chi sostiene i lombardi e i veneti e gli stessi emiliani che vogliono, di fatto, una forma di secessione, cioè esattamente di rottura dell’unità di Italia, ottenuta a prezzo di tanto sangue.
È, sia chiaro, anche legittimo perseguire quel fine. Ciò che legittimo non è, è perseguirlo con vie contorte e ipocrite, basate sull’inganno: non vogliamo che poche cose … e poi si scopre che l’Italia non è più l’Italia. E ciò che assolutamente non è legittimo, anzi disgustoso, è perseguirlo sputando sui simboli dell’unità italiana, cioè sull’Italia.

Giusto per capirci e se per caso qualche Magistrato, non in mutande, mi legge, io mi domanderei se non siamo ai limiti del reato di vilipendio, e se quelle persone in mutande, cubiste incluse, non meritino almeno una reprimenda … Salvini no, tanto ha l’immunità!

L’altro aspetto della vicenda che mi colpisce è che nessuno, dico nessuno, ha tenuto conto che questo atteggiamento offende profondamente le Forze armate del nostro Paese.

Al solito in modo molto soft, ma visto il silenzio dell’ormai inesistente sedicente Ministro della Difesa signora Elisabetta Trenta, molto rumoroso.
Voglio dire che in genere i nostri militari sono ben altra cosa da altre forze armate, ad esempio in Argentina (che, lo dico a beneficio di Di Maio e Salvini, è in America, hai visto mai, pensano sia in Asia) che reagiscono e nel caso argentino reagirono in maniera violentissima al populismo deleterio di Juan Domingo Peron e della sua tanto ammirata Evita. Quella vicenda, guarda caso populista e nazionalista, si concluse con il generale Jorge Rafael Videla al potere, con le decine di migliaia di persone uccise e scomparse, con le persone gettate vive dagli aerei per godersene le urla, e con la guerra delle Falkland/Malvinas, che, al di là della stupidità della stessa, ha fatto morire in battaglie assurde centinaia di persone.

In Italia un rischio del genere non c’è, ma, -attenta signora Trenta se ancora c’è!-, colgo le parole contenute ma pesantissime del tenente colonnello Gianfranco Paglia (ferito gravemente in Somalia e oggi su una sedia a rotelle, ma orgogliosamente soldato, ripeto soldato, non militare, per ora in Italia) che dice: «Ho sempre rispettato tutto e tutti, anche chi mi ha sparato il 2 luglio 1993. Posso dire cosa avrei fatto io. Non avrei permesso mai una cosa del genere. Da cittadino, da ex parlamentare e da uomo che si onora di indossare l’Uniforme, credo nei valori e nelle parole scritte nell’Inno che non è la classica strofa che si canta prima dell’inizio di una partita di calcio». Oppure, addirittura sprezzante (e lo capisco bene) il generale Francesco Maria Ceravolo, che dice: «L’inno nazionale si suona in determinate circostanze ben previste dal protocollo. E c’è bisogno che tutti si attengano a quelle circostanze». Cioè, l’inno nazionale e la bandiera si impugnano, per così dire, in piedi sull’attenti, anche se non si è militari, ma certo se si è Ministri.
Dissento solo da una frase del Tenente colonnello Paglia, con riferimento alle squadre di calcio, rispetto alle quali purtroppo spesso ha ragione, ma ho negli occhi le lacrime di Federica Pellegrini e di tanti altri atleti, sull’attenti a cantare l’inno, dopo una vittoria sul campo.

Non mi illudo che la citata signora Trenta capisca tutto ciò e faccia qualcosa, lo farà (ne sono certo) a suo modo prima o poi Sergio Mattarella -dubito molto sulle iniziative del capo della Polizia Franco Gabrielli, ben aduso agli equilibrismi della politica, che cerca di ‘smarcarsi’ … una prassi italiana. Ma attenzione, i servitori dello Stato in divisa cominciano a soffrire, e molto, per le cose che sono costretti a vedere e a fare, sapendo di violare se non altro le leggi dell’onore.
Se solo penso alla rabbia che deve pervadere molti militari in divisa della marina rispetto a ciò che accade davanti alle nostre coste ho di che temere. Non colpi di mano, figuriamoci, la fedeltà del nostro Esercito è indiscussa, ma anche loro sono uomini, e uomini con onore (non d’onore) e non è detto che accettino all’infinito di fare la figura dei burattini, come, del resto, la Polizia, probabilmente stanca di scorrazzare Ministri e famiglie dappertutto.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.