giovedì, Marzo 21

INF: con il ritiro USA, Trump fa un regalo a Putin e preoccupa l’Europa "Gli europei sono costretti a pensare a qualcosa a cui non vogliono pensare"

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«Finché qualcuno viola questo accordo, non saremo gli unici a rispettarlo». Con queste parole, a pochi giorni dalle elezioni di medio termine, il Presidente americano Donald Trump ha annunciato ai giornalisti a Elko, in Nevada, l’intenzione di far uscire gli Stati Uniti dal Trattato sul disarmo e sul controllo delle armi nucleari con la Russia la quale «non ha rispettato l’accordo, quindi concluderemo l’accordo. La Russia ha violato l’accordo, lo violano da molti anni, non so perché il presidente (Barack) Obama non ha negoziato o ritirato, e non lasceremo che violino un accordo nucleare e uscire e fare armi (mentre) non ci è permesso». «A meno che» – ha aggiunto il Presidente – «la Russia non venga da noi e la Cina venga da noi e vengano tutti da noi e dicano: ‘Facciamoci tutti intelligenti e nessuno di noi sviluppa quelle armi’. Ma se la Russia lo sta facendo e se la Cina lo sta facendo e noi stiamo obbedendo all’accordo, è inaccettabile». Per questo motivo, gli Stati Uniti, già impegnati nell’ammodernamento del proprio arsenale nucleare, ora, «svilupperanno queste armi». Alle dichiarazioni di Trump hanno fatto eco quelle rilasciate, due giorni fa, dal Segretario Generale della NATO, Jens Stoltenberg che ha confermato l’accusa nei confronti russi e ha sottolineato come «l’INF è un trattato fondamentale, ma il problema è che nessun trattato può essere efficace, può funzionare, se è rispettato da un solo lato».

Il ‘Trattato sulle forze nucleari intermedie’ (INF), accordo riguardante i missili nucleari a medio raggio – con gittata tra 500 e 5500 km (310 e 3.420 miglia) – con base a terra, frutto dello storico vertice di Reykjavik del 1986 tra il Presidente statunitense Ronald Reagan e l’omologo russo Mikhail Gorbaciov, poi sottoscritto dai due Paesi, l’anno successivo, nel 1987. Una delle pietre angolari che misero fine alla Guerra Fredda, limitando i missili dispiegati in territorio europeo, e alla corsa agli armamenti, oltre che all’Unione Sovietica: grazie all’ accordo, furono infatti distrutti ben 2.692 missili, 846 americani (Pershing II e Cruise) e 1.846 russi (SS-20). Sarebbe un duro colpo inferto alla già traballante architettura russo-americana di controllo degli armamenti che, a partire dal Trattato ABM del 1972 (dal quale gli USA si sono ritirati nel 2002), si era venuta consolidando in concomitanza con il disgelo: oltre all’ INF, erano stati siglati nel 1991 il Trattato sulla riduzione e limitazione delle armi strategiche offensive (START I), esteso nuovamente nel 2002 e poi nel 2010 (NEW START di cui è prevista l’estensione nel 2021); le Presidential Nuclear Initiatives (PNIs), iniziative parallele, unilaterali, ma concordate poste in essere dalle due superpotenze per eliminare le armi nucleari tattiche a corto raggio.

La denuncia di Trump, che ha parlato mentre il suo consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, da sempre acerrimo nemico di ogni accordo sulle armi nucleari considerato una limitazione alla sovranità americana, era a Mosca per incontrare i vertici russi e preparare un nuovo bilaterale tra i due capi di Stato, non giunge nuova alle orecchie del Cremlino: già la presidenza Obama, nel luglio 2014, aveva accusato pubblicamente la Russia di violare il trattato. A provocare la reazione dell’amministrazione democratica, era stato il test di un nuovo missile da crociera, probabilmente una versione navale del ‘Kalibr’ SS-N-30A, i Novator 9M729, ridenominato SSC-8. Ciononostante, Obama decise di non lasciare l’accordo.

Attualmente, la violazione da parte russa consisterebbe nel dispiegamento di due battaglioni di sistemi missilistici Iskander-K dotati di missili Novator 9M729 (con un raggio di 6000 km) stanziati nella Transbaikalia, nella regione di Leningrado, nella Russia meridionale, ma anche nell’enclave di Kaliningrad. «È tempo che la Russia si sieda al tavolo delle trattative» – aveva avvertito, qualche settimana fa, Kay Bailey Hutchison, rappresentante permanente degli Stati Uniti presso la NATO – Gli Stati Uniti non hanno alcuna intenzione di violare il Trattato INF, ma potrebbero essere costretti a farlo a causa della Russia. Arriverà un momento in cui l’America deciderà quale strada intraprendere. Washington non tollererà la presenza di quelle armi in Europa o altrove. Quel missile metterebbe a rischio i nostri alleati in Europa e potrebbe colpire l’Alaska. Quindi è nel nostro interesse, anche del Canada». Le fonti delle dichiarazioni di Trump sono, per il momento, classificate e ciò mette gli Stati Uniti in una posizione scomoda: la controparte, infatti, può avere gioco facile ad addossare a Washington la responsabilità di questo ritiro, portato ad ennesima riprova della sua presunta inaffidabilità. Il che non è detto non possa rendere più complicate le trattative con Corea del Nord o Iran.

«Siamo assolutamente in disaccordo nel sostenere che la Russia abbia violato il trattato. La Russia è stata e rimane fedele alle disposizioni di questo trattato. L’intenzione di ritirarsi di certo causa preoccupazione, perché tali passi, se fossero effettivamente presi, renderebbero il mondo più pericoloso» ha risposto il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov, facendo, però, notare che, al momento, rimangono solo parole. A sua volta, la Russia accusa gli Stati Uniti e la NATO di non rispettare l’intesa, avendo sviluppato missili e droni che non rispettano i dettami dell’accordo oltre ad aver dislocato in Polonia e Romania degli scudi missilistici Aegis Ashore che, secondo Mosca, possono essere trasformati in armi offensive. Certamente – ha chiarito Peskov – «la violazione delle disposizioni del Trattato INF costringe la Russia a prendere misure per garantire la propria sicurezza», così da «ripristinare l’equilibrio in questa sfera (militare)». Tra l’altro, a rendere inquieta Mosca anche le esercitazioni dell’Alleanza Atlantica come le ‘Trident Juncture’ che, a poche settimane da quelle congiunte tra Russia e Cina, sono state lanciate ufficialmente ieri in Norvegia, le più grandi dalla Guerra Fredda dato che coinvolgeranno circa 50.000 persone, 65 navi, 250 aerei e 10.000 veicoli in uno scenario ipotetico che prevede il ripristino della sovranità del Paese dopo un attacco da parte di un ‘ipotetico aggressore’.

Anche per l’ex Presidente sovietico Mikhail Gorbaciov, la decisione di Trump è un «errore» che «minerebbe tutti gli sforzi che sono stati fatti i leader dell’Unione Sovietica e gli Stati Uniti stessi a realizzare il disarmo nucleare». E questo è ancor più preoccupante se si considera che entrambi le potenze stanno portando avanti un ammodernamento dei propri arsenali nucleari.

Stando così le cose, la situazione si complica soprattutto per l’Europa, sempre più divisa, in balia di populismi e forze centrifughe. «Gli Stati Uniti e la Russia devono perseguire un dialogo costruttivo per preservare il trattato e assicurarsi che sia pienamente attuato» ha evidenziato Maja Kocijancic, portavoce dell’Alto Rappresentante per la Politica estera e di sicurezza Ue, Federica Mogherini. L’attuazione del trattato è «cruciale per l’UE e per la sicurezza globale». I Paesi europei percepiscono la minaccia russa in modo diverso così come valutano maniera altrettanto differente la scelta di Trump. Quel che appare è evidente è che, privi di una difesa comune, potrebbero tornare a subire pressione da parte della Russia a meno che non si rinsaldi il ‘coupling’ transatlantico, ossia il legame con l’ombrello nucleare statunitense. In che modo questo potrebbe avvenire? Schierando nuovi ‘euromissili’? Quali? Alcuni commentatori sostengono che si potrebbe, ad esempio, nuclearizzare i missili Tomahawk.

Peraltro, ieri, in seguito all’incontro con il Consigliere per la Sicurezza Nazionale americano Bolton, Vladimir Putin, durante la conferenza stampa congiunta con il Premier italiano Giuseppe Conte, ha precisato che «se saranno schierati in Europa, dovremo naturalmente rispondere in modo gentile. Le nazioni europee che fossero d’accordo dovrebbero capire che espongono il loro territorio alla minaccia di un possibile attacco di rappresaglia, sono cose ovvie». Tutto sommato, ha concluso, «non capisco perché dovremmo mettere l’Europa in così grave pericolo. Non vedo alcuna ragione per questo». «Non prevedo che gli alleati dispiegheranno più armi nucleari in Europa come risposta al nuovo missile russo» ha reso noto il Segretario generale della NATO Stoltenberg. Proprio ieri, tra l’altro, si è riunito il Consiglio Nordatlantico per discutere dell’INF sul quale gli alleati non hanno posizioni unanimi: se la Francia e la Germania hanno manifestato preoccupazione per il ritiro americano, la Gran Bretagna e, più cautamente, i Paesi dell’Europa orientale – che da mesi denunciavano le violazioni russe – si sono detti concordi con gli Stati Uniti. 

Se c’è violazione, la procedura prevede il coinvolgimento della Commissione mista prevista dal Trattato che, però, non è stata consultata. E’ anche vero che, ai sensi dell’articolo 15 dell’INF, il ritiro può avvenire solo con un preavviso di almeno sei mesi: quindi bisognerà aspettare aprile 2019 per capire il destino di questo storico accordo. Senza dimenticare che, finora, né il Dipartimento di Stato né il Pentagono si sono espressi. Ma qual è l’obiettivo di Trump che, oggi si è appreso dal Consigliere Bolton, ha invitato l’omologo Putin a Washington? Strappare alla Russia una rinegoziazione dell’intesa o concessioni in merito ad altre questioni cruciali? Coinvolgere, in un’ipotetica rinegoziazione, la Cina sempre più aggressiva nel Mar Cinese Meridionale e, al momento, non facendo parte del Trattato, libera di sviluppare proprie armi senza alcuna limitazione? Chi viene avvantaggiato? A queste domande ha risposto Stefano Silvestri, Direttore editoriale di ‘AffarInternazionali’ oltre che consigliere scientifico presso lo IAI (Istituto Affari Internazionali).

 

Perché l’INF ha avuto un ruolo centrale nella fine della Guerra Fredda e, per certi versi, dell’Unione Sovietica?

Arrivò al termine di una corsa agli armamenti che aveva come obiettivo specifico l’Europa. L’Unione Sovietica, all’ epoca, fece un deciso tentativo di intimidire l’Europa e, in qualche maniera, di separare la difesa dell’Europa da quella degli Stati Uniti per indebolire la NATO. Il fine era ancora quello antico di costruire la cosiddetta ‘casa comune europea’ tra la Russia e l’Europa arrivando, in un certo senso, alla neutralizzazione dell’Europa occidentale o, quantomeno, della Germania. Era un obiettivo ambizioso e per questo l’Unione Sovietica aveva sviluppato armi nucleari specifiche, cioè con un raggio d’azione inferiore ai 5500 chilometri e superiore ai 500, che avevano il vantaggio di essere montate su piattaforme mobili e quindi di essere più difficili da individuare in caso di conflitto. Queste armi dovevano arrivare a figurare una separazione dell’Europa dagli Stati Uniti con una minaccia che, però, non era esercitata direttamente sugli Stati Uniti visto che queste armi non erano in grado di raggiungerli. Per far fronte a questa minaccia, gli europei, in particolare il Cancelliere Schmitt, insistettero per avere una risposta specifica che riconfermasse l’unità della difesa dell’Alleanza Atlantica e gli Stati Uniti svilupparono missili dello stesso tipo, a medio raggio, i Pershing e i Cruise che vennero installati in Italia, in Germania, in Olanda, in Belgio e in Gran Bretagna. Fu una decisione complicata per i Paesi europei, ma alla fine venne presa in nome di questo tentativo di mantenere l’unità della difesa atlantica. Gli Stati Uniti, in realtà, non avevano grande interesse verso questi missili a medio raggio a terra che, invece, interessavano la Russia, potenza continentale, che poteva usarli in diversi modi. Una delle condizioni per avviare l’installazione di questi missili fu quella che ci fosse una trattativa sul disarmo reciproco tra le due superpotenze e si arrivò, con Reagan e Gorbaciov, ad un accordo per l’eliminazione di tutti i missili terrestri americani e sovietici. Questo fu un grosso sollievo per l’Europa e segnò la fine di questo tentativo sovietico di allargare la propria sfera di influenza sull’Europa occidentale. Consentì, inoltre, altri accordi, ad esempio quelli per gli armamenti strategici, e preparò la strada per quello che sarà poi l’abbandono da parte sovietica dell’Europa orientale.

Stati Uniti e NATO accusano la Russia di non rispettare il Trattato. La violazione consisterebbe in due battaglioni di sistemi missilistici Iskander-K dotati di missili Novator 9M729 (SSC-8) stanziati nella Transbaikalia, nella regione di Leningrado, nel sud della Russia.

Sugli Iskander si può discutere perché alcuni dicono che la loro gittata è più di 500 chilometri altri dicono che è meno. Ma, sostanzialmente, non è una violazione di rilievo. Il fatto è che i russi avrebbero sviluppato, dagli Iskander, un altro missile a più lunga gittata, oltre 1000 chilometri, ed anche un missile di crociera che potrebbe avere una gittata di 1500-2000 chilometri. Questi missili sviluppati dalla Russia, in realtà, pare non siano ancora stati dispiegati – si parla, peraltro, di pochissime unità esistenti. Questa circostanza potrebbe esser risolta semplicemente assegnando un maggior numero di missili navali e aerei americani per un eventuale impiego nel teatro europeo. Ma la violazione del Trattato INF è qualcosa di importante: infatti, anche i russi accusano gli americani di non rispettarlo, ma la loro è un’accusa molto meno sostanziale perché sostengono i sistemi antimissile impianti in Europa orientale possono essere trasformati, cambiando i missili che attualmente controllano, in armi di attacco invece che di difesa. Questo è forse possibile, forse no, ma sicuramente non è avvenuto: gli americani non hanno inserito questo tipo di missili nei sistemi di difesa. Quindi, dovrebbero ancora farlo. Si tratterebbe più di potenzialità che di realtà che è invece la caratteristica dell’accusa americana. Non bisogna dimenticare, inoltre, che c’è una Commissione mista tecnica prevista dal Trattato che è intervenuta varie volte e sembrava che, tra giugno ed agosto, dalle voci che parlavano di alcune riunioni, nel lungo periodo di duro faccia a faccia che non ha portato ad alcuna conclusione, si fosse cominciato a discutere seriamente degli aspetti tecnici e che, dunque, ci fosse la possibilità di andare avanti. Il tutto è stato smentito da questa presa di posizione di Trump che, ovviamente, salta la Commissione tecnica di esame di eventuali violazioni e va verso una denuncia del Trattato.

Chi sarebbe favorito dal ritiro degli Stati Uniti dal Tratto INF? La Russia?

È la Russia che è più interessata a questo tipo di missili in quanto potenza terrestre. Sicuramente gli europei non vorrebbero lo sviluppo di questo tipo di missili in quanto non vorrebbero ricominciare a preoccuparsi del problema dell’eventuale ‘break coupling’, ossia della rottura, o comunque, dell’indebolimento del rapporto di dissuasione nucleare transatlantico. Quindi, certamente, sono molto interessati al mantenimento di questo accordo. Gli americani non sono limitati da questo accordo perché hanno sviluppato soprattutto missili aerei o navali che non rientrano nell’accordo. Certamente ne guadagnerebbe la Russia perché, da un lato, può assumere la posizione ‘moralmente’ più forte, sostenendo che sono gli americani che denunciano i trattati sul disarmo, così come quello sull’ Iran o quello sui missili ABM all’epoca di George W. Bush. I russi potrebbero quindi ricominciare a sviluppare legalmente e liberamente questo tipo di armi.

E quindi tornare ad esercitare sui Paesi europei quella stessa pressione che ha esercitato fino all’installazione degli ‘euromissili’?

Certo. O, comunque, costituire un grosso problema per gli europei.

All’interno dell’Alleanza Atlantica, però la visione non è unanime.

Certamente, i Paesi dell’Est sono quelli che hanno una posizione meno critica perché pensano di installare loro missili americani sul proprio territorio. Ma questi missili ancora non esistono e non è detto che gli americani li vogliano installare. Ecco perché è un discorso abbastanza strano che sembra più ideologico che militare.

Con il ritiro degli USA dal Trattato, l’Europa si troverà costretta a pensare alla sua difesa o sarà ancor più legata agli Stati Uniti?

Il ritiro americano costringe l’Europa a pensare a qualcosa a cui non vuole pensare, presa da altre problematiche come l’immigrazione. L’Europa, in questi anni, non ha voluto pensare molto alla difesa. Diciamo che adesso è costretta, in un certo senso, a pensarci e non è contenta per niente. Francesi e britannici possono anche solo limitarsi a prendere atto di questa posizione americana dato che sono dotati di armi nucleari e la cosa per loro non cambia. Mentre gli altri Paesi europei, come la Germania, l’Italia, si trovano in una situazione più difficile e quindi devono iniziare a pensare a quello che vogliono fare. Soprattutto a cosa vogliono discutere con gli americani, anche perché questa è un’Amministrazione abbastanza dura nei confronti dell’Europa e quindi non si sa quale risposta riceverà.

Ma si andrebbe nella direzione di un’accelerazione del progetto di difesa comune o, per esempio, di un aumento, come richiesto ripetutamente dal Presidente Trump, dei budget destinati alla NATO?

Partendo dal fatto che si tratta di spese per armi convenzionali, sicuramente è possibile che ci sia questa possibilità. Ma cosa danno in cambio gli americani se ritirano parte della loro copertura nucleare dall’Europa? Quindi la situazione non è così chiara e il dibattito, finora, non si è neanche aperto. Bisogna aspettare per vedere cosa succede, ma potremmo andare verso una richiesta di rafforzamento delle spese di difesa degli europei ed in cambio ottenere una maggiore copertura da parte americana o il mantenimento del Trattato INF, ma potremmo andare anche verso forme di compromesso maggiore con la Russia che ci allontanerebbero dal consenso transatlantico. Francamente, ogni strada mi sembra aperta.

Anche perché gli scenari politici non sono ancora chiari. Concretamente, dunque, il ritiro statunitense dal Trattato INF può comportare un cambio dello stato di sicurezza dei Paesi membri dell’Alleanza Atlantica?

Non c’è la necessità tecnica assoluta di schierare nuovi missili, ma c’è un problema politico e cioè: quanto gli Stati Uniti sono impegnati nella difesa di un’Europa minacciata da armi che non minacciano gli Stati Uniti? Questo è un qualcosa che è stato sempre complicato e che si è sempre cercato di evitare. Le contromisure potrebbero essere tantissime oltre che molto facili però, al momento, non sappiamo nulla. Abbiamo solo sentito un annuncio del Presidente. E questo alimenta l’incertezza.

Pensa che la mossa di Trump sia finalizzata ad una rinegoziazione del Trattato?

Non ne ha parlato. Se voleva rinegoziarlo, la cosa più semplice era dire che questo Trattato non funzionava più bene, intraprendere un’iniziativa negoziale e solo dopo un ‘no’ russo, denunciare il Trattato. Ma nulla di tutto questo abbiamo visto. Mi auguro che voglia rinegoziarlo, ma se devo dar retta al suo Consigliere per la Sicurezza Nazionale che ritiene un ingombro inutile per la politica americana qualsiasi accordo per il controllo degli armamenti, non credo.

Crede che voglia ridiscuterlo per poter coinvolgere la Cina che, al momento, non ne fa parte?

La Cina sicuramente non sarà favorevole all’utilizzo di nuove armi russe che possano minacciare il suo territorio in profondità. Al momento, la Russia può distruggere la Cina senza temere nulla dalla capacità di risposta nei confronti degli Stati Uniti. La cosa potrebbe cambiare se Trump decidesse di installare missili americani nei Paesi che circondano la Cina. Anche se, da come abbiamo sentito parlare, non mi sembra facile che la Corea del Sud o il Giappone possano essere interessati. Potrebbe essere interessata Taiwan o alcuni Paesi nel Mar Cinese Meridionale visto l’atteggiamento aggressivo della Cina per la rivendicazione delle acque. Ma sono solo speculazioni.

Teme una corsa al riarmo?

Avrei preferito, dato che ci avviamo alla rinegoziazione anche del Trattato sulle armi strategiche, che si fosse confermato questo Trattato e si fosse iniziata una polemica, anche dura, con la Russia sulle sue violazioni, richiedendo, magari, un’estensione anche alla Cina o ad altri Paesi come l’India o il Pakistan. Però non mi sembra che la linea di Trump vada nella direzione di una moderazione della corsa agli armamenti o di un rafforzamento dei trattati multilaterali di controllo degli armamenti e di disarmo. Benché questo possa essere possibile, non sono molto ottimista. In questo caso, ovviamente, ci sarà un aumento degli investimenti in queste tecnologie e quindi una corsa al riarmo.

Ci possono essere ripercussioni per l’estensione del NEW START prevista per il 2021?

Sicuramente non è una buona premessa politica.

Quanto ha contato, nella decisione di Trump, l’avvicinarsi delle elezioni di medio termine?

Volendo essere ironico, Trump non voleva litigare con Putin, ma fare un accordo con Putin. Questo non lo vuole il suo elettorato né la sua maggioranza. Quindi ha trovato la maniera di fare un regalo a Putin, mostrando che lui, invece, lo avversa. A me sembra una manovra assolutamente folle, senza fondamento né tecnico né politico che abbia senso.

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