martedì, Luglio 14

India – Stati Uniti: quando l’unione fa la forza I due ‘pesi massimi’ del populismo mondiale, Trump e Modi, serrano i ranghi. Ma molto potrebbe dividerli

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Tanta trepidazione si è respirata nelle ultime ore in India per quella che è la prima visita ufficiale del Presidente americano Donald Trump. Dopo l’annuncio ufficiale del ministero degli Esteri di Nuova Delhi, è stato lo stesso premier Modi ad anticipare quale sarebbe stata l’accoglienza riservata al prestigioso ospite: “Sono estremamente lieto che il presidente Trump e la first lady visiteranno l’India il 24 e 25 febbraio. L’India riserverà agli stimati ospiti un benvenuto memorabile. Questa visita è speciale e farà molto per cementare ulteriormente l’amicizia India-Usa”, aveva scritto Modi sul suo profilo Twitter. 

A fare gli onori di casa, un evento dal titolo ‘Namasté Trump’ ad Ahmedabad, nello Stato del Gujarat, una delle prime tappe del viaggio. Il modello sarebbe stato l’evento ‘Howdy Modi’ (‘Salve Modi’) di cui è stato protagonista il primo ministro indiano, a settembre negli Usa, in Texas, all’Nrg Stadium di Houston. In quell’occasione, i due Presidenti erano stati protagonisti di un vero e proprio show di quaranta minuti di fronte a 50mila spettatori: “Sotto la guida del primo ministro Modi il mondo sta vedendo una repubblica indiana forte e florida. Sono così elettrizzato di essere qui in Texas con uno dei più grandi, devoti e leali amici dell’America, il primo ministro indiano Modi“, aveva dichiarato Trump sottolineando che le relazioni tra Stati Uniti e India sono “più forti che mai“. Il capo del governo di Delhi, dal canto suo, aveva ringraziato, spiegando che l’India ha un “vero amico” alla Casa Bianca. 

Per l’arrivo di Trump in India, il sottosegretario agli Esteri indiano, Harsh Vardhan Shringla, aveva annunciato qualche giorno fa che, lungo la strada di 22 chilometri che avrebbe portato il leader della Casa Bianca dall’aeroporto allo stadio di cricket di Motera, il più grande del mondo, con una capienza di 100-120 mila spettatori, sarebbero stati allestiti dei palchi per esibizioni rappresentative delle tradizioni e delle arti degli Stati e dei Territori dell’Unione dell’India. Addirittura una folla di “10 milioni” era stata promessa da Modi. 

Il portavoce del ministero degli Esteri di New Delhi, Raveesh Kumar, aveva poi aggiunto che l’evento è organizzato dalla Donald Trump Nagrik Abhinandan Samiti, cui sarebbe spettata ogni decisione sugli inviti. L’opposizione, in particolare il Congresso nazionale indiano (Inc), principale partito di minoranza, aveva chiesto, ma non ottenuto spiegazioni su questa entità di cui non si sapeva niente e il cui nome non compare nei manifesti affissi ad Ahmedabad che presentano l’evento come “un’occasione importantissima” con “due personalità dinamiche”.

Ebbene, l’attesa è stata placata. “L’America ama l’India, l’America rispetta l’India e l’America sarà sempre fedele e leale amica del popolo indiano“, ha proclamato Trump nello stadio, elogiando l’India come un luogo in cui diverse fedi “adorano fianco a fianco in armonia” e non ha fatto menzione della nuova legge che fa temere che il Paese si stia muovendo verso un test di cittadinanza religiosa. Ciò nonostante, ha sottolineato gli sforzi della sua stessa amministrazione per proteggere i suoi confini e reprimere il “terrorismo islamico radicale”.

Al termine dell’evento, il presidente statunitense e la first lady Melania sono volati ad Agra, nell’Uttar Pradesh, per ammirare il Taj Mahal, che Trump ha descritto il famoso monumento come “veramente incredibile”. La visita è stata la prima di Trump al sito Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO, un grande mausoleo di marmo bianco che è stato costruito da Shah Jahan in memoria della sua moglie preferita, Mumtaz Mahal, a partire dal 1632 sulle rive del fiume Yamuna.

Ma la sua associazione con il monumento risale a decenni fa. Nel 1990, Trump aveva aperto il più grande complesso di casinò-hotel al mondo ad Atlantic City nel New Jersey, il Trump Taj Mahal. La pubblicità lo aveva salutato come l’ottava meraviglia del mondo e Trump aveva invitato Michael Jackson al lancio. “È un grande giorno per me”, disse Trump ai giornalisti. A differenza del Taj originale, il Taj di Trump non è stato un successo. Nel giro di un anno, il Trump Taj Mahal presentò istanza di fallimento. Nel 2009, Trump vendette la sua quota nel casinò, anche se la proprietà ha continuato a usare il suo nome. Il Taj non si riprese mai e fu venduto all’Hard Rock International nel 2017 e poi messo in liquidazione, mettendo all’asta tutto l’arredamento.

All’arrivo ad Agra per visitare il Taj Mahal, Trump ha incontrato anche Yogi Adityanath, un monaco indù radicale noto per la sua retorica anti-musulmana. I due si sono stretti la mano e percorso il tappeto rosso. Adityanath è il primo ministro dello stato più grande e popoloso dell’India, Uttar Pradesh, dove si trova appunto Agra. Negli ultimi mesi, il governo di Adityanath ha lanciato una violenta repressione delle proteste contro una nuova legge sulla cittadinanza. Testimoni affermano che la polizia ha picchiato studenti e manifestanti, saccheggiato case e arrestato persone con false accuse. I critici hanno denunciato l’incontro con Trump, che secondo loro potrebbe aiutare a legittimare la politica di divisione di Adityanath, già cinque volte parlamentare, con una dozzina di procedimenti penali pendenti contro di lui, tra cui gravi accuse come tentato omicidio e rivolte. Non è stato condannato per un crimine. Nel 2014, Adityanath ha promesso di ripulire l’India da altre religioni. “Questo è il secolo di Hindutva, non solo in India ma in tutto il mondo”, ha detto.

Anni fa è arrivato persino ad accusare Santa Madre Teresa di Calcutta di far parte di una cospirazione per convertire gli indù al cristianesimo. Nel 2015, dopo che la star di Bollywood Shahrukh Khan, musulmana, ha parlato della “crescente intolleranza” nel paese, Adityanath lo ha paragonato a Hafiz Saeed, uno dei fondatori del gruppo terroristico Lashkar-e-Taiba in Pakistan. 

La coppia presidenziale è poi volata a Nuova Delhi dove, nel frattempo, sono scoppiate le violenze tra sostenitori e manifestanti di una nuova legge sulla cittadinanza. Un poliziotto e un civile sono morti e un altro ufficiale è rimasto ferito nella violenza che si è verificata nella parte nord-orientale della capitale. Da dicembre, l’India ha visto proteste su larga scala contro una legge che offre agli immigrati privi di documenti di sei religioni un percorso rapido verso la cittadinanza ma che esclude l’Islam. Giovedì, la Commissione statunitense per la libertà religiosa internazionale ha definito la legge una “significativa svolta al ribasso della libertà religiosa in India”.

Sempre nella capitale, domani, i coniugi Trump riceveranno un’accoglienza d’onore nella residenza presidenziale, Rashtrapati Bhavan. La coppia, poi, renderà omaggio al Mahatma Gandhi al Raj Ghat, il monumento che lo ricorda nel luogo della sua cremazione. Seguiranno gli incontri tra Trump, Modi e le rispettive delegazioni a Hyderabad House, la sede utilizzata dal governo indiano per gli incontri con i dignitari stranieri. I due leader pranzeranno insieme. Nel pomeriggio Trump sarà all’ambasciata Usa per eventi privati, tra i quali una tavola rotonda con rappresentanti dell’industria. In serata Trump tornerà a Rashtrapati Bhavan, ospite di un banchetto offerto dal presidente della Repubblica indiano, Ram Nath Kovind, al termine del quale lascerà l’India.

Per spiegare l’enfasi data all’evento, basterebbe ricordare come si concludeva il recente tweet di Modi circa questo viaggio: “l’India e gli Stati Uniti condividono un impegno comune per la democrazia e il pluralismo. Le nostre nazioni stanno collaborando ampiamente su una vasta gamma di questioni. La solida amicizia tra le nostre nazioni fa ben sperare non solo per i nostri cittadini ma anche per il mondo intero”.

Un tweet che è tutto un programma, ma che non stupisce. Anzi, conferma quella complicità personale di cui Trump e Modi non hanno mai fatto mistero, anche recentemente: il Presidente americano ha manifestato pubblicamente di non vedere l’ora di andare in India, definendo il primo ministro indiano “un amico” e “un grande gentiluomo”. Apprezzamenti a cui si sono poi aggiunte le parole di entusiasmo della First Lady Melania che ha ringraziato il premier indiano per l’imminente “celebrazione degli stretti legami tra Usa e India”.

Un’affinità elettiva, dunque, quella tra i due che si spiega con la vicinanza politico-ideologica che accomuna gli attuali leader dei due Paesi e che risale a ben prima che Trump divenisse Presidente degli Stati Uniti: “adoro gli indù”, aveva proclamato durante la sua campagna presidenziale nel 2016. Per certi versi, l’India rappresenta per il tycoon ciò che dovrebbero essere gli Stati Uniti: un paese che si arrende volentieri alle sue tradizioni di legge e di religione, affidandosi ad un ‘uomo forte’. Il quale, magari, per gli ‘interessi della nazione’ e richiamandosi all’identità, non esita ad interpretare in modo ‘personale’ le leggi, avvantaggiandosi di media compiacenti e di un’élite culturale più ‘disponibile’ e meno avversa. Modi, agli occhi di Trump, potrebbe sembrare un esempio di successo del trumpismo.

Secondo un’indagine realizzata dal Pew Research Center, il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, godrebbe della fiducia del 56 per cento degli indiani. Qualcuno parla, invece, di ‘trumpizzazione’ dell’India, ormai più ‘Trumpland’ che la patria di Gandhi. Una trasformazione che, a partire dagli anni ‘90, ha reso il ‘modello Trump’ a livello di status sociale e imprenditoriale, una volta mal visto nell’Unione, oggi piuttosto popolare: la società è divenuta sempre più competitiva e spaccata al suo interno, con, da un lato, ‘‘vincitori’ soddisfatti e avidi di potere e, dall’altro, ‘perdenti’ tormentati dalla paura, dalla sfiducia e sempre meno tutelati dal potere centrale secondo cui le misure di protezione per i più deboli sono solo un residuo della cultura della sinistra. Il potere diviene una questione etnica.

Causa di questa tendenza, evidentemente, il suprematismo indù, con un forte accento anti musulmano, che da quasi tre decenni è riuscito progressivamente ad affermarsi alla guida del Paese. Facendo leva sulla rabbia e sulla frustrazione contro i più deboli, considerati come appannaggio della ‘sinistra’, il leader del BJP si sta affermando come capo del governo di un Paese sempre più ingiusto, diseguale, meno solidale e, soprattutto, più nazionalista. Il muro, come quello costruito ad Ahmedabad lungo 400 metri e alto poco più di due, in mattoni rossi e cemento, per nascondere alla vista della baraccopoli Sarania Vaas, sembra essere il minimo comun denominatore. Questo spiega la sintonia tra i due leader, fondata sulla condivisione di valori che sono più i loro che non quelli dei Paesi che sono chiamati a servire. 

L’assoluta convergenza dei due leader ha finito per riverberarsi sulle già forti relazioni che i due Paesi intrattengono, consolidandole ancor di più. In quest’ottica, va letto quanto reso noto oggi dal Presidente americano: “Sono lieto di annunciare che domani i nostri rappresentanti firmeranno accordi di difesa per un valore di oltre 3 miliardi di dollari, per vendere elicotteri militari e altre attrezzature all’avanguardia allo stato dell’arte alle forze armate indiane“, ha affermato Trump, precisando che “mentre continuiamo a costruire la nostra cooperazione nella difesa, gli Stati Uniti non vedono l’ora di fornire all’India alcune delle attrezzature militari migliori e più temute del pianeta. Produciamo le più grandi armi mai realizzate. Facciamo il meglio e ora abbiamo a che fare con l’India“.

Già la scorsa settimana, il Comitato di gabinetto per la sicurezza (Ccs), presieduto da Modi, aveva dato il via libera a due accordi, uno da 2,4 miliardi di dollari per l’acquisto di 24 elicotteri militari MH-60 Romeo per la Marina militare prodotti dall’azienda statunitense Sikorsky (del gruppo Lockheed Martin) ed equipaggiati con missili Hellfire e uno da 930 milioni di dollari per l’acquisto di sei elicotteri d’attacco Boeing AH-64 Apache. In ballo, anche un ulteriore ordine di otto velivoli multi-missione Poseidon P8I per la Marina indiana e uno scudo missilistico a spettro completo per Nuova Delhi.

Dal 2007 gli acquisti indiani di prodotti statunitensi della difesa hanno raggiunto 17 miliardi di dollari, anche se la Russia resta il primo fornitore dell’India. Il Dipartimento di Stato americano ha accolto la richiesta indiana di un sistema di difesa aerea integrata del costo stimato in 1,87 miliardi di dollari, aprendo la strada a un accordo. Gli Stati Uniti, inoltre, hanno proposto a New Delhi droni armati Guardian per scopi di sorveglianza prodotti da General Atomics, la prima offerta autorizzata al di fuori della NATO: l’India potrebbe comprarne una trentina, per un valore di circa 2,5 miliardi di dollari.

D’altra parte, la relazione bilaterale nella difesa è molto stretta: dal 2016 l’India è ‘major partner’ degli Stati Uniti, una definizione riservata esclusivamente alla più grande democrazia asiatica, e ha sottoscritto due accordi fondamentali: il Communications, Compatibility, Security Agreement (Comcasa), l’accordo per la compatibilità e la sicurezza delle comunicazioni, che implica l’installazione di apparecchiature di comunicazione sulle piattaforme militari acquistate dagli Stati Uniti; il Logistics Exchange Memorandum of Agreement (Lemoa), l’accordo per il sostegno logistico, che permette alle rispettive forze armate l’utilizzo di basi e asset dell’altro paese per riparazioni e forniture e per una maggiore efficienza operativa

A questo riguardo, non si può tralasciare che nell’Oceano Indiano, a Diego Garcia, un atollo al largo della punta meridionale dell’India, il più grande dell’arcipelago delle isole Chagos, è situata la più importante base aeronavale americana, pensata durante la Guerra Fredda per contrastare la minaccia dell’URSS e difendere gli interessi petroliferi nella regione, ma poi utilizzata anche per le operazioni militari in Afghanistan e, più recentemente, per offrire rifornimento ai velivoli impegnati nei pattugliamenti sul Mar Cinese Meridionale.

Nel 2007, il Pentagono ha investito oltre 32 milioni di dollari per realizzare delle strutture logistiche per i sottomarini d’attacco a propulsione nucleare della Marina. La Diego Garcia è nelle condizioni di supportare in modo autonomo una brigata dei Marine. 

In questo avamposto nevralgico, il Pentagono, durante le recenti tensioni in Medio Oriente, ha schierato ben sei bombardieri strategici B-52H Stratofortress. A contribuire a proteggere una forza di reazione ai missili balistici a lungo raggio dell’Iran, lo schieramento di questi aerei e dei B-2 Shelter Systems e le GBU-57A / B, anche note come Massive Ordnance Penetrator (MOP), di 14mila chilogrammi, a guida GPS, capaci di penetrare nel terreno nemico e colpire le strutture corazzate come bunker e tunnel in profondità. Diego Garcia, come se non bastasse, è munita di missili da crociera AGM-86B, armati con testate termonucleari W80-1.

Una relazione ‘militare’ strategica per gli Stati Uniti non solo rispetto alla minaccia iraniana, ma anche rispetto a quella cinese. Washington, così come del resto New Delhi, non vedono di certo di buon occhio l’espansionismo di Pechino nel continente asiatico (si veda lo scontro nel Doklam) e africano, mediante l’iniziativa delle Nuove Vie della Seta, così come nel Mar Cinese Meridionale, tratto di Oceano Pacifico di importanza fondamentale per i commerci mondiali e, allo stesso tempo, per la sicurezza della Cina che cerca di assicurarsela, oltre che con le rivendicazioni territoriali, con la ‘strategia del filo di perle’, investendo in infrastrutture civili come porti, oleodotti, strade, gasdotti all’interno di Paesi alleati. Cinque i maggiori esempi: il porto di Kyaukpyu in Myanmar, realizzato dal consorzio CITIC, di proprietà del governo cinese, e che permette alla Cina di evitare il passaggio attraverso lo stretto di Malacca e attraverso le isole Spratly, risparmiando circa 5.000 km; il porto di Colombo in Sri Lanka; il porto di Chittagong in Bangladesh, enclave all’interno dell’India, e, in quanto tale, colpo mortale a New Delhi; il porto di Gwadar in Pakistan, che rinsalda l’amicizia con Pechino: in questo caso la Cina vorrebbe creare un vero e proprio passaggio dal proprio territorio fino all’Oceano Indiano in modo tale da non dover essere preda di possibili situazioni di instabilità nelle zone del Golfo del Bengala o nello Stretto di Malacca, oltre al fatto che taglierebbe fuori da qualsiasi tipo di dialogo l’India; il porto di Obock in Gibuti nel Corno d’Africa. 

In molti si sono chiesti, tuttavia, se la più ampia relazione strategica che Stati Uniti e India hanno coltivato per più di un decennio possa venire sacrificata all’altare delle diatribe commerciali. Tale dossier costituisce uno dei pochi punti di attrito tra i due Paesi.

Della delegazione statunitense giunta in India anche il segretario al Tesoro, Steven Mnuchin, e il segretario al Commercio, Wilbur Ross. Il segretario agli Esteri Harsh Shringla ha dichiarato che la visita del Presidente americano sarà “breve ma intensa”: come annunciato dallo stesso Trump, a differenza di quanto avvenuto con la Cina un mese fa, durante questo viaggio non avrà luogo la firma dell’accordo commerciale bilaterale, ma potrebbero comunque essere fatti dei passi avanti rilevanti nel negoziato, nonostante l’annullamento del viaggio programmato a inizio di questo mese del rappresentante commerciale statunitense Robert Lighthizer avrebbe cancellato il suo viaggio che era stato programmato per l’inizio di questo mese.

L’US-India Business Council (USIBC) ha manifestato la sua delusione: “Una visita presidenziale può essere un catalizzatore dell’azione commerciale, e speravamo che il viaggio avrebbe spinto entrambe le parti a trovare un terreno comune e raggiungere un accordo“, ha detto il presidente dell’USIBC, Nisha Biswal.

Tra i due partner, infatti, permane un attrito a livello commerciale. Dal 5 giugno 2019 gli Stati Uniti hanno rimosso l’India dalla lista dei paesi beneficiari del Sistema delle preferenze generalizzate (Spg), un programma di esenzione dai dazi, sostenendo che il paese asiatico non ha garantito agli Stati Uniti un accesso equo e ragionevole ai suoi mercati, senza contare le contestazioni delle multinazionali americane per la conservazione dei dati. A quello si sono aggiunti i dazi decisi da Trump su acciaio e alluminio. Pochi giorni dopo, il 16 giugno, sono entrate in vigore le tariffe aggiuntive applicate dall’India su 29 prodotti importati dagli Stati Uniti, per un valore complessivo superiore a 200 milioni di dollari. Tra gli articoli soggetti a ulteriori dazi doganali figurano mandorle, nocciole, legumi, frutta, artemie saline, acido borico, reagenti domestici, elementi in acciaio e alluminio che finiscono per danneggiare le vendite di moto Harvey Davidson.

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