domenica, Ottobre 25

Industria 4.0: una trasformazione e non una rivoluzione

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É toccato a tutti di dover studiare la Rivoluzione Francese nei banchi scolastici. E non sempre agli allievi è stato spiegato che il motore di quello che ha rappresentato uno dei passaggi più importanti della storia moderna non scaturì dalla volontà del popolo quanto da un’ideologia di più raffinati intellettuali e da una classe di mezzo, il Terzo Stato che consideravano anacronistiche e fuori dal tempo i privilegi goduti da un’ottusa aristocrazia latifondista e conservatrice. E vogliamo partire proprio da quanto assunto dalla storiografia come lo spartiacque temporale tra l’età moderna e l’età contemporanea per riprendere un altro caposaldo storico-sociale che ha lambito indistintamente coste e entroterra di quel mondo artigiano e contadino, per trasformarne l’essenza e l’intera connotazione sociale e culturale: la rivoluzione industriale.

Raymond Williams nel XIX secolo è stato il primo teorizzare quali fossero gli effetti connessi all’uso delle macchine nelle produzioni di oggetti da commerciare ma poi Arnold Toynbee, pubblicando le analisi delle conferenze sulla rivoluzione industriale britannica e Friedrich Engels ne ‘La situazione della classe operaia in Inghilterra‘ consacrarono un nome che ancora gli studiosi utilizzano per definire un fenomeno di cambiamento totale della società innescando le più inattese dinamiche occupazionali, di accrescimento demografico, di distribuzione del reddito e anche di un diverso sfruttamento della manodopera. É da questo tessuto che si sono generate le opere universalmente note quali ‘Il Capitale’ di Karl Marx che a sua volta rappresentarono le fondamenta di una nuova e più complessa teoria economico-politica che ha avvolto l’intero XX secolo. Ammettiamolo senza riserve: siamo voluti partire da molto lontano per ribadire un concetto da cui non pensiamo di dissentire in futuro. La società umana è in continua evoluzione e pensare di volerne ostacolare la strada è poco illuminato. Senza togliere alcun valore alla Fine della storia, l’opera della fine degli anni Ottanta dello scorso secolo di Francis Fukuyama, riteniamo che la caduta del muro di Berlino e gli attentati dell’11 settembre 2001 hanno mostrato un esercizio sempre più esasperato della crescita del pensiero a cui è necessario tener testa, piuttosto che assoggettarsi. Ma questa è un’altra dimensione.

Abbiamo parlato di rivoluzione industriale e sarà questo il nosto tema di oggi. Va dato atto che alcuni storici che minimizzano l’importanza degli avvenimenti identificati all’assunto, sostengono che le trasformazioni strutturali delle economie europee ebbero inizio già molto tempo prima di quanto va a datarsi tra il Settecento e l’Ottocento; sembrerebbe che il primo capitano d’industria europeo sia stato John Lombe che nel Seicento fondò nel Derbyshire uno stabilimento dotato di una macchina per lavorare la seta, impiegandovi diverse centinaia di filatori. Il periodo corrisponde stranamente con l’epoca de “I Promessi Sposi” e la seteria in cui lavorava quel Lorenzo Tramaglino di Alessandro Manzoni in un’ignota provincia lombarda! Ora, l’ingresso dell’industria nella società di un paio di secoli fa, più che una rottura fu solo di un’accelerazione di un processo inevitabile, partito dall’Inghilterra del tessile e del carbone e poi estesa ad altri Stati, quali Francia, Germania, Stati Uniti e Giappone; e anche il resto dell’Asia. In realtà, sia pur con modalità diverse il processo di crescita non si è mai arrestato e continua, tra una fase e le altre dell’economia, tra guerre e recessioni, a far potenziare il suo peso e il suo valore, a est come a ovest del mondo. E oggi, cosa accade?

Il motore a vapore, forse l’invenzione cardine del cambiamento ha trasformato l’Europa medioevale, povera, sottosviluppata e poco popolata in una zona ricca e evoluta in cui l’opulenza della Gran Bretagna avrebbe avuto una sponda preziosa dal metodo scientifico di Galileo Galilei. Se poi un minor egoismo avesse potuto convivere con più collaborazione continentale, forse oggi le sorti del mondo sarebbero assai diverse. Ma in fondo, non erano altri tempi?

Le innovazioni tecniche contano molto in questo processo e per ottenere applicazioni pratiche occorrono crescite trasversali, quali lo sviluppo delle reti di energia e trasporto, di modelli comunicazionali in grado di poter usufruire delle opportunità e dei mercati universali e anche di una conoscenza profonda del pragmatismo industriale per poter pianificare e attualizzare quanto germogliato nelle università e nei più elevati centri di ricerca. Quest’ultima tacca della scala è essa stessa una filiera che può partire dal basso o dall’alto ma che deve rendere tutti consapevoli che solo attraverso la formazione è possibile garantire la prosperità di un popolo. Anzi, dell’umanità.

Ora la sfida dell’economia è arrivata a un’altra porta: la frontiera digitale. E in questa fase ravvisiamo tutti i parallelismi con quella che è stata la prima barriera della rivoluzione industriale, che ha tolto all’animale (ma anche all’uomo) il peso della forza muscolare per utilizzare l’altissima moltiplicazione dell’energia generata e che ha portato nel giro di pochi decenni alla trasformazione radicale delle abitudini di vita e dei rapporti fra le classi sociali ma anche alla costrizione dei lavoratori negli “slums” ovvero i quartieri che stipavano le famiglie in pessime condizioni igienico-sanitarie e ne succhiavano le più preziose linfe vitali. Tragici esempi sono stati magnificamente descritti da Émile Zola che fu tra i primi a denunciare attraverso i suoi romanzi le condizioni delle classi più umili nella Parigi dell’epoca e Charles Dickens, con pari coraggio ha disegnato una umanità disperata dell’Inghilterra vittoriana. Scenari che non ci meraviglierebbe ritrovare ancora in alcuni angoli asiatici, troppo lontani dalle telecamere del mondo ma non per questo separati da qualsiasi sentimento sociale.

Acciaio, combustibile fossile, trasporti e commercio hanno alla fine portato alla capacità di produrre beni e quindi alla crescita dell’economia, sottraendo braccia all’agricoltura dell’auto-consumo e all’artigianato usurato dall’assenza di ogni regola civile.

Sarebbe pretenzioso lasciar credere che i passaggi avessero andamento spontaneo e indolore. Da parte di alcune classi di lavoratori le innovazioni vennero viste come un concorrente alle loro specializzazioni, a cui si opposero con la nascita del luddismo, proponendosi di distruggere gli ingranaggi con l’ostruzionismo e la violenza. È proprio quanto bisogna evitare al giorno d’oggi. Oggi che con molta disinvoltura si parla di Industria 4.0 in cui la robotica collaborativa rappresenta la possibilità di realizzare una maggiore interazione tra macchine e operatori, ma con l’atavico timore che l’automatismo possa distruggere occupazione e reddito.

«Sono convinto che l’industria 4.0 ridistribuisca posti di lavoro», ha detto il presidente dei Giovani di Confindustria, Marco Gay in un forum con Luca Colombo, il country manager per l’Italia di Facebook. E nella stessa sede ha aggiunto: «Oggi il 22% delle posizioni di lavoro disponibili in Italia non trova addetti perché mancano le competenze». Sono affermazioni condivisibili se corroborate da proposte serie e supportate da un’adeguata pianificazione della riconversione delle metodologie che si preparano per la trasformazione. Dunque non possiamo che dare ragione a Gay quando asserisce che nella sfida dell’economia digitale il punto di partenza siano sempre le idee: «Quando si parte dal capitale umano poi tutto può essere sviluppato». Il nostro parere però è che lo sforzo del cambiamento non possa essere lasciato allla risoluzione di una sola categoria professionale. Tocca allo Stato, attraverso le sue scuole, le sue leggi e le sue politiche, costruire un percorso che semplifichi le procedure e faciliti lo sviluppo. Solo la gestione della cosa pubblica può evitare che si riproduca un’ennesima concentrazione incontrollata di capitali nelle mani di poche famiglie, come accaduto in passato. È attraverso la formazione globale che si peparano i lavoratori a dominare l’automazione piuttosto che subirla. Per adesso sappiamo dal presidente dei giovani industriali che nell’indice di digitalizzazione europea l’Italia è al 25° posto su 28. Una posizione che non rispecchia assolutamente l’intensità e la volontà di un mondo che dalla digitalizzazione cerca di fare una leva, una delle leve dell’economia. «Non ci fa onore essere in fondo alla classifica». Ne siamo convinti anche noi!

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