martedì, Febbraio 18

India, torna Arundhati Roy, scrittrice ‘anti-Modi’

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Arundhati Roy, scrittrice indiana di successo, a vent’anni dalla pubblicazione del suo primo libro, ‘Il dio delle piccole cose’ , grazie al quale ha vinto il Booker Prize nel 1997, è tornata sulla scena letteraria con un nuovo romanzo dal titolo ‘Il mistero della suprema felicità, dove i protagonisti sono gli emarginati, gli ultimi, gli invisibili dell’India di oggi. Una trama raffinatissima e al limite del surreale, che sfiorando i movimenti sociali indiani degli ultimi anni danno modo alla Roy di proseguire la sua critica politica all’India che, secondo l’autrice, è una Nazione con una carica ‘di destra’ sempre più marcata che corre pericolosamente verso l’autoritarismo.

In questo lasso di tempo intercorso tra un libro e l’altro, Roy ha portato avanti le sue battaglie come attivista politica, lotte che la vedono impegnata dai diritti umani all’ambiente fino alle tematiche anti-globalizzazione, passando per il contrasto al nucleare.Un libro, quello uscito a giugno, che in qualche modo corona questi 20 anni di lotte politiche e che è stato consegnato al pubblico internazionale a ridosso dell’anniversario, il 15 agosto, del 70° anniversario dell’indipendenza indiana, mentre il Paese sta vivendo un momento politico per un verso molto promettente economicamente e però compresso sullo scenario regionale, con un Governo, quello di Narendra Modi, favorevolmente accolto nei salotti occidentali che però all’interno attrae un numero crescente di critiche.

Nell’agosto del 1998, Roy scrisse un editoriale sul quotidiano inglese ‘The Guardian’ intitolato ‘The end of imagination nel quale affermava che l’India aveva inventato una ‘nuova bomba nucleare’, con la quale avrebbe annientato il nemico e protetto la popolazione da ogni male. Chi spinge l’India nella corsa al nucleare, secondo Roy, sarebbero la Cina  -per gli antichi rancori emersi a distanza di anni dopo la guerra combattuta nel 1962-; e il Pakistan -per le continue lotte intestine che ancora permangono. «La bomba nucleare è la cosa più antidemocratica, anti-nazionale, anti-umana che l’uomo abbia mai fatto», scrive in un passaggio Roy.

Dichiarazioni che risalgono a fine anni ’90 e che ancora Roy sostiene. Narendra Modi sostiene l’uso pacifico del nucleare, soprattutto in campo energetico, in considerazione del fatto che una significativa espansione dell’energia nucleare potrebbe consentire la connettività di milioni di indiani che attualmente non hanno accesso alla rete elettrica, e contribuire a ridurre le emissioni di carbonio, garantendo così energia più pulita.

Un altro punto su cui la scrittrice si batte è legato all’industrializzazione e all’economia del Paese.

Roy nell’intervento ‘Capitalism: a ghost storysostiene che le riforme che hanno caratterizzato l’economia dell’India nei primi anni Novanta, hanno spinto il Paese verso il mercato globale e ciò avrebbe permesso la creazione di una nuova classe media dirigente che avrebbe contribuito ad incrementare il netto divario fra poveri e ricchi.

Ad esempio, per rendere abbienti 300 milioni di indiani, 800 milioni sono stati ridotti alla miseria. Una classe media, secondo il suo parere, troppo ambiziosa e il cui operato sarebbe caratterizzato da poca trasparenza. L‘80% della popolazione vive con 50 centesimi di dollari al giorno o anche meno, mentre il palazzo in cui vive Mukesh Ambani, l’uomo più ricco dell’India, è una residenza a Mumbai costruita su ventisette piani, dotata di nove ascensori, giardini appesi e sale da ballo. L’India ha un’emergenza seria da risolvere, e non soltanto secondo Roy, una disuguaglianza fra ricchi e poveri che Modi starebbe ignorando.

L’attivista afferma, inoltre, che la casta politica è corrotta e completamente insensibile alla problematica del divario. La strategia economica attuata dal Primo Ministro Narendra Modi, attorniato da una schiera di potenti industriali e sponsor elettorali, tra cui Mukesh Ambani, secondo Roy, si baserebbe, sì, sulla creazione di più fabbriche per creare posti di lavoro, di più strade e corridoi industriali per trasportare le merci e sullo snellimento della burocrazia per attirare gli investitori stranieri che negli ultimi anni hanno preferito investire altrove piuttosto che in India, ma il suo slogan ‘Make in India, avrebbe molte lacune.

Se si ascolta attentamente il discorso che Modi ha tenuto il 15 agosto 2014, giorno dell’indipendenza indiana, per lanciare la sua campagna di ricostruzione del Paese, si nota che il Primo Ministro non fa menzione del compromesso sistema idrico delle città, dell’inquinamento atmosferico che avvolge le metropoli, dei fiumi fogna come la Yamuna, che aumentano l’incidenza di malattie infettive. L’espansione economica, insomma, ancora una volta andrebbe a favoreìire la casta dei ricchi a scapito della maggioranza della popolazione povera.

Nell’editoriale pubblicato sempre sul ‘The Guardian  intitolato The algebra of infinite justice, Roy si scaglia contro il terrorismo internazionale e sostiene che per ragioni strategiche, politiche ed economiche, è essenziale che il Governo degli Stati Uniti convinca il suo popolo che per ottenere la libertà dal nemico e continuare a vivere nella democrazia la politica americana usi le armi. L’autrice parla degli attacchi di Mumbai, soprannominati l’India dell’11 settembre, in questo caso le politiche del Governo indiano non sarebbero state efficaci. Si scaglia contro Modi definendo il suo attuale Governo aggressivo e militarizzato; parla di ‘dittatura’ e di ‘clima ‘ di terrore’.

D’altro canto, però, Modi, è anche considerato un leader vincente dai suoi supporter, come sostiene la giornalista Ekta Handa nel suo articolo pubblicato sull’ Indiatoday In, ed è acclamato per il fatto di avere origini popolari e non legami familiari importanti.

Molti indiani lo considererebbero, infatti, lontano dai meccanismi di corruzione e di salvaguardia di determinati interessi, che sono invece all’ordine del giorno nella politica indiana, ed approvano la sua politica di buon vicinato’ che consentirebbe all’India di creare, su basi cooperative, quell’area di influenza nazionale ed internazionale che tuttora le manca per diventare una grande potenza globale.

Secondo le fonti citate, quindi, il governo Modi avrebbe come obiettivo quello di far diventare l’India un grande Paese a livello mondiale, nel quale la democrazia e la cooperazione con gli altri stati sarebbero di fondamentale importanza per decretare il suo successo, ma le argomentazioni che Arundhati Roy, che è sempre a sostegno dei più deboli, continua a sostenere lasciano il dibattito sulla questione indiana aperto e pieno di punti interrogativi.

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