domenica, Dicembre 8

India: gli agricoltori destabilizzano il governo Modi Con gli indici di crescita battendo record, l’agricoltura è da qualche anni la principale sfida per la stabilità economica e sociale dell’India. Parliamo sui problemi con Gemma Cairó Céspedes, economista esperta sull’India dell’Universitat de Barcelona

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Quasi 100.000 contadini dello stato di Maharashtra (centro-ovest del paese) hanno partecipato in una marcia verso la capitale della regione, Mumbay, città più popolata e cuore commerciale dell’India. Gli agricoltori, mobilitati da All India Kisan Sabha, settore agricola del Partito Comunista Indiano  (CPI [M]).

Le richieste sono fondamentalmente relative alla cancellazione dei debiti degli agricoltori colpiti da eventi climatici, la possibilità di accedere alla proprietà delle terre e l’aumento del prezzo dei prodotti agricoli, tutte richieste per nulla nuove. Proposte del genere si discutono da tempo nel paese, è lo stesso governo regionale di Devendra Fadnavis chi le ha proposte anni fa, supportato dal governo federale di Navendra Modi, dello stesso partito conservatore nazionalista, Bharatiya Janata Party (BJP, partito popolare indiano). Il premier Modi, quando è arrivato in potere nel 2014, ha promesso anche di raddoppiare il reddito degli agricoltori entro il 2022, meta che oggi pare assolutamente distante.

Le proteste dei contadini in questa regione sono abituali, ma mai prima si era vista una mobilitazione di queste dimensioni. I contadini trovano ampio consenso nella società civile e fra i gruppi politici d’opposizione, il che mette in seria difficoltà l’esecutivo federale di Modi, il quale necessita di supporto dell’elettorato agricola per garantirsi la rielezione in 2019.

Per la fiorente economia dell’India, che è la potenza che avrà una crescita maggiore secondo le previsioni 2018 (7,2% del PIL), l’agricoltura è stata in questi anni il principale fattore d’instabilità. Questo settore copriva il 43% PIL nel 1970, poi progressivamente tale percentuale si è ridotta al 17%. Questo non è dovuto a perdita di volume, ma alla rapida crescita del settore dei servizi, funzionale alla modernizzazione del Paese. Infatti, si calcola che fra 50 e 70% della popolazione del paese dipende direttamente o indirettamente del settore agricola, il che significa che l’agricoltura è ancora uno dei temi principali in politica interna.

La situazione degli agricoltori è andata peggiorando negli ultimi anni con la progressiva diminuzione dei prezzi al consumo dei prodotti agricoli e con la bassa percentuale che gli agricoltori stessi ricevono del prezzo finale al pubblico (10-23% davanti alla media 64-81% nei paesi sviluppati). A questo si aggiunge la difficoltà di accedere alla proprietà terriera e di pagare i debiti contratti a causa dei problemi climatici che peggiorano le condizioni dell’agricoltura indiana. Ciò si può osservare con chiarezza nell’alto tasso di suicidi: dal 1995 si sono suicidati più di 300.000 contadini ed il problema si è aggravato negli ultimi anni, 12.000 di questi suicidi si sono verificati solo nel 2015.

Questi problemi derivano dalle problematiche che affliggono il settore e risulta evidente se si compara con altri paesi del intorno. Se guardiamo i dati, si vede come l’India ha uno spazio coltivato a riso e grano maggiore di quello dei vicini, come Tailandia o Vietnam, ma una produttività molto più bassa, dovuta sostanzialmente a la mancanza di modernizzazione del settore.

Per parlare su questi problemi, intervistiamo Gemma Cairó Céspedes, professoressa di economia all’Universitat de Barcelona (UB) ed esperta nell’economia indiana.

 

Come vede la situazione generale dell’agricoltura in India?

C’è un problema strutturale, non è congiunturale. Da una parte, il tema della proprietà. La rivoluzione verde ha portato un cambio nell’ambito tecnico, ma la riforma della struttura di proprietà non è mai stata affrontata. C’è un problema di accesso alla proprietà terriera, c’è una frammentazione delle terre, l’80 percento dei contadini hanno minuscoli terreni che non gli rendono possibile investire perché le piccole dimensioni non sono compatibili con gli investimenti redditizi. Questo è molto difficile ma si potrebbe essere promosso dal governo con crediti istituzionali, l’accesso a fattori produttivi.

Dall’altra parte, il tema dell’investimento pubblico. È vero che in India c’è molta spesa pubblica in politiche di supporto agricolo in ambiti come il ‘minimum support price’ (prezzo minimo di supporto) o di distribuzione pubblica di alimenti, ma il vero investimento pubblico nell’agricoltura, ad esempio, quello in irrigazione, è molto disatteso e c’è una gestione carente delle risorse idriche in India. Questo è basico, perché oggigiorno l’80% della terra coltivata in India, più meno, si trova in aree che non hanno nessun’altra fonte d’irrigazione che l’acqua piovana e questo rende più scarsa la produttività, e, alla fine la remunerazione dei contadini.

Queste due cose sarebbero l’assunto strutturale del sistema. Ci sono anche altri problemi: ad esempio la diminuzione della fertilità del suolo ed anche il cambio climatico. Quello incide in maniera importante, e se si vedono le previsioni per i prossimi anni, aumenteranno la siccità e le inondazioni generate dall’aumento di temperatura. Questo è un fattore, il clima, che alla fine non si può controllare.

L’ agricoltura dipende molto dai fattori climatici. Se c’è investimento in irrigazione e migliore gestione delle risorse idriche, si possono combattere le conseguenze del cambio climatico. Cosa sta facendo l’ India?

Si, il tema veramente importante è quello della frammentazione della proprietà. Bisogna garantire una terra abbastanza grande ai contadini così da rendere più conveniente per loro comprare un trattore o dei fertilizzanti. A questi aspetti più strutturali si aggiungono quell’altri più congiunturali, come i debiti dei contadini, le esigenze che fanno gli agricoltori che sono state rivendicati nella recente marcia.

Quindi quale sarebbe la soluzione alla frammentazione della proprietà?

Prima, lo Stato dovrebbe facilitare l’accesso alla proprietà a coloro che non l’hanno: ci sono tanti che lavorano una terra sulla quale non hanno nessun titolo di proprietà.  Questo li permetterebbe di accedere ai crediti del governo. Dall’altra parte, una politica attiva del governo per creare strutture d’unificazione della proprietà per essere più proficue.

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