giovedì, Febbraio 20

India: New Delhi, la fortezza inespugnabile per Modi Il buon governo premia l’AAP che rimane alla guida della capitale indiana, ma questo non vuol dire che sia l’inizio della fine del Primo Ministro

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In India, Domenica scorsa si sono tenute le elezioni per il rinnovo dell’assemblea legislativa a New Delhi che è ‘National Capital Territory’ e, in quanto tale, chi la governa non un semplice sindaco, ma il chief minister come negli stati dell’Unione indiana. L’affluenza, in una città che conta ben 14,7 milioni di aventi diritto al voto, ha avuto una leggera flessione rispetto alle precedenti amministrative, dal 67,1 al 62,59 per cento, ma è rimasta comunque consistente.

A spuntarla per la seconda volta, a cinque anni dal suo exploit, l’Aam Aadmi Party (AAP), il Partito dell’Uomo Qualunque, guidato da Arwind Kejriwal ottenendo il 53,6% dei voti e 62 seggi su 70 seggi mentre i restanti otto sono andati al Bharatiya Janata Party, il Partito del popolo indiano (BJP) del Primo Ministro, Narendra Modi. Anche questa volta, il Congresso nazionale indiano (Inc), principale forza di opposizione a livello centrale, ha perso clamorosamente, nonostante abbia gestito il Territorio della capitale per quindici anni, dal 1998 al 2013, con la figura carismatica di Sheila Dikshit, scomparsa l’anno scorso all’età di 81 anni.
L’esito sembra ricalcare quello del 2015, quando l’AAP conquistò 67 seggi (54,3% dei voti), lasciandone solo tre al BJP. Ma, nel frattempo, sono passati cinque anni in cui il Partito dell’Uomo Qualunque ha controllato l’amministrazione della città.

Kejriwal presterà giuramento come capo del governo il prossimo 16 febbraio, ma a premiarlo in misura maggiore, oltre ad uno stile comunicativo sobrio ed elegante, la decisione di bloccare l’aumento delle tasse scolastiche da parte dei 200 istituti privati non sovvenzionati i quali si sono rivolti all’Alta corte di Delhi vedendosi riconosciuta in prima istanza ragione. Successivamente l’amministrazione è a sua volta ricorsa, ricevendo la conferma del blocco provvisorio imposto agli aumenti. Anche per la scuola pubblica – per la quale è stato destinato, negli ultimi tre anni, il 25% del bilancio – è stato fatto moltissimo, dalle infrastrutture alla formazione degli insegnanti, dalla creazione di 20mila nuove classi al rapporto con le famiglie, dai pasti gratuiti alle piscine, ai programmi di studi avanzati come le ‘lezioni di felicità’.

Senza contare i sussidi per l’elettricità e per l’acqua, introdotti sei mesi fa e che vanno dal cento per cento per chi consuma fino a 200 unità di corrente elettrica, mentre arrivano al 50 per cento per un consumo di 201-400 unità. È stata poi disposta l’erogazione gratuita di 20 mila litri di acqua al mese per famiglia. Da ottobre, è stato reso gratuito il biglietto del bus per donne e anziani e, nel campo della sanità, sono stati aperti, a spese direttamente dell’AAP, 300 ‘cliniche’ di assistenza primaria, chiamati ambulatori di comunità o di vicinato (‘mohalla’) che, seppur meno dei mille promessi, offrono servizi di base come consulti medici e distribuzione di farmaci.

Insomma, una politica di welfare che ha caratterizzato il ‘buon governo’ dell’AAP e che è stata giudicata positivamente sia da elettori induisti che musulmani.

In quest’ottica, rispetto alla capacità amministrativa, l’elemento religioso, tanto caro al partito di Modi, non sembra aver determinato l’esito del voto, anche se alcune misure quali la nuova legge sulla cittadinanza Citizenship (Amendment) Act, o Caa, promulgata a dicembre, che prevede un iter più rapido per induisti, giainisti, cristiani, sikh, buddisti e parsi scampati a persecuzioni religiose in Bangladesh, Pakistan e Afghanistan e che è oggetto di contestazioni per il riferimento esplicito alle sei confessioni religiose e l’esclusione dell’Islam, hanno scatenato manifestazioni di proteste in molte città indiane, compresa Delhi, nei pressi dell’università Jamia Millia Islamia (Jmi). Anche la Jawaharlal Nehru University (Jnu) ha subito un attacco da un gruppo di persone armate e mascherate, rivendicato da Bhupendra Tomar alias Pinky Chaudhary, capo dell’organizzazione estremista Hindu Raksha Dal.
Da settimane nel quartiere meridionale di Shaheen Bagh è in corso un sit-in pacifico promosso in particolare dalla comunità delle donne. La protesta si è allargata dal Caa fino ad inglobare il Registro nazionale dei cittadini (Nrc), il Registro nazionale della popolazione (Npr), la sicurezza delle donne, l’inflazione, la disoccupazione e la povertà, soprattutto a fronte delle fallimentari politiche economiche del governo di Modi che hanno causato il rallentamento della produzione insieme a massicci disinvestimenti. Tutti temi ‘nazionali’ su cui il BJP, ed in particolare l’ideologo Amit Shah, ha imperniato la sua aggressiva campagna elettorale, ma senza successo.
Sulla base di queste circostanze, le elezioni a New Delhi tolgono l’allure di imbattibilità al BJP e dimostrano che, con un leader forte e capace di governare, il nazionalismo induista propugnato da Modi può diventare una ricetta non più vivente.
Il Congress conferma il suo stato comatoso, con una leadership allo sbando è una transizione ancora tutta da intraprendere, lasciando indietro la vecchia guardia, alla ricerca di volti nuovi e risposte nuove da proporre ai problemi del Paese.

‘Aar se hum hatash nahi hote’ ovvero ‘la sconfitta non ci scoraggi!’ si può leggere in queste ore sui cartelli affissi in alcune sedi del BJP. Ma, in realtà, c’è ben poco di cui scoraggiarsi in quelle stanze: in fondo, anche le elezioni a New Delhi hanno sancito che, per il momento, non ci sono alternative a Modi e al ‘Partito del popolo’, ma soprattutto, che un’eventuale opposizione non può basarsi su un’eccezione come è quella dell’AAP che stravince nella capitale, ma è inesistente nel resto del Paese. E di questo si dice convinto anche Ugo Tramballi, editorialista de ‘IlSole24Ore’ e responsabile del Desk India presso l’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale).

 

Per la seconda volta consecutiva, le elezioni locali a Nuova Delhi sono state vinte dall’Aam Aadmi Party (AAP), il Partito dell’Uomo Qualunque, guidato da Arwind Kejriwal. Qual è il segreto, la ricetta di tale successo? 

New Delhi, come tutte le metropoli del mondo, è più attenta al progresso. E’ vero che l’AAP, già a partire dal nome, è un partito piuttosto populista, però è anche vero che è molto avanzato, ha governato bene, ha reso la città più pulita, c’è più attività culturale. Essendo, come tutta le capitali, abitata da tutte le etnie del Paese, c’è sempre stata molta tolleranza. L’ultimo ‘comunalism’ fra etnie o religioni diverse risale al 1984 quando Indira Gandhi fu assassinata dalla sua scorta, dei soldati Sikh, e questo evento scatenò gli indu contro i Sikh. Ma da allora non è mai più avvenuto uno scontro così sanguinoso tra etnie. L’AAP si è candidato in pochi posti perché poi fuori da Delhi non ha mai avuto successo.
A differenza di altre forze ‘populiste’ nel mondo, l’AAP, anche dopo anni di governo, non diminuisce i suoi consensi. È la buona capacità di governo che quindi viene premiata? 
Bisogna prima intendersi sul significato di ‘populista’: in politica tutto quanto è ‘populismo’ non foss’altro perché ogni partito, alle elezioni successive, deve farsi eleggere. Quindi l’elemento del ‘populismo’ è insito a tutti i partiti politici come dimostrano i conservatori inglesi che hanno comunque cavalcato la Brexit. Nel caso dell’AAP, il populismo è più proiettato verso una dimensione ‘liberal’ sia negli appelli sia nelle azioni politiche. Si candidano in pochi posti anche perché il loro messaggio, di fatto, non è poi così populista da avere un appeal globale indiano, tuttavia nell’Uttah Pradesh hanno candidato il primo transessuale della storia politica indiana. Ecco perché ‘populismo’ sì, ma un ‘populismo progressista’.
Molto è stato fatto per l’istruzione, l’elettricità, l’acqua di New Delhi: secondo Lei, sono questi i provvedimenti del governo a guida AAP che sono stati più apprezzati dall’elettorato locale?
Sì, il ‘buon governo’. Facendo un paragone italiano, si potrebbe pensare a Milano dove un insieme di buoni provvedimenti probabilmente favorirà la rielezione dell’attuale giunta il prossimo anno. Ma, tornando al caso indiano, si tratta di provvedimenti sui quali anche Narendra Modi ha vinto le elezioni. Per esempio, Modi ha sponsorizzato e attivato la campagna ‘defecation free’ che prevedeva la costruzione di circa 140 milioni di gabinetti in giro per l’India: costruire gabinetti significa, per il Paese, qualità, salute, sopravvivenza da malattie, che colpivano soprattutto le donne e i bambini, oppure da animali selvatici. E su queste cose, anche a Delhi l’amministrazione locale ha fatto molto.
Conoscendo l’origine storica del movimento di protesta che ha poi portato alla nascita dell’AAP, il Partito dell’Uomo Qualunque ha sempre propugnato con forza la lotta alla corruzione politica. Dall’elettorato, questa è percepita come una promessa mantenuta e quindi costituisce un elemento del successo alle urne? L’AAP riesce effettivamente a portare avanti questa battaglia?
Sì, infatti non è un caso che, mentre a livello locale, alle elezioni del territorio della capitale, l’AAP abbia vinto con 62 seggi su 70 mentre, alle elezioni nazionali di maggio scorso, la maggior parte degli elettori ha votato per il BJP che, sotto questo aspetto, lanciava lo stesso slogan perché effettivamente Narendra Modi ha compiuto una campagna contro la corruzione. E questo è stato un elemento del suo successo come di quello di Kejriwal: la questione della lotta alla corruzione del mondo della politica ha quindi premiato, a livello locale, Kejriwal e, a livello nazionale, Modi, nonostante appartengano a due partiti molto diversi.
La modernità dell’azione politica dell’AAP si accompagna anche con la presenza di volti nuovi, giovani. E questo è stato certamente un altro aspetto vincente. 
Sì, la capacità di fare un ricambio generazionale. C’erano molti giovani, distribuiti nei circa trenta collegi della città. Magari non necessariamente tutti nuovi perché qualcuno era presente già nella precedente legislatura, ma comunque giovani quindi non legati ad un passato di mal governo. Questo anche perché con Anna Hazare, all’origine del movimento contro la corruzione nel 2011, erano stati spazzati via tutti quei politici e intellettuali che, visto il successo, si erano buttati sulla nuova creatura politica. Hazare, in quel momento, fu molto netto: chi veniva da un altro partito, chi aveva fatto politica con altre forze, non poteva aderire al movimento. E questa barriera è stata mantenuta anche quando Kejriwal ha trasformato il movimento in un vero e proprio partito, nonostante la contrarietà di Hazare. Quel rigore nella selezione dei candidati è rimasto.
Ma non a scapito dell’efficenza, della buona capacità di governo.
Certamente, è un insieme di cose.
Qual è oggi il ruolo di Hazare e come viene considerata la sua figura dall’elettorato?
È difficile dirlo. Sicuramente non ha più l’appeal che aveva prima anche perché le sue battaglie sono state a livello nazionale, non solo a Delhi. Non dimentichiamo che le più grande manifestazioni con Hazare sono avvenute a Mumbai. Tuttavia, a dispetto del successo nazionale, lui non ha mai voluto buttarsi sul piano politico e quindi sintetizzare tutti i movimenti sociali in politica. Questo per due ragioni: innanzitutto perché non aveva la certezza del successo, e non aveva torto, ma anche perché non aveva bisogno di ciò. Lui era già molto famoso così e quindi non aveva bisogno di provarsi sul terreno politico e farsi eleggere per competere e diventare Chiefminister o, addirittura, Primo Ministro, soprattutto quando, nel 2011, era iniziata la pesante r visibile crisi del Congress e non era detto che il BJP, anch’esso senza un leader politico da proporre alle elezioni del 2014, potesse essere in grado di prendere il potere. Si sapeva che Narendra Modi era un personaggio di grande successo nel Bujarat, ma era tutto da vedere. Hazare ha preferito non misurarsi con questo, anche perché aveva già la sua età. Però, secondo me, è giusto, che ci sia stata la trasformazione politica del movimento, anche se poi ha avuto veramente successo solo a Delhi, perché qualsiasi movimento di protesta che resta tale viene alla fine messo fuori gioco dalla politica: c’è infatti il tema del dopo e cioè della proposta politica. Se prendiamo il caso della proposta politica e di Hazare, la lotta alla corruzione va bene, ma poi la politica di molto di più, c’è bisogno di una visione d’insieme del governo. Sulla base del successo del 2011, almeno ci hanno provato, anche se il vero successo lo hanno avuto solo a Delhi. È stato un passaggio naturale: se pensiamo al mahatma, egli ha partecipato alla sua lotta, ma poi l’ha affidata al partito e ad un uomo, Jawaharlal Gandhi. Tuttavia, se non ci fosse stato il passaggio, probabilmente la storia sarebbe stata diversa.
Kejriwal è stato, di recente, accusato nuovamente del ‘tradimento’ di Hazare. I risultati elettorali, grazie al buon governo, però, danno credito alla sua capacità di leadership?
Sì, ormai dopo la terza vittoria, ha un profilo che è ormai nazionale, ben oltre Delhi. Anche Hazare è stato accusato di essere un agente delle RSS, di essere un musulmano nascosto. Ovviamente, quando hai successo i tentativi di screditarti si moltiplicano.
Perché l’AAP non è ancora riuscito a varcare i confini della capitale, proponendosi a livello nazionale? Il suo è destinato a rimanere un successo locale?
Perché il brand del partito è la lotta alla corruzione. Ma non basta per acquisire consenso a livello nazionale. Possono far vincere l’AAP alle elezioni locali, ma poi vogliono vedere qualcosa di più. Perciò, probabilmente, le forze di questo partito non riescono ad oltre i confini della città. Sanno amministrare bene, ma sanno amministrare bene una città. Non vengono considerati capaci di gestire un Paese. Se guardiamo al panorama politico indiano nel suo complesso, il Congress e il BJP sono gli unici due partiti, sia che vincano sia che perdano, che sono presenti in tutti gli Stati, in alleanza o da soli, e quindi nazionali. In tutto il resto del Paese, i partiti locali che hanno successo portano talmente tanti deputati solamente nel loro Stato che neanche ci provano a mettersi contro la cultura organizzativa di un partito come il Congress o il BJP. Credo che l’AAP rientri in questo discorso. E’ un partito percepito come locale.
Di contro, cosa ha impedito, anche questa volta, al BJP di ‘espugnare’ la capitale? 
Gran parte delle persone che hanno adesso votato per il ‘Partito dell’Uomo Qualunque’, alle elezioni nazionali dello scorso maggio, hanno votato per BJP. Questo perché l’AAP viene da cinque anni di buon governo e non dimentichiamo che Modi, se escludiamo l’aspetto religioso induista, non ha dato gran prova dal punto di vista economico. L’AAP a livello locale funziona mentre l’appello di BJP, visto come il partito della riaffermazione della maggioranza indù, non è riuscito a mettere in secondo piano il buon governo degli ultimi cinque anni degli altri. Credo che basterebbe poco perché gli elettori dell’AAP di oggi possano un domani votare per il BJP: è un elettorato molto mobile.
Quindi, secondo Lei, hanno avuto un certo peso anche le fallimentari politiche economiche del BJP a livello nazionale?
Non saprei dirlo con certezza. A livello nazionale, se oggi si votasse, la questione economica è molto seria. La crescita, secondo il Fondo Monetario Internazionale, è al 4,8%, un 1,3 distante dalla famosa ‘crescita indù’ di Amartya Sen che corrisponde al 3,5% che, per l’India, equivale alla stagnazione. Se si votasse a livello nazionale sarebbe un elemento decisivo sebbene tutti i sondaggi dicano che la maggioranza sia ancora favorevole al BJP di Modi.
In quest’ottica, se il nazionalismo indù è apprezzato su scala nazionale, forse non lo è altrettanto nella capitale?
Nella capitale hanno votato sulla buona amministrazione come facciamo noi quando votiamo per il sindaco o il presidente della regione. Chi votava per il governo della città, che come tutte le metropoli è sempre più politicamente all’avanguardia, meno conservatrice rispetto alla media nazionale, hanno scelto il buon governo.
Quindi non crede che sia stato anche un voto di protesta contro le leggi discriminatorie del BJP sul diritto di cittadinanza dei musulmani?
No, credo che abbiano votato più in maniera pragmatica. La campagna elettorale del BJP, con il suo brutale ideologo Amit Shah, era molto concentrata sulle grandi tematiche nazionali, sui musulmani, sulle proteste alle università di Delhi mentre quella dell’AAP si concentrava sulle problematiche della città. Sicuramente molti elettori di Delhi alle politiche hanno votato per il BJP, ma in questo caso no, avendo l’opportunità di votare per la loro città.
Nel corso della campagna elettorale, Modi ha fatto solo un paio di comizi. Ha preferito non metterci la faccia perché intuiva che l’esito sarebbe stato disastroso? E, comunque, lo scarso impegno di Modi ha contribuito alla debacle?
Non lo so e poi comunque, se non lui, Amit Shah e il partito si sono impegnati molto. Mentre il Congress non si è visto avendo capito di non essere più in grado di conquistare dei seggi, il BJP ha investito moltissimo su questa campagna, non tanto perché pensassero di vincere, ma magari di conquistare la metà dell’assemblea cittadina. Dato questo impegno, è comunque uno smacco per il BJP.
Il buon governo spiega anche perché il BJP perda nelle aree metropolitane, a maggioranza induista?
Sì, proprio perché il BJP è percepito come un partito nazionale e non trova un leader locale di qualità, succede questo. E poi c’è metropoli e metropoli. L’elemento del nazionalismo religioso non è stato centrale anche perché, sebbene molto grande, è comunque una città.
Per la seconda volta, il Congress non ha conquistato neanche un seggio, nonostante New Delhi sia stata per anni feudo del partito dei Gandhi e dei Nehru. È una conseguenza della profonda crisi che sta attraversando il partito, anche a livello nazionale?
Sì e potrebbe anche cessare di esistere. Magari non succederà per la sua storia, perché è il partito che ha dato vita al Paese, tuttavia ha un problema di leadership. Con Raul Gandhi, il Congress non ha avuto in questi ultimi anni non ha avuto una leadership: è il ‘kharma’ che lo ha spinto a diventare leader, ma, come suo padre (prima è morto il fratello che era l’erede naturale, la madre lo ha costretto a darsi alla politica e poi è morta anche la madre), non aveva nessuna voglia. Non è un politico, non è capace e il programma politico del Congress è veramente debole rispetto all’abilità di Narendra Modi.
A questo punto, la caratteristica del ‘partito-famiglia’ penalizza il Congress, impedendogli  uno scatto in avanti?
Con Narendra Modi, si vede bene come il ‘partito-famiglia’ sia finito. Il 35 per cento dei deputati del BJP al Sansad saranno pure frutto del nepotismo, ma il leader no: niente a che vedere con il Congress. È credibile che, se Sonia e Raul si ritirano, nel partito scoppia il caos, però è molto più sicuro che il partito esploda e muoia piuttosto che la famiglia continui a fare del Congress un possedimento personale. Ci sarebbero più possibilità di rinascita per il partito senza la famiglia piuttosto che con la sua protezione da lotte intestine.
Lotte intestine tra quelle gerontocrazie che danno l’immagine di un partito immobile, incapace di dare nuove risposte ai problemi del Paese.
Esattamente, tanto è vero che, dopo la sconfitta dello scorso maggio, Raul aveva fatto dei grandi cambiamenti nel partito, coinvolgendo dei giovani. Tuttavia, quando questi cambiamenti non hanno portato ad una rinascita del Congress e non hanno evitato nuove brutali sconfitte, anche perché il vecchio partito di Sonia non mollava e impediva ai giovani di decidere, dopo le elezioni del 2019, c’è stato un ripulisti di tutte le nuove figure e di tutta la squadra di Raul il quale è rimasto solo, nelle mani della madre. Certo le vittorie con esponenti della vecchia guardia nel Punjab e nel Madhya Pradesh non aiutano il partito a rinnovarsi. Il Congress non ha mai governato così pochi Stati dell’Unione.
Si può dire che, a New Delhi, coloro i quali, fino a due elezioni fa votavano per il Congress, ora votano per l’AAP?
Sicuramente sì, l’ex elettorato del Congress vota per l’AAP, non certo per il BJP.
Per l’AAP hanno votato anche i musulmani che storicamente votavano per il Congress?
Certamente, i musulmani si sentono protetti dall’AAP come si sentivano protetti dal Congress. L’AAP non ha mai manifestato posizioni legate ad una religione. Anche se Kejriwal ha reso di essere devoto ad una divinità indù, questo non ha influito perché quello che conta sono le politiche. Anche il Mahatma Gandhi non ha mai nascosto di praticare la religione indù, ma, come lui stesso sosteneva, “la religione non è questione pubblica, ma una questione privata tra l’uomo e Dio”.
Facendo un rapido calcolo, con New Delhi, le forze avversarie al BJP controllano 12 governi statali/territoriali contro i 16 (che rappresentano il 42% della popolazione) in mano all’Alleanza democratica nazionale (Nda) guidata dal BJP. Questo complica per Modi il governo del Paese?
Non credo perché l’idea dell’unità nazionale rimane intoccabile, a prescindere da quale partito governi il Paese. Se si esclude l’epoca degli anni ‘80 quando c’erano forze centrifughe molto pericolose, oggi quella situazione non c’è più. L’Unione Indiana si è molto ricompattata e quindi, indipendentemente da chi guidi lo Stato, non cambia nulla nella stabilità del Paese. Anzi, questo è un bel segnale come quando alcuni Stati si sono rifiutati, violando la Costituzione, di applicare le leggi discriminatorie di Modi sulla cittadinanza dei musulmani.
Quella di New Delhi è la sesta sconfitta locale per il BJP. Essendo anche la capitale, è un brutto smacco per Modi?
Sì, ma è anche vero che non hanno perso New Delhi, non l’hanno mai conquistata. Non è così grave come se perdesse il Gujarat (lo Stato dove è nato Modi).
Se il nazionalismo religioso del BJP non è stato un elemento determinante per l’esito del voto, la linea di Modi tendenzialmente non cambierà?
Penso di no. Magari staranno attenti a non fare decisioni una dopo l’altra, ma la loro è una politica fortemente ideologica che non credo sia dettata unicamente dalla necessità di coprire le fallimentari politiche economiche. Il BJP non è in grado di fare le riforme economiche perché c’è un elemento autarchico molto forte. Indira Gandhi definiva il BJP il “partito della cassa dei commercianti” perché in realtà erano tutti commercianti. E questo lo rende incapace di fare le riforme necessarie: è un BJP molto diverso da quello, ad esempio, della fine degli anni ‘80 che era molto più di centro, conservatore, ma all’Europea.
In molti vedono in questa elezione di New Delhi una battuta d’arresto di Modi. È così?
Non credo perché comunque a livello nazionale il BJP è ancora vincente.

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