martedì, Agosto 4

India-Cina, i nuovi scenari commerciali nella lotta per l’Asia

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Quello che sta succedendo al confine tra India, Cina e Bhutan è la proverbiale punta dell’iceberg di un rapporto sempre più logoro. L’avanzata cinese in un territorio da sempre conteso ha provocato la reazione delle truppe di confine indiane, preoccupate dalla possibile prevaricazione cinese e dal delicato scenario geopolitico che potrebbe delinearsi qualora la Cina riuscisse a reclamare come sua l’area dell’altopiano del Sikkim.

Questa stasi militare non è altro che la cartina tornasole dei rapporti che, negli ultimi anni, si stanno erodendo tra le due potenze asiatiche. Come alcuni analisti hanno osservato, le relazioni diplomatiche fra Cina e India sono sempre state, se non distese, almeno non conflittuali. Fra i due Paesi si erano fondate le basi di un rapporto freddo ma stabile, in cui la Cina faceva la parte del fratello maggiore, quello più potente e autoritario, e l’India di quello minore, sempre attento a soddisfare le necessità dell’altro e consapevole di non poter avanzare eccessive pretese.

Quello che sta accadendo negli ultimi tempi, in particolare da quando è salito al potere il politico indiano Narendra Modi, divenuto Primo Ministro nel 2014, ha cambiato in fretta un rapporto che si era instaurato in anni. La politica che Modi ha portato avanti fin dall’inizio non è stata più quella di un Paese disposto a chinare il capo ad ogni pretesa del potente vicino, ma di avanzare le proprie richieste ponendosi in un rapporto alla pari.

Questa nuova fase ha determinato una serie di controversie politiche e diplomatiche che hanno, da una parte, eroso i rapporti fra le due amministrazioni, dall’altra, portato l’India ad isolarsi sempre più nel contesto di dominio asiatico che sta imponendo la Cina negli ultimi anni.

Quello che sta accadendo al confine nord fra Cina e India si deve inquadrare in questo contesto. Al contrario del suo predecessore, Modi ha fin da subito remato contro la politica cinese, manifestando in più occasioni ed apertamente il suo parere riguardo l’imperialismo dei vicini. Alcuni membri del suo partito, il BJP (termine per esteso), avevano dichiarato di voler boicottare i prodotti cinesi come reazione ad una mossa sgradita attuata dal Governo di Pechino. Modi ha attaccato la Cina in diverse occasioni, rendendo evidente come non sia più preoccupazione dell’India accontentare i vicini in ogni loro richiesta.

La decisione di ospitare in India l’ambasciatore tibetano e il Dalai Lama, la visita in Vietnam, agguerrito rivale di Pechino nei mari della Cina del Sud, e la firma dei defence cooperation pacts (accordi di aiuto militare reciproco) con Hanoi erano state ulteriori avvisaglie di una nuova via intrapresa dal Governo indiano, in aperta autonomia ed in contrasto col volere di Pechino.

In questo contesto, grande importanza stanno assumendo Paesi chiave come quelli di confine, Nazioni non ancora radicate nel tessuto culturale indiano e, come tali, aree di incertezza politica e commerciale che sia India che Cina stanno cercando di portare dalla propria parte. In questo progetto si individua la volontà di entrambi i Paesi di estendere la propria influenza commerciale in territori come il Pakistan, lo Sri Lanka e il Bhutan, zone chiave che attirano l’interesse di entrambi, oltre a centri chiave del sud est asiatico, quali Myanmar, Tailandia e Indonesia.

La Cina agisce in un’ottica di accerchiamento dell’India e di estensione del proprio elefantiaco progetto di una nuova via della Seta. L’India vuole invece conservare i suoi avamposti e non concedere ulteriori infrastrutture commerciali ai cinesi, eventualità che faciliterebbe la loro egemonia sull’Oceano Indiano e incrementerebbe il loro vantaggio economico.

Proprio a questo era stato indirizzato il progetto indiano del World Buddhist Conference nel 2016, un tentativo di unificare culturalmente i territori del Bhutan, dello Sri Lanka e delle rappresentanze buddiste nel sud est asiatico e avvicinarle al progetto indiano di affrancamento dal potere cinese.

Se da una parte il piano di Modi ha posto degli ostacoli all’egemonia cinese in Asia, dall’altro lato anche la Cina non è rimasta a guardare. Fra i due Paesi si è creato un tira e molla, in cui ogni decisione dell’uno ha provocato una reazione contraria dell’altro. Nel contesto dei rapporti internazionali si è incastrato così un ulteriore tassello, che ha visto la Cina rispondere al cambio di rotta del Governo di Nuova Delhi ponendo il veto all’ingresso indiano nel Nuclear Suppliers Group, gruppo che comprende diversi Paesi fornitori di materiale nucleare. Dal momento che l’ingresso di un nuovo Stato è determinato dall’approvazione di tutti i Paesi membri, il disaccordo con la Cina è stato ed è tutt’ora un ostacolo cruciale all’ingresso dell’India nel patto nucleare.

Come ovvia conseguenza di questo scenario, Modi e il Governo indiano stanno cercando nuovi alleati che possano garantire un appoggio contro lo strapotere di Pechino. A fine giugno, il Primo Ministro indiano è andato in visita a Washington e incontrato il presidente Donald Trump, corredando l’incontro con abbracci e parole di sostegno al Governo Usa.

Benché il tema principale sia stato il sostegno degli Stati Uniti nella gestione dei rapporti con il Pakistan, l’incontro tra i due leader ha evidenziato uno stretto rapporto di collaborazione reciproca, sia in ambito economico che militare, come sottolineato da entrambi.

È naturale che l’India dovrà portare dalla sua parte la maggior parte delle potenze occidentali per poter sfidare apertamente Pechino e far valere i propri argomenti in occasione di trattative internazionali. Tuttavia, come alcuni osservatori hanno sottolineato, l’avvicinamento dell’India agli Stati Uniti non potrà portare consistenti vantaggi per il Governo di Nuova Delhi. Anzi, una cooperazione con le forze navali americane nell’Oceano Indiano avrebbe l’unica conseguenza di avvicinare ulteriormente Russia e Pakistan alla Cina.

Sembra infatti che, al momento, gli Usa non abbiano interesse a schierarsi contro la seconda economia al mondo, e anche la Russia, prima in più stretti rapporti con l’India, preferisca intessere relazioni con Pechino ed evitare di inimicarselo. Il percorso che ha intrapreso Modi si è tuttavia reso necessario anche in seguito dell’isolamento dell’India dopo la mancata partecipazione al forum One Belt One Road promosso dalla Cina. Un incontro a cui hanno partecipato quasi tutti i ‘vicini’ dell’India e numerose potenze internazionali.

La decisione di non presenziare è stato l’ennesimo affronto alla Cina ed un chiaro segnale di contrarietà al suo sviluppo commerciale. Ciò che ha preoccupato maggiormente il Governo indiano è stato il progetto del China-Pakistan Economic Corridor, che prevede di far passare la nuova via della Seta per il conteso territorio del Kashmir. Una mossa che il Governo indiano ha rigettato in toto, sostenendo di non essere stato consultato nel progetto e vedendo in esso un grave episodio di prevaricazione del principio di «sovranità ed integrità territoriale».

Sebbene alcuni analisti abbiano visto in questa decisione la definitiva svolta autonoma dello Stato indiano dal potere cinese, altri hanno invece considerato controproducente la volontà di tirarsi fuori da un progetto che garantirebbe molti più vantaggi economici all’India che alla Cina stessa. Se si vanno a vedere i dati del 2016, la Cina è stato il principale partner commerciale dell’India, facendo registrare un totale di 70 miliardi di dollari derivanti dal commercio fra i due Paesi, oltre che aver investito in India una somma vicina al miliardo di dollari.

La guerra commerciale che sta portando avanti Modi si muove su un terreno pericoloso. A fronte di una rivendicata autonomia e di un moto nazionalista che vorrebbe l’India diventare protagonista in Asia, alla pari della Cina, i dati e il peso che hanno le due potenze rimangono imparagonabili. L’India ha registrato, nel 2016, 2.2 bilioni (mille miliardi) di dollari di Pil, a fronte degli 11.2 della Cina, e una spesa militare di 55 miliardi di dollari contro i circa 215 della Cina. Sebbene il progetto indiano sia ormai chiaro ed incanalato su binari precisi, un aperto scontro con la Cina preoccuperebbe molto più il Governo di Nuova Delhi rispetto a quello di Pechino.

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