mercoledì, Agosto 12

Industrializzazione ed inquinamento: Cina, Africa, America La Cina avvelena i paesi in via di sviluppo o si tratta di dinamiche classiche?

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Un recente studio ha messo in relazione il volume di affari tra Cina e Paesi in via di sviluppo, in particolare in America Latina ed Africa Subsahariana, con l’incremento del tasso di inquinamento. In particolar modo, lo studio rivela come il rapporto sia tanto più stretto quanto più i Governi locali sono deboli e corrotti (Repubblica Democratica del Congo, Liberia e Paraguay, ad esempio); quando invece i Governi locali sono più saldi e riescono ad imporre regole di tutela ambientale e a garantirne il rispetto, il commercio con Pechino non influisce in maniera significativa sull’inquinamento (come nel caso di Cile, Gambia o Tanzania).

Uno dei punti su cui si pone l’accento sta nella differenza di approccio tra la politica commerciale cinese e quella dei Paesi del mondo occidentale. Laddove i Paesi dell’America Settentrionale o dell’Europa Occidentale, oramai da anni, impongono alle proprie controparti commerciali delle clausole vincolanti sulla tutela ambientale, i Cinesi lasciano ai Paesi con cui stipulano accordi commerciali maggiore libertà di movimento. Nel caso di commercio con la Repubblica Popolare Cinese, dunque, sta ai Paesi in questione introdurre o meno misure di tutela ambientale. Questo spiega la relazione tra la stabilità e la salute dei Governi e gli effetti sull’ambiente del commercio con Pechino: tanto più un Governo è debole, tanto più alto è il tasso di corruzione; tanto più alto è il tasso di corruzione, tanto più i costi derivati dall’applicazione di norme contro il degrado ambientale saranno percepiti come spese inutili a danno di tornaconti personali.

La relazione tra i rapporti commerciali tra Cina e Paesi in via di sviluppo, da un lato, e degrado ambientale in questi ultimi, dall’altro, fa parte, in realtà, di un processo più generale: lo sviluppo industriale ha comportato da sempre un processo di inquinamento.

Quando, alla fine del XIX secolo, la Rivoluzione Industriale entrò nella sua seconda fase, i Paesi dell’Europa Nord-Occidentale (Francia, Germania, Olanda e, soprattutto, Inghilterra), gli Stati Uniti e il Giappone, vissero una fase di forte inquinamento. Le testimonianze dei contemporanei, soprattutto in Europa, parlano con sgomento del degrado che le prime industrie hanno provocato all’ambiente rurale ed urbano, sia sul piano ecologico che su quello sociale: la crescita esponenziale delle industrie andò a modificare un equilibrio che, salvo piccole modifiche, regolava da millenni i rapporti tra Essere Umano e Natura. Gli scarichi delle fabbriche andavano ad ingrigire i cieli delle città e ad avvelenare i corsi d’acqua, con grande danno per la salute degli operai e non solo; la necessità di manodopera provocava un esodo che svuotava le campagne, ammassando un numero impressionante di individui in quartieri degradati alla periferia dei centri urbani; i ritmi di lavoro, non più regolati sul ciclo di giorno e notte o delle stagioni, e la stessa tipologia del lavoro, che si basava sulla ripetitività della catena di montaggio anziché sul controllo dell’individuo sull’intero ciclo produttivo, creavano alienazione ed abbrutimento dei lavoratori che, in condizioni di vita miserevoli, cadevano spesso nell’abuso di alcool e in condotte criminali più o meno organizzate.

Nei Paesi dell’Europa Mediterranea, lo stesso processo si ebbe nella prima metà del XX secolo. Il caso dell’Italia è esemplare: dopo una prima fase di industrializzazione al Nord, iniziata già negli ultimi anni dell’800, il grande salto avvenne solo dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Il cosiddetto Boom Economico degli anni ’60, che trasformò l’Italia in un Paese moderno, non fu privo di risvolti negativi, talvolta molto negativi, sull’ambiente della Penisola: l’inquinamento, tra gli anni ’60 e gli anni ’80, raggiunse livelli eccezionali soprattutto attorno ai maggiori poli industriali (Milano, Torino, Genova, Porto Marghera): il caso di Taranto e dei danni che l’industria dell’acciaio ha portato alla salute dei cittadini, ad esempio, è tutt’ora di grande attualità.

Dalla seconda metà del XX secolo, e in particolar modo a partire dagli anni ’80, se da un lato si sviluppava, nei Paesi industrializzati, una sempre maggiore consapevolezza dell’importanza della tutela ambientale, dall’altro cominciò una netta tendenza alla delocalizzazione: gli USA e i Paesi europei cominciarono a mettere in atto delle politiche di tutela della salute dei cittadini e del proprio patrimonio ambientale ma, allo stesso tempo, spostarono le proprie industrie nell’Europa Orientale (che già era stata in larga parte industrializzata in epoca sovietica) e in Asia Orientale. Se si esclude il Giappone, la cui industrializzazione risale alla seconda metà del XIX secolo e che negli anni ’80 si trovava in una fase molto simile a quella del mondo occidentale, gli anni ’80 e ’90 videro una grande crescita industriale di Paesi come Taiwan, Hong Kong, Thailandia, Indonesia, Corea del Sud e, soprattutto, Cina. Anche in questo caso, la crescita industriale fu accompagnata da un drastico peggioramento delle condizioni ambientali. La Repubblica Popolare, diventata la ‘fabbrica del mondo’, divenne uno dei Paesi con il più alto tasso di inquinamento del pianeta, in particolare nei grandi centri urbani come Pechino e Shanghai.

In meno di duecento anni, la Rivoluzione Industriale ha cambiato il modo di vivere della gran parte della popolazione mondiale ma, allo stesso tempo, i suoi effetti sull’ambiente stanno rischiando di compromettere l’intero ecosistema planetario, arrivando a rappresentare una minaccia per la stessa sopravvivenza del Genere Umano. In questo contesto, mentre gli USA del Presidente Donald Trump ritrattano gli impegni sulla tutela ambientale, la Cina sembra aver raggiunto una maggior consapevolezza dell’importanza del tema: il Paese ha infatti sottoscritto una serie di accordi che puntano ad una netta riduzione delle proprie emissioni inquinanti.

Nel frattempo, però, una Cina che è passata da ‘fabbrica del mondo’ a principale candidato a prossima super-potenza dominante ha cominciato a sua volta a esportare industrializzazione in Paesi ancora in via di sviluppo. Allo stesso modo in cui, in passato, l’industria nord-americana ed europea aveva delocalizzato in Asia Orientale alla ricerca di condizioni maggiormente vantaggiose per la produzione, oggi la Cina investe in infrastrutture ed industrie in America Latina e nell’Africa Subsahariana. L’inquinamento di questi Paesi, dunque, sembra essere una naturale conseguenza di un modello di sviluppo impostosi già alla fine del XIX secolo.

A differenza che in passato, fortunatamente, esiste una maggiore consapevolezza degli effetti negativi dell’inquinamento e dei rischi a cui si va incontro se non si adottano misure di tutela ambientale. È però molto difficile, per Paesi che basano sulla Rivoluzione Industriale la propria attuale ricchezza, convincere Paesi in via di sviluppo a rinunciare alla propria crescita. Dal raggiungimento di un equilibrio tra industrializzazione e tutela ambientale, dunque, dipende il nostro futuro, o quanto meno la qualità del nostro futuro. Una riflessione sui limiti del modello di industrializzazione e delocalizzazione in Paesi meno sviluppati, inoltre, risulterebbe vantaggioso anche per altre ragioni: dove si potranno spostare le industrie, una volta che si sarà sviluppato anche l’ultimo Paese? Tra gli effetti indesiderabili della delocalizzazione, c’è anche la crescita del tasso di disoccupazione nei Paesi sviluppati, tema di grande attualità soprattutto nei Paesi dell’Unione Europea: una maggiore consapevolezza delle dinamiche dello sviluppo mondiale potrebbe dunque risultare di grande utilità anche per i Paesi industrialmente più avanzati.

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