venerdì, Settembre 25

Infiltrazione turca del Libano cresce La Turchia starebbe minando il Libano dalle fondamenta, il suo obiettivo sarebbe conquistarla dal basso, dalle radici della società civile

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L’esplosione al porto di Beirut del 4 agosto ha reso ben evidente qualcosa che da tempo era sotto gli occhi di tutti in Libano, e nel contesto della comunità internazionale: la Turchia sta cercando di occupare il posto lasciato libero dall’Arabia Saudita, arresa, pare, al fatto che il Libano non solo è un vuoto a perdere, ma, quel che più è importante, è finito totalmente nelle mani di Hezbollah, il movimento sostenuto dall’Iran sciita.

Vero che la Francia prova contrastare Ankara -la visita di Emmanuel Macron a poche ore dal disastro né una dimostrazione decisamente evidente- ma più ancora che per l’interesse diretto per il Libano, per la necessità di Parigi -e di Bruxelles- di contenere il ‘sultano’ Recep Tayyip Erdogan nella sua espansione in tutte le direzioni, in primis nel Mediterraneo, ma è anche un dato di fatto che, secondo gli osservatori locali, la Turchia in Libano è molto ben piazzata e il suo ruolo è in costante crescita. In crescita, ma non all’interno delle istituzioni e delle forze politiche libanesi, non ha partiti di riferimento, bensì tra la popolazione, e, secondo alcuni, sarebbe anche dietro i movimenti di protesta che hanno scosso il Paese negli ultimi mesi. In sostanza, la Turchia starebbe minando il Libano dalle fondamenta, il suo obiettivo sarebbe conquistarla dal basso, dalle radici della società civile.

Il 4 luglio scorso, il Ministro degli Interni libanese, Mohammed Fahmi, ha annunciato che quattro cittadini, due siriani e due turchi, erano stati arrestati mentre tentavano di contrabbandare 4 milioni di dollari in Libano su un volo dalla Turchia. Ha affermato che il denaro era destinatoforse a finanziare «movimenti di strada violenti»e che «istruzioni» erano state inviate dalla Turchia tramite WhatsApp ai membri del movimento di protesta antigovernativo nel Paese.
Un sito di informazione vicino a un ex Ministro degli Interni, Nouhad al-Mashnouq, ha pubblicato un elenco completo di presunte organizzazioni non governative e moschee pro-turche. L’obiettivo denunciato apertamente è che la Turchia sta progettando di occupare Tripoli’, la seconda città più grande del Libano, roccaforte sunnita.

I fondi dirottati da Ankara sul Libano nel corso degli ultimi anni sarebbero stati cospicui, impegnati in particolari in borse di studio, corsi di lingua turca, attività culturali varie, attività religiose, sostegno alle mosche, ristrutturazione dei simboli dell’era ottomana,tra questi stazione ferroviaria di Tripoli.
Presto verrà inaugurato un
ospedale turco nella città di Sidone. Sono state distribuite migliaia di borse di studio universitarie turche, rendendo la Turchia tra i primi paesi in Libano che forniscono aiuti per l’istruzione superiore.
Ora l’impegno finanziario della Turchia potrebbe addirittura aumentare secondo gli analisti del Carnegie Middle East Center, grazie alle promettenti attività che il Paese sta conducendo nel settore energetico.

Altra attività molto importante condotta nel contesto di questa speciale soft power turca, il sostengo alla rinascita dell’identità turkmena.
«Fino a quando la Turchia non ha mostrato interesse per la comunità più di un decennio fa, la minoranza turkmena di diverse migliaia di persone, sparse tra il Libano settentrionale e orientale, aveva perso gran parte del suo legame con la Turchia»,scrive Mohanad Hage Ali, della London School of Economics and Political Science per il Carnegie Middle East Center «Oggi, i residenti delle città turkmene emarginate dicono di sentire la presenza dello Stato turco molto più di quella dello Stato libanese. La Turchia organizza visite diplomatiche regolari e finanzia progetti attraverso l’Agenzia turca di cooperazione e coordinamento. Molte migliaia di turkmeni siriani risiedono anche in Libano».

L’altro fronte sensibile sul quale si è mossa Ankara, e che non ha mancato di dare ‘fastidio’ ai vertici libanesi, è stata la concessione della cittadinanza a migliaia di libanesi, turkmeni o che affermano avere origini turche; si parla di circa 10mila passaporti.

Il «crescente peso della Turchia nella comunità sunnita ha avuto ripercussioni negative sulle relazioni intercomunitarie libanesi«». Violenze sarebbero state riservate alle minoranze che contestano la Turchia, tra questa, quella degli armeni. Secondo Mohanad Hage Ali, «il numero di armeni in Libano sta diminuendo in quanto moltistanno optando per andarsene, dato il cambiamento del clima in un Paese normalmente solidale con la loro causa. L’esempio armeno evidenzia un aspetto preoccupante del crescente peso della Turchia: molte minoranze libanesi condividono una visione per lo più traumatica e sfavorevole dell’era ottomana».

Secondo un rapporto del Kurdish Center for Strategic Studies, tre sarebbero le direttrici attraverso le quali la Turchia sta infiltrando il Libano.
In primo luogo, la
Turkish Central Intelligence Agency, l’intelligence turca, che ‘controllerebbe’ l’ex Ministro della Giustiza Ashraf Rifi, Al-Ahbash, una Associazione per i progetti di beneficenza islamici, e il così detto Forum di Nabil Al-Halabi.
Rifi ha più volte seccamente respinto l’accusa di essere una pedina in mano alla Turchia. Il Forum(Political Economic Social Forum) con sede a Beirut, che si autodefinisce come un collettivo di attori della società civile, spazio per i giovani libanesi per discutere questioni urgenti e soluzioni basate sulle politiche, è stato fondato, nell’aprile 2018, da Nabil el-Halabi, un avvocato che dirige anche il Lebanese Institute for Democracy and Human Rights, legato (e finanziato si sostiene) dal miliardario libanese-saudita Bahaa Al-Hariri,fratello dell’ex Primo Ministro Saad Hariri. Il Forum -finito spesso sotto i riflettori per la sua vicinanza alla rivoluzione dello scorso anno-, haaperto uffici distaccati a Tripoli, Akkar, Sidone, città dove la presenza turca è al centro dell’attenzione.

La seconda direttrice sarebbe controllata dal Partito di Erdogan, l’AKP (Partito della Giustizia e dello Sviluppo), e la sua attività sarebbe limitata a un così detto Islamic Group, a Beirut, nella zona Corniche el Mazraa, e a Tripoli. Nel contesto di questi due gruppi sarebbero condotte attività educative. I due centri avrebbero, secondo il rapporto del Kurdish Center for Strategic Studies, ospitato una serie di tirocinanti non libanesi prima dell’inizio della rivoluzione del 17 ottobre.

La terza e ultima direttrice, sarebbe gestita dallAmbasciata turca a Beirut. L’Ambasciata curerebbe i rapporti con quelle aree della società civile e della politica libanese che sono vicine alla Turchia, con il Comune di Tripoli, il quale blocca ogni attività sociale sospetta per le associazioni turche e promuove le attività sociali e culturali finanziate dall’Ambasciata.

Quello disegnato dal rapporto appare come un complesso e denso progetto a lungo termine di soft power, condotto secondo un sistema di relazioni e attività composite, che spaziano dalla cultura alla religione alla politica, insidioso senza dubbio per il Libano.

Il fatto che la Turchia si sia fino ad ora astenuta dal sostenere un unico partito politico, come la versione libanese dei Fratelli Musulmani, la Jama’a Islamiyya, è probabilmente una strategia per poter conquistare un sostegno popolare quanto più trasversale nella comunità sunnita e dunque quanto più ampio.
Ora, dopo che il Libano è stato messo in ginocchio dall’esplosione al porto di Beirut, secondo gli analisti del Carnegie Middle East Center, la situazione potrebbe cambiare. Erdogan potrebbe voler concludere rapidamente la suaconquistadel Libano -non ultimo perché qui si sente tallonato dalla Francia, con la quale già è in aperto scontro in Libia e nel Mediterraneo orientaleprendendolo perfame’, e magari spogliandolo della sua strategicità nelle rotte commerciali -non è un caso che fuori uso il porto di Beirut, immediatamente Ankara abbia proposto l’utilizzo del porto di Mersin, in Turchia-, e in questo caso dovrà scegliersi un partner politico sul quale riversare le sue ‘attenzioni’.
Sul fatto che i sunniti del Libano siano compatti dietro Erdogan alcuni analisti sono molto dubbiosi,ritengano che pur apprezzando l’attività della Turchia, e di Erdodan in particolare, il supporto che assicura loro, siano lontani dal ritenersi ‘fedeli’ al sultano. I prossimi mesi probabilmente serviranno a capire quanto e come la Turchia sarà di casa in Libano.

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