sabato, Dicembre 14

India: i musulmani bengalesi rischiano di essere i prossimi Rohingya? La cittadinanza può essere definita dalla religione o dalla lingua? Ecco cosa c’è sotto la crisi dell’Assam, in India

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I musulmani bengalesi rischiano di essere i prossimi Rohingya? Poco si sa di una situazione che rischia di degenerare e che attiene al più intimo senso di identità. La storia di oggi parte dalla lontana India, dove, nello Stato di Assam, incalzano le proteste e si inizia a parlare di discriminazione. Ecco cosa sta accadendo.

Alla fine dello scorso mese, la Corte Suprema ha terminato l’aggiornamento del National Register of Citizens (NRC), -il Registro Nazionale dei Cittadini- supervisionando una campagna governativa volta all’identificazione degli immigrati privi di documenti arrivati dal confinante Bangladesh. Un tortuoso processo di aggiornamento si è concluso dopo la verifica dei documenti presentati da oltre 7 milioni di persone. Era dal 1951 che non veniva fatta una simile procedura di controllo; Il lavoro di aggiornamento della NRC è iniziato nel 2015. Per disposizione, tutti i cittadini registrati in India prima della data limite – la mezzanotte del 24 agosto 1971 – sono considerati cittadini indiani legittimi. Tutti gli individui che sono entrati in Assam dopo quella data saranno dichiarati, invece, legalmente stranieri. 

La prima bozza aggiornata della lista terminata nel 2017 ha designato come cittadini legali circa 19 milioni di persone su una popolazione totale di 32 milioni. Ma perché l’Assam? Per due motivi: i circa 7 milioni di musulmani di lingua bengalese -nel minor numero di bengalesi indù– e la breve, ma intensa, vicinanza con il Bangladesh, confinante sia a sud-ovest che a sud. 

Queste persone, stanno ora aspettando con trepidazione la pubblicazione della lista. Il rischio è l’esclusione. Insomma, bene per chi sarà designato ‘cittadino indiano’, male per chi rimarrà fuori. È corretto, quindi, parlare di privazione della cittadinanza e, quindi, di diritti? Qualcuno crede in un rinnovato e pericoloso nazionalismo ma, forse, è bene andare oltre e capirci qualcosa in più. Occhio, innanzitutto, perché, non tutti coloro che sono migrati entrando ai confini meridionali, lo hanno fatto legalmente. E qui sta il problema.

Prateek Hajela, ufficiale alla guida dell’elaborazione per il Registro, ha recentemente riportato che  sarebbero stati 4.8 milioni le persone che non sono state in grado di fornire documenti in regola. Proprio questi numeri hanno innescato la similitudine con i Rohingya di Myanmar. Poco più tardi, un ripensamento: «il numero di persone che potrebbero essere escluse dal registro è al massimo di 50.000». Dove starà la verità?

Il problema è legato chiaramente a questioni legali ed umanitarie: se non dovessero entrare nella famosa lista, quale sarà il destino di coloro che si ritiene siano stranieri illegalmente entrati? Non stiamo parlando di qualcosa di pochi anni fa. Questa gente rischia di subire le conseguenze di un non riconoscimento della cittadinanza in una terra che è stata la propria casa per generazioni e generazioni. Qui, hanno famiglia, amici, legami culturali ed emotivi, occupazione e, a volte, terreni agricoli. Che ne sarà, quindi, del loro futuro? Sono incriminabili e rischiano di essere internati in centri di detenzione? L’interrogativo inizia ad echeggiare passando pressoché inosservato sotto gli occhi velati del mondo e della stessa India che fatica a trovare una via di uscita.

Il futuro non promette bene, visto che, nell’ultimo decennio, sono state migliaia le persone giudicate straniere dai tribunali appositi nell’Assam. Diverse le testimonianze di uomini e donne finiti in centri di detenzione per anni e anni, in condizioni spaventose e senza sapere se potessero essere rilasciati. Poco si sa anche in Assam, e ancor meno al di fuori di esso, delle condizioni di questi detenuti, delle disposizioni in base alle quali sono stati rinchiusi e di come lo Stato li abbia trattati fino ad ora.

Himanta Biswa Sarma, il leader del Bharatiya Janata Party (BJP), il partito conservatore fautore di una politica nazionalista e di difesa dell’identità induista ha dichiarato -a dicembre scorso- che lo scopo del National Register of Citizens vuole essere quello di «identificare i bengalesi clandestini residenti nell’Assam che dovrebbero essere deportati. Gli indù di lingua bengalese rimarrebbero con il popolo assamese, in conformità con l’ideologia del BJP». 

Il fulcro sta tutto nel concetto e, soprattutto, nel sentimento legato alla cittadinanza indiana. Insomma, qui il punto è uno: la cittadinanza può essere definita dalla religione o dalla lingua? La storia viene in nostro soccorso.

Per capire quanto sta accadendo, infatti, dobbiamo fare un salto indietro nel tempo. Precisamente, nel 1971, anno di rivolta per il Pakistan dell’Est e della nascita dell’odierno Bangladesh. Prima di questa data, dal 1947 al 1971, il Pakistan era diviso in occidentale e orientale. La ribellione ha reso vuota la teoria delle due nazioni di Mohammad Ali Jinnah, -padre fondatore della Nazione e forte sostenitore dell’unità indù-musulmana-, secondo cui indù e musulmani dovevano vivere in due nazioni separate. Facciamo ancora un passo indietro. 

Mappa del Pakistan nel 1947

Subito dopo la partizione nel 1947, lo Stato di Jinnah dichiarò l’urdu la sua lingua ufficiale, innescando uno sconvolgimento nel Pakistan orientale che si identificava, invece, con la lingua bengalese. Tutto culminò poco più di due decenni dopo, con la nascita di una nuova Nazione. Tornando all’Assam, ciò che sta accadendo oggi, vi è strettamente legato.

Partendo dal presupposto che non esiste un accordo formale tra i governi dell’India e del Bangladesh che permetta di espellere persone per il solo fatto che siano ritenute straniere, lo Stato di Assam si divide oggi sul Citizenship (Amendament) Bill del 2016. Parliamo dell’emendamento alla legge sulla cittadinanza, promesso dal primo ministro Narendra Modi nel suo vecchio manifesto elettorale, che vieta la deportazione o l’imprigionamento di indù, giainisti, sikh, buddisti, parsi e cristiani del Bangladesh, dell’Afghanistan e del Pakistan entrati in India senza documenti validi prima del 31 dicembre 2014. Il disegno di legge, inoltre, vuole ridurre il requisito di 11 anni di soggiorno continuo nel Paese e i 6 anni per ottenere la cittadinanza per naturalizzazione.

Modi, già nel 2014 aveva parlato di garanzia di cittadinanza agli indù-bangladesi, dicendo che sarebbero stati rimossi dai campi destinati ai migranti. Certamente, indiscutibile il fatto che la discussa legge sulla cittadinanza sia servita a Modi per ingraziarsi il voto di qualche elettore in più.

Queste disposizioni hanno mitigato l’Accordo dell’Assam del 1985, che stabiliva identificazione e carcerazione per chi entrava nell’Assam dopo il 24 marzo 1971. Gli immigranti indù che hanno attraversato illegalmente il confine tra il 25 marzo 1971 ed il 31 dicembre 2014, non possono più essere espulsi. Pertanto, anche se non sono elencati nel Registro nazionale dei cittadini -la cui bozza finale sarà presentata alla Corte Suprema il 30 luglio- avranno il diritto di risiedere in India e diventare suoi cittadini.

Veniamo, pero, ai musulmani. Come avrete notato, il disegno di legge esclude questi dal suo ambito e, siccome la legge è legge ed è suscettibile di interpretazione, i musulmani del Bangladesh che sono entrati nell’Assam dopo il 25 marzo 1971, potrebbero essere vittime di deportazione. L’ideologia dietro al disegno di legge presumeva che gli indù assamesi non protestassero contro i privilegi discriminatori concessi agli indù bengalesi perché condividenti la stessa religione. Non è stato così.

Il partner della coalizione del BJP, Gana Parishad, aveva minacciato lo scorso Maggio di tagliare i legami con il partito se il disegno di legge fosse stato approvato. Cosi anche delle ONG ed organizzazioni studentesche. Tutti i partiti di opposizione, compreso il Congresso e il Fronte democratico unito di All India, si sono opposti all’idea di concedere la cittadinanza a un individuo sulla base della religione. Sostengono anche che il disegno di legge, potrebbe annullare la registrazione nazionale aggiornata della cittadinanza, come sappiamo, in corso di aggiornamento nell’Assam.

Cosa c’entra il Bill con il Registro? 

Mentre il Bill del 2016 è progettato per garantire la cittadinanza ai rifugiati non musulmani perseguitati nei paesi limitrofi, l’NRC non distingue i migranti sulla base della religione, ma prevede la possibilità di espellere chiunque sia entrato nello Stato in maniera illegale dopo il 24 marzo 1971, indipendentemente da questa. 

Attualmente si parla di 6 campi di detenzione per migranti illegali nell’Assam, ma non è ancora chiaro per quanto tempo ancora queste persone rimarranno li, né quale sarà la loro sorte. Il Governo tace. La preoccupazione per queste comunità rimane comunque, a maggior ragione se il disegno di legge passerà e diventerà legge: in tal caso, coloro che non sono musulmani non avranno bisogno di passare per tale processo, il che significa discriminazione nei confronti dei musulmani identificati come immigrati privi di documenti.

Ricapitolando, la crisi che sta sconvolgendo l’Assam è incentrata su due questioni: il National Register of Citizens (NRC) e il Citizenship (Amendment) Bill, presentato in Parlamento il 15 luglio 2016. Quest’ultimo, sostenuto dal BJP esclude i musulmani, e le sue varie sette e comunità, comprese quelle che stanno affrontando persecuzioni in Pakistan, come gli sciiti e gli ahemediya. Migliaia devono fornire 16 documenti validi per dimostrare la loro identità indiana. L’incertezza sul futuro incombe su gruppi di persone in situazioni complesse: la maggior parte di questi, infatti, sono poveri ed analfabeti che vivono in villaggi lontani.

Se i loro ricorsi saranno respinti in ultima istanza, verranno dichiarati stranieri e posti in una prigione dove rimarranno senza diritti e verità. Insomma, si rischia un forte impatto sulle minoranze religiose e linguistiche. Una questione che ha a che fare con la cittadinanza, ma che sembra andar ben oltre.

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