domenica, Giugno 7

India: l’impossibile al Coronavirus COVID-19 sarà possibile alla povertà? “Il problema non sarà forse tanto la diffusione del virus quanto il dopo, ossia la crisi economica”

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Corona e Covid, sono questi i nomi che, in India, in tempo di pandemia da Coronavirus COVID-19, una coppia di genitori ha deciso di attribuire ai suoi due gemellini nati il 27 Marzo scorso nello Stato indiano del Chhattisgarh. «Vogliamo che finiscano le paure legate a questo virus e che le persone siano sempre più sensibilizzate all’importanza della pulizia e dell’igiene» ha dichiarato il papà.
Al momento però l’India non sembra essere particolarmente colpita dal Coronavirus. Anzi: i contagi superano di poco le 6mila unità e le vittime le 200. Numeri che sono un lontano ricordo per l’Italia e per molti altri Paesi europei, oltre che per gli Stati Uniti, ormai divenuti l’epicentro della pandemia.
È forse con questi dati alla mano che il Sottosegretario alla salute Lav Agarwal ha affermato: «Grazie al provvedimento, meno della metà dei distretti del paese sono stati toccati dal virus, quindi il 60 per cento dell’India potrebbe tornare alla normalità dopo il 14 aprile». In effetti, il lockdown, fra i più severi al mondo secondo l’Università di Oxford, è stato imposto, nonostante il primo caso di COVID-19 fosse stato registrato alla fine di Gennaio, dal Premier Narendra Modi il 24 Marzo – «Mi scuso con la popolazione per l’inconveniente causato. Mi scuso in particolare con le fasce povere e finanziariamente più deboli. Alcune persone credono che seguendo le regole del blocco aiutino gli altri ma ciò non è corretto. Questo è un mito e non è corretto. Il blocco serve a proteggere te e i tuoi familiari», aveva detto il Primo Ministro durante il suo programma radiofonico mensile ‘Mann Ki Baat’ – e potrebbe concludersi a breve, dopo aver costretto a casa per 21 giorni oltre 1,3 miliardi di persone (il più grande lockdown della storia), causando, tuttavia, fughe di centinaia di migliaia di persone, ormai prive di lavoro – oltre il 90% della forza lavoro indiana è impiegata nell’economia informale – dalle grandi città verso i propri villaggi. Tali movimenti di massa sono stati interrotti con la chiusura dei confini dei singoli Stati indiani ai quali, da Costituzione, è attribuita il controllo della chiusura dei confini. Ma, stando ai dati ufficiali, quegli spostamenti non hanno avuto conseguenze, almeno per ora, sull’andamento dei contagi.
A fronte di un (perlomeno attuale) andamento lento della diffusione del virus, il governo si trova a dover pesare, da una parte, la situazione specifica di un Paese in cui le condizioni igienico sanitarie sono piuttosto precarie, l’abitudine di lavarsi le mani e lo stesso accesso all’acqua poco radicata, il distanziamento sociale spesso impossibile, in particolare nelle aree più popolose, un sistema sanitario estremamente fragile.

Solo pochi laboratori governativi sono attrezzati per fare tamponi, anche se alla fine potrebbero essere mobilitati anche dei laboratori privati. Anche se il governo ha ordinato un milione di kit di test dalla Germania, preoccupa il numero relativamente piccolo di test effettivamente eseguiti, neanche 46mila a fine Marzo.

Contrariamente alla Cina, dove la capacità di ricovero ospedaliero è superiore rispetto ai Paesi ad alto reddito con 4,2 posti letto per 1.000 abitanti, il tasso è in media di soli 0,7 posti letto in India (un letto in isolamento ogni 84.000 persone e un letto di ospedale ogni 1.826 indiani). Se i posti in terapia intensiva scarseggiano, lo stesso dicasi per i ventilatori (soltanto 40.000 in un Paese di oltre un miliardo di persone). Per quanto riguarda il personale sanitario, si parla di un medico ogni 11.600 indiani.

E se si pensa che il governo suggerisce ai pazienti che manifestano sintomi di contattare direttamente il proprio medico, piuttosto che un numero di emergenza, la situazione potrebbe essere ancor più allarmante.

Dopo 20 anni di tagli della spesa pubblica (anche il Primo Ministro Modi non si è sottratto a tale pratica), con il solo 1% del PIL investito in sanità, lo sviluppo delle infrastrutture è stato in gran parte rilevato dal settore privato, nella misura in cui meno di un terzo dei casi di malattia sono ora curati dai servizi pubblici. L’assistenza sanitaria privata è costosa e non disponibile per molte famiglie povere che lascia come unica loro opzione le strutture sanitarie pubbliche.

Dall’altra parte, ci sono le ricadute economiche di un lockdown prolungato – che, però, sta contribuendo a ridurre l’inquinamento nei cieli indiani, rendendo nuovamente visibili, dopo oltre 30 anni, agli abitanti di Jalandhar, nello Stato del Punjab, le vette innevate di una porzione della catena dell’Himalaya, la catena del Dhauladhar -e del post-Coronavirus soprattutto per le fasce più deboli, quali quelle dei lavoratori a nero. Quella in atto è una crisi economica, “la peggior caduta economica dai tempi della Grande Depressione” l’ha definita la Direttrice generale del Fondo monetario internazionale, Kristalina Georgieva. Se si tiene conto che alla recente riunione straordinaria del G20 i Paesi membri si sono impegnati a mobilitare risorse per 5 trilioni di dollari le parole di Georgieva sembrano forse meno esagerate. Secondo un rapporto della Commissione economica e sociale per l’Asia e il Pacifico delle Nazioni Unite, il prodotto interno lordo indiani, a causa del Coronavirus, nell’anno fiscale in corso, 2020-21, dovrebbe crescere solo del 4,8%, una previsione leggermente meno negativa di quella della Banca asiatica di sviluppo (Adb), che ha rivisto in questi giorni la sua stima di crescita al 4%, ma non generosa come quella di Moody’s che nelle ultime settimane ha rivisto le sue stime al 5,3%.
Per immettere liquidità nell’economia nazionale, la Reserve Bank indiana ha ridotto i tassi di interesse: il tasso repo, in base al quale l’istituto offre prestiti a breve termine alle altre banche, è sceso di 75 punti base, dal 5,15% al 4,4% mentre il reverse repo, in base al quale prende in prestito denaro dalle banche e assorbe la liquidità in eccesso, di 90 punti base, dal 4,9 al 4%. Tutto questo nell’ottica di rendere più facile alle banche concedere prestiti alle imprese. Il sistema bancario sembra, però, tutt’altro che pronto.
Al contempo, il governo Modi ha varato un primo  pacchetto di misure economiche del valore complessivo di 1.700 miliardi di rupie (quasi 20,59 miliardi di euro), ed indirizzato prevalentemente agli operatori sanitari e alle categorie vulnerabili. Cinque chilogrammi di grano o riso e un chilogrammo di legumi al mese saranno forniti per tre mesi a 800 milioni di poveriPer circa 2,2 milioni di lavoratori della sanità è prevista una copertura assicurativa di cinque milioni di rupie (60 mila euro circa). Un bonus di mille rupie sarà erogato a 30 milioni di cittadini anziani. Per gli agricoltori è stato disposto un pagamento anticipato di duemila rupie (24,2 euro) nella prima settimana di Aprile, all’interno del programma di sostegno al reddito agricolo Kisan Yojana, di cui usufruiscono di 87 milioni di agricoltori. 200 milioni di donne riceveranno 500 rupie (poco più di sei euro) al mese per il prossimo trimestre nell’ambito del programma Jan Dhan.
Da 182 a 202 rupie (da 2,2 a 2,45 euro) al giorno sono aumentati gli stipendi per 136,2 milioni di famiglie di lavoratori che godono del sostegno previsto dal Mahatma Gandhi National Rural Employment Guarantee Act (Mgnrega), la legge sul diritto al lavoro e alla sicurezza sociale, che garantisce almeno cento giorni di impiego salariale per anno finanziario a ogni famiglia i cui membri adulti si offrano volontari per svolgere lavori manuali non qualificati.
Inoltre, a 80 milioni di famiglie saranno distribuite gratuitamente bombole a gas per tre mesi e, dato che anche i lavoratori con salario fisso inferiore a 15 mila rupie (181,6 euro) al mese impiegati in imprese con meno di cento lavoratori sono a rischio di perdere il lavoro, il governo ha anche proposto di pagare il 24 per cento della loro retribuzione mensile.
Negli ultimi giorni Sonia Gandhi, la leader del Congress Party, la principale forza di opposizione, è tornata a proporre il Nyay Yojana, un progetto di reddito minimo garantito, la principale proposta del partito nella campagna elettorale dell’anno scorso.
Allo studio ci sarebbe anche un fondo con una dotazione compresa tra 500 miliardi e 750 miliardi di rupie (tra 6 e 9 miliardi di euro) per fornire denaro a basso costo alle industrie, alle piccole e medie in primis. Intanto, per solidarietà con la popolazione, il Consiglio dei Ministri indiano, riunitosi qualche giorno fa in videoconferenza, ha approvato un’ordinanza per ridurre del 30% gli stipendi dei parlamentari e dei ministri per contribuire a far fronte all’emergenza Coronavirus.
Sono sufficienti le  misure messe in campo dal governo, sia in ambito sanitario sia in ambito economico? Ci sono rischi di disordini sociali? La tenuta della più grande democrazia del mondo è a repentaglio? A queste domande ha risposto Ugo Tramballi, editorialista de ‘IlSole24Ore’ e responsabile del Desk India presso l’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale).
 
Il 24 Marzo scorso il Premier indiano ha annunciato il lockdown per il suo Paese, con una popolazione pari ad 1,4 miliardi di persone. È stato tempestivo, ha riconosciuto subito l’emergenza? 
Non sono sicuro che sia stato prima degli altri ad imporre il lockdown e ad ammettere la presenza del virus anche perché non sappiamo quando è stato contagiato il paziente zero, non sappiamo da quanto tempo passa questo virus in India, come del resto, in tutto il mondo: un po’ perché c’è una gravissima carenza del sistema sanitario indiano, sebbene anche i sistemi più efficienti siano stati colti impreparati; un po’ perché poi ogni Paese conta i contagiati modo suo. E poi perché comunque la natura del virus rende contagiosi anche chi non ha sintomi. Sappiamo che l’India è una grande democrazia e quindi se anche Modi avesse provato a nasconderlo, la stampa lo avrebbe denunciato.
Il Premier indiano ha annunciato, anche con commozione, la necessità di imporre nel giro di poche ore il lockdown. Si è poi subito attivata la grande macchina di propaganda del Premier. La sua comunicazione continua ad essere efficace, non solo per i suoi elettori, ma per l’intero popolo indiano?
Credo di sì, il consenso che Modi aveva, a dispetto di tutte le cose che ha fatto, sia rimasto ancora oggi, anche perché la bomba epidemica non è scoppiata: ad oggi, abbiamo 6725 casi e 229 morti. Lo Stato più contagiato, il Maharashtra, con 12 milioni di abitanti, conta 1674 contagiati, ospedalizzati 125 e morti 98. E parliamo di un Paese con 1,4 miliardi di persone. Quindi, al di là del Lockdown, al di là del fa fatto che milioni di indiani hanno preso treni affollati per raggiungere i loro villaggi perché hanno perso il lavoro – l’occupazione informale, a nero, in India, costituisce il 60% dell’occupazione totale – non c’è tuttavia un’esplosione che, tra l’altro, finisca per mettere in discussione il consenso del leader che si trova a gestire questa crisi.
Le opposizioni e i governatori dei singoli Stati, ai quali è demandato il compito di controllare la chiusura dei confini, hanno condiviso le misure prese dal governo? 
Il Congresso, nonostante non sia più il principale partito di opposizione, e quindi conti molto meno di quanto appare, è stato anche molto critica, ha impiegato molto tempo prima di adeguarsi al clima di ‘unità nazionale’. Anche tra i governatori dei singoli Stati non sono mancate le voci critiche, come da noi in Italia le regioni. È una crisi talmente grave che bisognerebbe pensare a delle ‘commissioni di inchiesta’ per chiarire le responsabilità. E questo ancora di più in India.
Secondo l’osservatorio dell’Università di Oxford, le misure restrittive attuate dal governo indiano sono tra le più severe a livello globale. Era inevitabile vista l’imponente situazione demografica, oltre alle difficoltà della sanità?
Sì, date le dimensioni e data l’impossibilità di avere quell’istanza mento sociale che noi ci possiamo permettere. Però, nonostante questo, i dati attuali sono ancora bassi anche nelle aree più densamente popolate.
Forse sono state anche troppo dure le contromisure, stando alle immagini che ritraggono i poliziotti picchiare i pochi cittadini per strada. Anche questa durezza ha garantito un maggiore rispetto delle restrizioni?
Sì, ma la polizia è sempre stata molto severa, di mano pesante soprattutto quando si trovava di fronte dei musulmani. È ovvio che quando tu hai un governo così nazionalista e così anti-musulmano è difficile aspettarsi altro. È successo anche in occasione delle recenti leggi sulle nazionalità.
Le migrazioni di massa potrebbero rivelarsi un catalizzatore della diffusione del contagio?
Sì. Modi ha applicato le restrizioni più dure possibili, tenendo conto che comunque l’India è una democrazia, ma che le condizioni igieniche e sanitarie sono difficili e il distanziamento sociale quasi impossibile. Quelle fughe, che ormai sono accadute più di due settimane fa, hanno ricordato quelle avvenute a Milano e dovrebbe essere passato il picco. Il virus non passa con il caldo, ma, essendo un’influenza, il caldo potrebbe aver aiutato gli indiani anche perché, comunque, non bisogna dimenticare che l’India condivide una frontiera enorme con la Cina che, sebbene i rapporti politici con Pechino siano difficili, rimane il primo partner commerciale dell’India e questo, al momento, non ha avuto effetti neanche a Nuova Delhi dove ci sono molti cinesi che fanno affari. Non vorrei essere troppo ottimista, ma se non vediamo migliaia di morti ora che siamo a più due settimane dal lockdown, non credo possano aumentare troppo i contagi o le vittime. E poi dobbiamo ricordare che, come negli altri Paesi, se anche moltiplichiamo i valori attuali in India, i risultati vanno sempre rapportati ad una popolazione di quasi un miliardo e mezzo.
La popolazione ha compreso la necessità del governo di invocare il lockdown?
Sì, non mi è sembrato di sentire nulla di critico su questa cosa come in tutto il mondo, anche nei Paesi democratici, ovviamente considerato la durata limitata. Il problema non è più tanto la diffusione del virus quanto il dopo, ossia la crisi economica.
La sanità è una competenza esclusiva dello Stato centrale o concorrente con i diversi Stati? E prevale più il privato o il pubblico?
Non saprei dire fino a che punto è una competenza dello Stato centrale e quanto dei singoli Stati federali. Sicuramente prevale il privato, sebbene più costoso. Gli ospedali pubblici sono dei ‘gironi danteschi’. I medici indiani sono tra i migliori medici, tra i più preparati.
Questo vuol dire che le cure migliori sono riservate a quelli che hanno più possibilità?
Assolutamente sì, non esiste una sanità pubblica, un sistema sanitario che garantisce i servizi essenziali in modo universale come da noi.
L’India investe solo l’1% del PIL in sanità. Il sistema sanitario è dunque pronto ad affrontare l’emergenza Coronavirus? Ad esempio, dal punto di vista dei dispositivi di protezione individuale (mascherine, guanti, …), l’India produce o, comunque, dispone di materiale a sufficienza?
Credo di sì. Ovviamente ci saranno dei luoghi dove si producono visto che è un Paese ormai dedito alla produzione di massa. In Occidente non ne abbiamo perché sono un prodotto di bassa qualità tecnologica e quindi affidato a Paesi come il Bangladesh. Non so esattamente quante mascherine produca l’India, ma comunque ne produce molte.
Per quanto riguarda i posti letto in terapia intensiva, la situazione varia dai singoli Stati, ma nel complesso, l’India ne ha solamente 100mila, 2 letti ogni 100mila abitanti, un sesto di quanti posti disponibili in Europa e la metà di quelli cinesi. Sono stime verosimili?
Sì, e sono pochissimi se pensiamo alla popolazione che è di 1,4 miliardi.
E di ventilatori?
Di ventilatori credo ce ne siano pochissimi. Se le terapie intensive sono poche, penso che i ventilatori lo siano ancora di più.
In riferimento ai tamponi, l’India in quali condizioni si trova? E ne fa pochi?
Dai numeri, sembra che i test effettuati siano pochi.
Ed è per questo motivo che i numeri dei contagi sono così bassi?
Sì, ma non solo visto che gli asintomatici sono tantissimi e, pur non pesando sul sistema sanitario, diffondono il virus in maniera incontrollabile. Sono convinto che le proporzioni siano molto simili alle nostre.
Ma i numeri bassi sono solo una questione di tempo? In altri termini, l’India è solo indietro tre o quattro settimane rispetto all’Italia?
Sì è solo una questione di tempi oltre che alle condizioni che ricordavamo prima. Se anche diamo per buono che Modi è stato più tempestivo di tutti nel dichiarare il lockdown, dobbiamo comunque ricordare che i posti letto non ci sono, le strutture mediche non ci sono, la gente muore ancora per le malattie più banali in India.
Guardando ai numeri attuali, dove si concentrano i contagi? Negli Stati e nelle città più densamente popolati?
Lo Stato più colpito è il Maharashtra perché è lo Stato più aperto al mondo, dove c’è il maggior numero di stranieri, con la città di Mumbai, il cuore della finanza e dell’economia indiana. Un altro Stato maggiormente colpito è il Tamil Nadu perché anche quello, aperto sul mare, è molto aperto verso l’estero, verso l’Oriente e l’estremo Oriente.
E nelle cosiddette ‘slums’, ossia le grandi baraccopoli, qual’è la situazione? Il contagio è più diffuso?
Se prendiamo ad esempio Delhi, si parla di 720 contagi e 12 decessi, ma se andiamo nei distretti, i numeri rimangono sempre piccoli. Nelle baraccopoli è più facile il contagio, ma è anche vero che non credo nessuno entri a verificare o a fare test. Chi è malato lì sta a casa e do per scontato che non rientri nei conteggi. Il fatto però che l’India è una democrazia e che la stampa è libera rende più difficile l’ipotesi per cui se scoppia un focolaio questo non venga denunciato.
Riguardo alla sperimentazione di farmaci o alla preparazione di vaccini, l’India sta facendo qualcosa?
Non saprei. Quello che è certo è che l’India è uno dei principali produttori di farmaci al mondo e tra l’altro sono farmaci a basso costo. Il suo problema è il backoffice, non la produzione visto che è arrivata a produrre più farmaci anche della Cina. È un asset strategico indiano e non credo che nessun altro Paese possa aiutare, su questo versante, l’India che presenta un’industria farmaceutica di alto livello. Non so se ciò possa avvenire per questo riguarda le mascherine o i guanti, che sono comunque prodotti di basso valore tecnologico, almeno fino ad un mese fa, e non è facile stabilire se ne producano abbastanza. 
In questi giorni, il governo Modi ha dato il via libera alle app di tracciamento. Questo può essere uno strumento efficace in una democrazia così grande e popolosa come l’India?
Questo è stato possibile in un Paese geograficamente piccolo, con una popolazione di 80 milioni di abitanti come la Corea del Sud dove, però, c’è un’altissima diffusione delle nuove tecnologie. In un Paese come l’India, il telefonino lo hanno in ogni villaggio, la gente non deve nemmeno imparare a leggere e a scrivere visto che esistono le istruzioni vocali sui cellulari. E sono molto diffusi anche perché, come è successo nella farmacologia, anche nella telefonia c’è stata una produzione a bassi costi. Per quanto sia un fenomeno la grande diffusione del telefonino, non credo che un’app così possa funzionare: parliamo di grandi numeri, ma anche di distanze spesso non coperte da vie di trasporto neanche da Secondo Mondo e questo sarà un problema nel post-Coronavirus. La loro lotta alla povertà rischia di essere vanificata.
Non sono certo una scoperta di oggi la grande densità di popolazione che rende difficile il distanziamento o le precarie condizioni igieniche dell’India, dove molti milioni di cittadini non hanno l’abitudine e, spesso, neanche la possibilità di lavarsi le mani, come invece raccomandato dall’OMS per contenere il contagio. Quanto è pericolosa questa situazione e il governo Modi sta facendo qualcosa a riguardo?
Sì certo. In 600mila villaggi indiani, la gente quando vede l’acqua la beve, non vi si lava le mani perché quello dell’acqua è un problema fondamentale per la loro economia. Nella stagione dei monsoni, gli indiani si lavano le mani anche 50 volte al giorno, ma per il resto dell’anno questo non avviene.
Come è ormai chiaro, alla crisi sanitaria si accompagna una grave crisi economica, “la peggior caduta economica dai tempi della Grande Depressione” l’ha definita la Direttrice generale del Fondo monetario internazionale, Kristalina Georgieva. Secondo un rapporto della Commissione economica e sociale per l’Asia e il Pacifico delle Nazioni Unite, il prodotto interno lordo indiani, a causa del Coronavirus, nell’anno fiscale in corso, 2020-21, dovrebbe crescere solo del 4,8%, una previsione leggermente meno negativa di quella della Banca asiatica di sviluppo (Adb), che ha rivisto in questi giorni la sua stima di crescita al 4%, ma non generosa come quella di Moody’s che nelle ultime settimane aveva ipotizzato una crescita al 5,3%. Ad oggi, in India, 300 milioni di persone vivono con 100 rupie (circa 1,20 euro) al giorno e il governo Modi, per fronteggiare la crisi economica, ha varato un complesso pacchetto di misure per un valore di 1700 miliardi di rupie (pari a 20,59 miliardi di euro). Sono risorse sufficienti?
È una cifra enorme per l’India e per il costo della vita. Credo sia una misura sufficiente per la middle class, che però è sempre una minoranza nel Paese, ma non per tutti gli indiani e, soprattutto, per quella massa di persone che, sebbene ora siamo scappate, vanno nelle metropoli a cercare lavori che, in una situazione come quella odierna, evaporano completamente. Del resto, come in altri Paesi, credo che questo sia un primo finanziamento, un primo step anche perché le banche indiane sono in seria difficoltà dato che la grande riforma del sistema bancario non è mai stata portata a compimento, nonostante le grandi promesse, da Modi. Sì è vero c’è maggiore trasparenza ed è sempre più difficile per gli imprenditori evadere, tuttavia il sistema bancario è inadeguato a rispondere ad una crisi come quella attuale in tempi rapidi.
A questo proposito, il Direttore della Reserve Bank indiana, Satish Marathe, ha inviato una lettera al governo chiedendo di riprogrammare i prestiti alle imprese in quanto “dobbiamo cercare un coinvolgimento attivo del nostro settore bancario per ricostruire l’economia” e “in tempi straordinari, occorrono passi straordinari”. Il sistema bancario è dunque impreparato?
Sì. In tempi normali, prima di questa crisi, le banche indiane non prestavano più denaro, soprattutto alle imprese, e i prestiti erano molto calati. Secondo Rajiv Kumar, economista indiano ed attualmente vicepresidente della NITI Aayog, “da Aprile a Dicembre 2018, le banche indiane facevano crediti per 113mila miliardi di rupie (1.44 miliardi di euro) ora per 3.500 miliardi di rupie (48 miliardi di euro). L’economia indiana è affamata di credito e le banche, i cui asset sono per il 67% pubblici, sono terrorizzate. Il governo sta cambiando regole e comportamenti, imponendo trasparenza e legalità, ma occorre tempo prima che diventino prassi”. Il sistema bancario è quindi del tutto inadeguato. I conti bancari sono numericamente inferiori rispetto alla popolazione. Ci sono molte casse rurali, ma la ‘banca’ non faceva parte del sistema culturale indiano e coloro che non hanno i conti correnti, soprattutto tra i lavoratori informali, dovranno rivolgersi alle autorità politiche locali.
La Reserve Bank Indiana, che ha peraltro parlato di “alterazione drastica” della prospettiva di crescita, ha abbassato il tasso repo, in base quale l’istituto offre prestiti a breve termine alle altre banche, è sceso di 75 punti base, dal 5,15% al 4,4% mentre il reverse repo, in base al quale prende in prestito denaro dalle banche e assorbe la liquidità in eccesso, di 90 punti base, dal 4,9 al quattro%.  È stata un’azione necessaria? 
Direi di sì, anche se non so quali effetti avrà alla fine. Questa è però una mossa che veniva invocata da tempo in India e faceva parte di questa serie di riforme del sistema bancario che doveva rendere più ampio e più facile l’accesso al credito che, al momento, in India, è qualcosa per pochi privilegiati.
Quali sono le categorie meno considerate dal pacchetto di misure economiche del governo Modi?
In teoria vengono considerate tutte, il problema è come può essere aiutato chi fa il lavoro nero se non risulta registrato da nessuna parte? I buoni alimentari vengono dati al comune che ha più conoscenza della situazione e raggiungono le fasce più deboli. Questo, in India, però, deve essere moltiplicato per 10 e non so quanto possa essere facile considerando la vastità del Paese e l’impossibilità di raggiungere tutte queste persone, spesso irraggiungibile e non indicata sul alcun registro. Fatico ad immaginare un sistema che, nel giro di pochi mesi, sia capace di mandare gli aiuti a tutti i comuni che poi li distribuiscono.
A detta dell’Organizzazione Internazionale del lavoro, in India, dove circa il 90% della forza lavoro è impiegata nell’economia informale, oltre 400 milioni di lavoratori rischiano di perdere il lavoro e il tasso di disoccupazione, soprattutto nelle aree urbane, è già salito al 30,9%. Un’esplosione della disoccupazione e delle disuguaglianze potrebbe avere degli effetti sulla stabilità del Paese? Potrebbero scoppiare rivolte?
È possibile, ma non possiamo dimenticare che l’India, a differenza di altri Paesi, presenta un sistema castale che è anche un grande regolatore sociale. Se pensiamo che vent’anni fa i poveri in India erano il 42% della popolazione e oggi sono un quinto, queste statistiche gloriose rischiano di essere le prime vittime dell’aspetto economico del virus. Io credo che sarà lì il grande dramma indiano perché, sebbene i dati dei contagi siano positivi, il vero problema sarà il dopo e le conseguenze in termini di povertà per quanti avevano raggiunto quei quattro o cinque livelli della middle class è che forse piomberanno indietro.
Il Consiglio dei Ministri ha approvato un taglio del 30% agli stipendi dei Ministri per dare un segno di solidarietà alla popolazione. Tuttavia, la gestione della pandemia, come abbiamo visto in altri Paesi, può avere anche degli effetti collaterali sulla democrazia. È possibile, come qualche osservatore ha segnalato, che Modi, per far fronte ad un aumento dei disordini sociali, dichiari lo Stato d’emergenza attribuendosi dei poteri straordinari?
Lo stanno facendo tutti i Primi Ministri o i capi di Stato. Modi parte da un ampio livello di consenso ed anche la crisi economica, che ultimamente si stava attenuando, non era riuscita a far venire meno la sua maggioranza, sebbene a Gennaio abbia perduto le elezioni a Nuova Delhi.
Non è dunque in pericolo lo Stato democratico?
Per l’India che conosco sì, ma ormai è meglio non escludere nulla. Modi, tra l’altro, ha già forzato la Costituzione per la legge sui musulmani, ma anche per la reazione alla sua volontà di rimpostare il Paese in chiave musulmana. Credo che, sebbene lo stia già facendo, stia molto attento e gli indiani siano già abituati ai sacrifici che ora sono chiamati a fare.
Se così fosse, essendo l’India la più grande democrazia al mondo, quello attuale potrebbe essere anche visto quale esempio massimo di come un Paese democratico così popoloso possa rispondere ad emergenza sanitaria ed economica, non perdendo di vista le libertà e i diritti?
Certamente. Se è una questione che si pone in Paesi democratici più piccoli, si porrà certamente anche in India. Ma non mi sentirei di escludere nulla. Il processo di abbassamento della qualità democratica in India era già in corso prima di questa crisi e dobbiamo capire se il fatto che Modi ci abbia già provato, ricevendo anche reazioni molto forti da parte della società civile, sia un elemento che gli impedirà di forzare la mano o se invece lo incentiverà a proseguire in tale direzione visto che, effettivamente, questo rientra, in parte, nel programma politico del BJP e del RSS.
L’opposizione sarà un argine credibile?
Gli Stati federali indiani hanno molto potere e non sono tutti governati dal BJP, sebbene ne detenga la maggioranza relativa: reagiscono, si oppongono come in occasione delle leggi sui musulmani. Questo potrebbe essere un primo argine. La principale forza di opposizione a livello nazionale, il Congress, che è in crisi ed ha richiamato in questo momento Sonia e Raul, potrebbe trovare in un confronto sulle scelte fatte dal governo per gestire l’emergenza del Coronavirus un’occasione per riguadagnare punti, ma non credo più di tanti perché la diffusione non è così drammatica. Potrebbero usare l’aspetto economico, essendo tradizionalmente il Congress il partito dei più poveri e delle caste più basse.
Sonia Gandhi, a questo riguardo, ha già riproposto il ‘Nyay Yojana’, un progetto di reddito minimo garantito, la principale proposta del Congresso nella campagna elettorale dell’anno scorso. Ma come si gestisce una crisi sanitaria ed economica in una società fatta di caste? Ad esempio, il distanziamento sociale è più facile, soprattutto per le caste più elevate?
In teoria sì, in pratica le case, le metropoli, gli slums rendono quasi impossibile la vera separazione sociale. Certo le caste più alte non si mischiano con quelle più basse, però il distanziamento è strutturale e solo una minoranza è ‘privilegiata’ da poterlo fare. Anche se, va detto, che se il contagio inizia a correre, non essendoci strutture sanitarie sufficienti, con una popolazione così elevata, anche chi si chiude negli appartamenti o nelle ville può finire però  esser contagiato.
Sarebbero comunque le caste inferiori le più svantaggiate?
Sicuramente sì sebbene ci siano ormai molti casi di membri di caste basse, soprattutto nelle metropoli, che sono diventati middle class o anche di più. Nei grandi numeri, comunque, è così, anche a livello sanitario. C’è però da dire che è un sistema che rende molto difficili le rivolte sociali.
In tempo di pandemia da Coronavirus, quindi, si rafforza il caratteristico aspetto gerarchico della società indiana?
Certo. Aspetto gerarchico, tra l’altro, dovuto anche all’eredità lasciata dal colonialismo britannico.
Le donne, anche in piena emergenza COVID-19, restano sempre penalizzate?
La società indiana è molto maschilista e non credo ci siano grandi programmi economici a loro dedicati, tranne quelli per la fertilità e similari.
Si sono verificati degli episodi di razzismo contro i turisti occidentali, accusati di diffondere il virus. In un momento così difficile, dove la gerarchicità della società si fa più marcata, è possibile che si moltiplichino gli episodi di razzismo verso le caste di più basse?
Certo, in momenti economici difficili, gli unici episodi di violenza nella storia contemporanea indiana sono i ‘comunalismi’, non le rivolte sociali ed è forte il rischio per cui, aumentando la crisi economica nel giro di qualche mese, a seconda di quanto il governo sarà in grado di rispondere velocemente, questi episodi aumentino. Ricordiamo poi che ‘comunalismi’ sono indù contro musulmani.
In quest’ottica, si moltiplicano le teorie cospirazioniste che accusano i musulmani di essere la causa del virus. Anche e soprattutto contro i musulmani che si potrebbero scatenare episodi di razzismo?
Certo. Ci sono stati già degli episodi quando qualcuno ha affermato che “è colpa dei musulmani se c’è il virus”. I musulmani sono sempre stati in difficoltà ma questo non toglie che i comunalismi hanno anche riguardato caste come ai tempi di Indira Gandhi quando venivano fatte le leggi per le caste più basse. I musulmani restano comunque la fascia più debole. Non credo poi ci saranno tensioni con il Pakistan: certo se il governo indiano agirà pesantemente contro i musulmani o sul Kashmir le cose potrebbero cambiare.
E forse anche più penalizzati negli aiuti economici? 
Soprattutto negli Stati dove ci sono Chief Minister fondamentalisti.
La questione settaria dobbiamo attenderci che troverà nuova linfa nella crisi economica?
Certamente, rischia di buttare alcol sul fuoco perché è un elemento che corre sotto traccia nell’India moderna. C’è dunque un enorme rischio che riguarda anche gli scontri tra caste le quali non sempre coincidono con il livello di ricchezza. E questo può anche esacerbare certe voglie di vendetta.
Modi non ha mai nascosto il suo fondamentalismo indù. È possibile, anche per i più integralisti, conciliare gli usi religiosi con il rispetto delle restrizioni per limitare il COVID-19?
Questo contagio fa paura a tutto il mondo ed anche agli indù. È la prima pandemia e quindi anche i fondamentalisti, oggi, devono ‘darsi una calmata’. Tutti stanno accettando cose che, magari, in condizioni normali non avrebbero accettato. Il discorso sarà il dopo, quando non ci sarà più la paura di prendersi il virus, ma ci sarà da ricostruire un’economia. 
Per i BRICS potrebbe essere un momento di ricaduta?
Non ho mai visto un’epoca d’oro dei BRICS quanto piuttosto un tentativo cinese di monopolizzarli. Ma è un momento di caduta che vale per tutti.
Trump ha in queste ore ringraziato Modi per aver allentato le restrizioni sui trasferimenti di paracetamolo e idrossiclorochina, un antimalarico usato anche contro l’artrite reumatoide e il lupus, che è in fase di studio come farmaco anti-Coronavirus. L’India ne è il più grande produttore al mondo, con quasi il 70 per cento della produzione mondiale e una capacità produttiva di 40 tonnellate al giorno, ovvero 200 milioni di compresse da 200 milligrammi. Se venisse confermata la sua efficacia anti-COVID, sarebbe un asset strategico sia politico che economico per l’India
Certamente, ma non sappiamo ancora se sarà sufficiente a salvare l’economia indiana.
Il Premier Modi ha assicurato che l’India è pronta a fare la sua parte per combattere la pandemia di Coronavirus, una battaglia che va combattuta con la cooperazione, e sostenere i paesi partner. Il premier lo ha dichiarato in due tweet inviati all’omologo di Israele, Benjamin Netanyahu, che lo aveva ringraziato per l’invio di clorochina, e al presidente del Brasile, Jair Bolsonaro, che gli aveva invece espresso gratitudine per la fornitura di ingredienti per la produzione di idrossiclorochina. Senza tralasciare i ringraziamenti da parte di Trump, possiamo dire che in questa fase, a livello di politica estera indiana, si rafforzano le ‘concordie’ e si confermano le ‘discordie’? E verso la Cina Modi adotterà quella stessa retorica trumpiana del ‘virus cinese’?
Non credo che il mondo dopo il virus sarà molto diverso da quello che era prima. Ma non siamo oggi in grado di sapere se i vincitori di questa battaglia saranno i sovranisti, i non democratici o se, invece, lo saranno i democratici. Non sappiamo come si svilupperanno i rapporti tra Stati Uniti e Cina quando il mondo si troverà ad affrontare la crisi economica.
Quali sono i rischi internazionali di una pandemia che inizia a correre in India?
Rischi internazionali non ne vedo. Qui entriamo nell’ambito della pancia politica, anche perché non abbiamo in India numeri ancora preoccupanti. La Comunità internazionale non dovrebbe comunque sottovalutare la situazione perché l’India è un Paese aperto.
La revoca delle misure di contenimento del coronavirus in India deve essere selettiva e cauta per evitare che le persone, libere di circolare, diffondano il contagio dai cluster ad altre aree”, ha dichiarato David Nabarro, inviato speciale per il coronavirus dell’Organizzazione mondiale della sanità. In queste ore il governo Modi dovrà decidere se prolungare o meno il lockdown. Cosa farà? 
Qualunque leader non vede l’ora di far ripartire l’economia, anche se sarà difficile recuperare livelli precedenti. Con dati come quelli attuali, credo che al più presto Modi rimetterà in moto l’economia. È una necessità non solo per la salvezza dell’economia, ma anche della loro posizione. 
Quindi anche l’opposizione e le imprese premeranno affinché il lockdown non sia prolungato più di tanto?
Certo, appena sarà passata la paura della gente, tutti faranno a gara per tornare a lavorare.
In occasione del Venerdì Santo, il Premier Modi ha dichiarato: “Gesù Cristo ha dedicato la sua vita al servizio degli altri. Il suo coraggio e alla sua giustizia spiccano”. Perché lo ha detto? Sono parole che stupiscono?
No perché lui ce l’ha con i musulmani. I cristiani sono pochi evangelisti che cercano di convertire un po’ di poveri o di senza casta. E la stessa legge sulla cittadinanza riguardava tutte le religioni (cristiani compresi) tranne i musulmani.

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