giovedì, Aprile 25

India: Kashmir e Jammu, è stata di nuovo accesa la miccia? La promessa di Modi di cancellare lo statuto di regione speciale della regione del Jammu e Kashmir ha infiammato nuovamente l’India, ma sembra pura propaganda nazionalista. Ne parliamo con Stefania Benaglia analista IAI

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L’India è in ‘fibrillazione’, alle porte ci sono le elezioni parlamentari , che inizieranno domani, 11 aprile, e proseguiranno fino al 19 maggio, e, come di consuetudine, la campagna elettorale è stata ‘senza esclusione di colpi’.

Le ultime dichiarazioni del Presidente Narendra Modi, capo del partito ultraconservatore Bharatiya Janata Party (PJB), hanno rispolverato la volontà di cancellare l’articolo 370 della Costituzione indiana che garantisce la condizione di autonomia speciale allo Stato federale del Jammu e Kashmir. Il Pakistan ha subito ribattuto contrariato all’ipotesi prospettata da Modi.

Tra gli altri obiettivi di campagna elettorale del PJB di Modi, nella regione del Kashmir, ci sarebbe anche quello del reintegro della minoranza induista Pandit, presente nel Kashmir fino al 1990, e poi costretta a lasciare la regione,  causa le persecuzioni da parte della popolazione mussulmana, che è maggioranza nella regione.

Una storia vecchia quanto gli stessi protagonisti. Riavvolgendo i nastri della storia arriviamo all’agosto del 1947, mese in cui si divisero ufficialmente Unione Indiana e Pakistan, quando il Maharaja del Jammu e Kashmir, Hari Singh, chiese l’intervento armato indiano per sedare una rivolta, fomentata da milizie pakistane, concedendo l’annessione all’India a patto di uno Statuto speciale autonomo.

Con una conseguente mobilitazione dell’Esercito pakistano verso la regione contesa scoppiò il primo conflitto indo-pakistano, conclusosi solo ai primi di gennaio del 1949. Successivamente, a più riprese, i conflitti continuarono, più precisamente tra la seconda metà degli anni 60 e la prima metà degli anni 70,  periodo durante il quale il campo di battaglia oltre ad essere il Kashmir, fu anche l’odierno Bangladesh, con la ‘guerra di liberazione bengalese’.

L’ultimo conflitto in ordine cronologico avvenne nel 1999, in quella che fu chiamata la ‘guerra di Kargil’, in cui il Pakistan dopo aver infiltrato personale militare oltre il confine, scatenò la reazione indiana prima e quella della comunità internazionale dopo, che obbligarono il Pakistan ad un dietrofront.

Adesso l’ambiente sembra essersi di nuovo surriscaldato, verso la fine di febbraio ebbe molta risonanza l’abbattimento di un caccia indiano, sui cieli del Kashmir pakistano, e la conseguente cattura del pilota. Quell’attacco venne giustificato come atto di sicurezza interna indiana, perché indirizzato ad un insediamento di terroristi, che spesso agivano in India, localizzato nel territorio pakistano. Sembrò il preambolo di uno scontro armato più deciso fino a che, in modo inaspettato, il pilota catturato venne rilasciato come atto di distensione.

Il rilascio senza condizioni del pilota divenne il primo passo dei negoziati tra le parti, mostrando una vera e propria disponibilità che nessuno avrebbe mai pensato di vedere. Il gesto fu quindi osannato dai media internazionali come vero e proprio atto di disgelo e di riconciliazione.

Il tutto sembrò portare ad una rappacificazione che, però, sembrerebbe non essersi realizzata. Infatti, nella notte del primo aprile, la tensione è di nuovo salita, sfociando in scontri tra militari presso la città di confine di Rakhchakri, scontro durante il quale sono rimaste vittime 7 persone tra militari e civili.

Ancora più scalpore e risonanza hanno avuto le ultime dichiarazioni del Ministro degli Esteri pakistano, Shah Mehmood Qureshi. Secondo l’intelligence dello Stato mussulmano, l’esercito indiano starebbe preparando un attacco, precisamente tra il 16 e il 20 aprile, da condurre oltre le sue frontiere, in direzione del Pakistan.

Il Ministro degli Esteri pakistano, Shah Mehmood Qureshi, avrebbe esternato queste sue preoccupazioni ai cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (Cina, Francia, Regno Unito, Russia e Stati Uniti). La risposta indiana non si è fatta attendere, condannando subito queste pesanti accuse, sostenendo  che le istituzioni pakistane starebbero fomentando gruppi terroristici mussulmani operanti nella regione.  Rifacendoci alle cronache di metà febbraio, non si può non ricordare l’attentato condotto contro un convoglio militare che causò 40 morti tra i paramilitari indiani, rivendicato poi dalla milizia pachistana Jaish-e Mohammad.

Sembrerebbe oramai delinearsi una politica basata sul terrore, condotta da entrambe le parti, volta a tenere alta la tensione in una regione del mondo dilaniata da guerre e morte da oramai 70 anni. Delle possibilità di un nuovo rischio di confronto militare e delle conseguenze della dichiarazione di Modi sullo Statuto del Kashmir abbiamo discusso con Stefania Benaglia analista dell’Istituto Affari Internazionali (IAI).

 

Quali sono le difficoltà, dal punto di vista del diritto e dal punto di vista politico, per la concretizzazione della promessa di Modi circa l’abolizione dello statuto speciale del Kashmir?

Va fatta una premessa. Si tratta di una promessa elettorale portata avanti dal partito di maggioranza indiano PJB da diversi anni, questa ipotetica situazione andrebbe analizzata più nel dettaglio nel caso in cui ci fosse un grosso successo elettorale, tutto tranne che scontato. Nonostante ciò, dopo gli ultimi quattro anni, in cui ha avuto un mandato di maggioranza e, volendo, la possibilità di attuare questa proposta, non è stato fatto. Un analisi dettagliata andrebbe rinviata al momento in cui questa proposta elettorale passasse alla fase successiva, cioè ad una proposta di legge vera e propria, discussa in parlamento. La vedo difficilmente realizzabile. L’India è una società molto eterogenea, una proposta come questa diventerebbe molto pericolosa per l’equilibrio interno e, come detto in precedenza, se non è stata portata avanti nei precedenti anni di mandato, difficilmente verrà attuata in futuro. Una possibilità di attuazione potrebbe essere data da uno sconvolgente risultato elettorale delle elezioni a favore del PJB, ma che nessuno può prevedere data l’estrema complessità delle elezioni indiane.

Concretamente l’abolizione dello statuto speciale del Kashmir cosa comporterebbe? Quali risvolti avrebbe per la regione?

Le ripercussioni sarebbero molteplici. Il motivo per cui è presente questo status di autonomia e per preservare un equilibrio particolarmente instabile al suo interno, potrebbero colpire non solo il Kashmir ma anche all’interno dell’India stessa. Questa autonomia è stata fatta proprio per preservare delle dinamiche molto complesse e, detto ciò, una possibile soppressione dello status è molto difficile che si avveri, dato il fortissimo impatto che potrebbe avere a livello interno. La minoranza mussulmana conta all’incirca 200 milioni di persone, in termini proporzionali può sembrare piccola, ma non in termini assoluti. La stessa visione di un’India come terra madre di diverse religioni sarebbe compromessa, gli abitanti indiani non di religione indù dovrebbero essere all’incirca il 20% della popolazione, rispetto ad altre società che tendono ad essere più omogenee, in Italia, ad esempio, si parla di quasi il 3% di non-cristiani. Le ripercussioni terroristiche, invece, sono una presenza costante nel contesto indiano. Ipotizzando l’attuazione delle promesse di Modi, la possibilità di attentati terroristici crescerebbe esponenzialmente.

Potrebbe precipitare la situazione?

Modi ha comunque già vinto in passato le elezioni e sta governando in questo momento, tutto dipenderà da come vincerà le elezioni e da quali saranno le prospettive della fascia più radicale all’interno del suo Governo. Molte dinamiche si scopriranno solo dopo il 23 di maggio, cioè alla fine delle elezioni con i risultati elettorali, quando si vedrà se il nuovo governo sarà con un unico partito di maggioranza o di coalizione, ipotesi più accreditata viste le recenti vittorie del Congresso Nazionale Indiano (INC) nelle statali di dicembre.

Che effetto possono avere le dichiarazioni del Ministro pakistano circa un imminente attacco indiano? in particolare nelle azioni dei gruppi terroristici mussulmani che agiscono nel Kashmir indiano.

I due Paesi continuano, purtroppo, in una dialettica di grossa opposizione, in cui avviene la creazione di un nemico per compattare la società all’interno. Questa realtà è presente su entrambi i fronti, facendo riferimento, però, agli ultimi fatti di cronaca si è potuta constatare una certa riluttanza, da entrambe le parti, a intraprendere una soluzione militare a tutto campo. La liberazione dell’ostaggio, da parte del Pakistan, in ottima salute, è un segnale importante, entrambi gli Stati hanno dimostrato di voler strumentalizzare nella dialettica il nemico, ma di non avere, invece, intenzione di intraprendere un confronto militare, visti anche i grossi costi e la grande incertezza sul chi la spunterà. Va anche citata la Cina, il grande ‘elefant in the room’, con una presenza molto ingombrante per entrambi gli attori (India e Pakistan). I gruppi terroristici, in teoria, potrebbero essere fomentati dalle dichiarazioni del Ministro degli esteri pakistano, l’intenzione esplicitata è quella di portare terrore, ma che, in pratica, possano avere successo o meno e tutto da vedere. Va ulteriormente citata la capacità dell’intelligence di prevedere e rispondere a queste azioni, fattore importante tanto quanto le effettive intenzioni dei gruppi terroristici.

Dunque, questa dichiarazione è propaganda?

Si tratta soprattutto di propaganda, come spesso accaduto nella storia e in altri scenari mondiali, creare questo alone di terrore e di paura, basata sulla realtà, serve solo a mantenere una costante aura di tensione.

Il rilascio del pilota indiano dopo l’abbattimento avvenuto a fine febbraio, in segno di distensione, ha avuto il risultato sperato?

Si, e aggiungerei in modo evidente. Con la gravità dei fatti accaduti c’era il potenziale di un escalation militare, in quel momento c’è stata la paura, più o meno concreta, di poter arrivare al conflitto. Entrambi i Paesi, però, hanno dimostrato di non avere intenzione di arrivare ad un conflitto militare su vasta scala, almeno, in quelle circostanze. Le circostanze e le risposte possono comunque cambiare, perciò, queste risoluzioni non vanno prese in senso assoluto per eventuali futuri scontri. Ma, analizzando la vicenda specifica, possono essere segnali importanti sulle intenzioni delle parti.

Le ultime ‘scaramucce’ di confine avvenute in Kashmir ai primi di aprile possono essere identificate come un preambolo di una imminente guerra?

Purtroppo vanno identificate, sempre di più, come appartenenti ad un  conflitto che, ormai, uccide da decenni e non trova soluzioni per una serie di motivi. Va anche sottolineato di come, forse, non si vogliano trovare delle soluzioni a questo conflitto, che sta devastando la regione, non solo con morti e distruzione, ma che anche sul tessuto sociale interno. Una regione, purtroppo, distrutta dall’interno, in cui sempre più giovani ragazzi abbandonano le scuole per unirsi alla guerriglia armata. Oltre alla disgrazia dei morti è presente un inquietante fattore sociale ed una mancata crescita futura della regione, che non può più contare sull’istruzione dei suoi giovani che, invece, sposano la causa della guerriglia. Si tratta di dinamiche che si trascinano da decenni e che, ogni anno che passa, diventa sempre più complicato trovare una soluzione. Infine, l’escalation ad una guerra a tutto campo tra i due Stati, al momento, la escluderei. Sottolineo, però, che queste sono solo valutazioni e che, nel caso in cui cambi qualche variabile, vanno rivalutate.

Nel caso Modi attui la sua promessa, qual’è la posizione che prenderà la Cina di Xi Jimping, dati i suoi interessi nella regione?

La politica estera cinese è sotto la lente d’ingrandimento di tutto il mondo. La Cina, si sta sempre di più comportando come una potenza globale e con una politica estera forte e decisa. Le relazioni bilaterali con l’India sono, ultimamente, state gestite in modo da non portarsi ad un confronto diretto. Negli ultimi anni ci sono stati dei momenti di confronto che, però, non hanno portato ad un escalation.  Con l’affermazione della nuova Via della Seta, che, sia per via marittima che per via terrestre, aggira l’India, la tensione è un po’ salita. La vera domanda da porsi, a proposito del prossimo quinquennio, è quale sarà la relazione tra queste due potenze. È possibile prevedere un  innalzamento di tensione tra le due potenze, data la volontà d’imporsi sullo scenario globale di entrambe e data la presenza di dispute territoriali importanti, molto simili a quelle presenti tra India e Pakistan. Le dispute territoriale e la gestione delle risorse naturali possono essere, quindi, un fattore di importante attrito, come, ad esempio, nella regione del Brahmaputra, in cui parte è gestita dalla Cina e parte dall’India. Questi sono sicuramente degli elementi importanti da tenere sotto osservazione, però, molto dipenderà da chi andrà al potere e quali dinamiche interne giocheranno il ruolo più importante.

Che ruolo può giocare la comunità internazionale sulla promessa di Modi?

Durante gli ultimi scontri in Kashmir, il Segretario generale dell’ONU  ha rinnovato l’invito a rivolgersi allo stesso ente per una mediazione. Questa è sicuramente un’opportunità ultimamente tralasciata, sarebbe opportuno un  ruolo forte della Comunità Internazionale per cercare di risolvere questo decennale conflitto che sta distruggendo dall’interno una regione e, in particolare, il suo stesso tessuto sociale. Il ruolo della comunità internazionale dovrebbe essere volto a spingere, in modo forte e concreto, ad una risoluzione pacifica delle dinamiche interne, tramite storici intermediari come Onu, Stati Uniti o addirittura Unione Europea. Potrebbe essere l’occasione per mostrare un interesse sulla regione.

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