domenica, Ottobre 25

India: caso Marò ancora aperto Il generale Camporini risponde sui delicati equilibri internazionali tra Italia e India

0

maro india caso

Le Forze Armate italiane sono da sempre al centro di polemiche, soprattutto per quanto riguarda le missioni all’estero, spesso usate come mezzo di propaganda politica, resta il fatto che, secondo i dati del Ministero della Difesa, al momento sono trentatré le attività italiane in venticinque Paesi e aree critiche del mondo. Tra queste, oltre alle ben note missioni in Afghanistan, Kosovo e Libano c’è Ocean Shield, missione antipirateria sotto l’egida della Nato, destinata a monitorare l’Oceano Indiano, nella fattispecie l’area del bacino somalo, di Gibuti e del Golfo di Aden per «contrastare la pirateria marittima che si è sviluppata in Somalia, uno Stato in guerra permanente dal 1991, laddove le organizzazioni criminali hanno prosperato approfittando della totale assenza delle Istituzioni e del Governo. Fornire, inoltre, protezione al naviglio noleggiato dalle Nazioni Unite, a favore del World Food Program, che trasporta generi di prima necessità alle popolazioni africane colpite dalla carestia» come si legge nella pagina dedicata sul sito del nostro Ministero della Difesa. La missione è legittimata  dalle risoluzioni  n. 1814 del 15 maggio 2008, n. 1816 del 2 giugno 2008, n. 1838 del 7 ottobre 2008 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

A quanto pare il nostro impegno e quello degli altri Paesi ha contribuito ad arginare gli episodi di pirateria, tanto che secondo l’ultimo rapporto dell’International Maritime Bureau gli atti di pirateria sono in netto calo nell’area del Corno d’Africa e dell’Oceano Indiano, questo non solo grazie alla missione Nato – in cui l’Italia opera in forza allo Standing Nato Maritime Group 2 – ma anche a causa della presenza di membri delle forze armate a bordo delle imbarcazioni che si trovano a incrociare nelle acque poco sicure dell’Oceano Indiano.

Per quanto riguarda le navi italiane, l’Articolo 5 del decreto-legge n. 107 del 12 luglio 2011 – ‘Proroga delle missioni internazionali delle forze armate e di polizia e disposizioni per l’attuazione delle Risoluzioni 1970 (2011) e 1973 (2011) adottate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nonché degli interventi di cooperazione allo sviluppo e a sostegno dei processi di pace e di stabilizzazione. Misure urgenti antipirateria’ – ha creato i Nuclei Militari di Protezione, una task force della Marina Militare specializzata nella difesa delle navi mercantili battenti bandiera italiana. I Nuclei, in forza al 2° Reggimento della Brigata San Marco, sono undici – dieci operativi e uno di stanza alla Base Logistica di Gibuti – e sono composti da sei fucilieri di Marina che hanno il compito di proteggere da eventuali atti di pirateria le imbarcazioni a cui sono assegnati.

La faccenda è apparentemente semplice, se non fosse che nell’antipirateria si incorre in una serie di norme e legislazioni che spesso si intersecano e diventano di difficile interpretazione. Non a caso sovente è necessario fare ricorso all’Unclos – acronimo di United Nations Convention on the Law of the Sea – la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, frutto di un lungo processo di negoziazione iniziato nel 1973, aperta alla firma nell’82 ed entrata in vigore solo nel 1994. È proprio l’Unclos che ha stabilito i concetti di acque interne, acque territoriali, arcipelaghi, zona contigua, zona economica esclusiva e piattaforma continentale. E sono proprio quei concetti che, nati per semplificare le relazioni internazionali e gli scambi commerciali, spesso sono chiamati in causa in controversie di difficile risoluzione.

Al caso specifico dei fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone – ma ipoteticamente il discorso sarebbe valido anche in altri casi – si aggiungono anche tutte le difficoltà dovute alla legittimazione di una giurisdizione rispetto a un’altra, all’assenza di una versione ufficiale del Governo italiano, alla mancanza di una normativa che determini le procedure a cui appellarsi in caso di eventi critici.

Grazie all’aiuto del generale Vincenzo Camporini, Capo di Stato Maggiore della Difesa dal 2008 al 2011 e attualmente vicepresidente dell’Istituto Affari Internazionali, cerchiamo di comprendere meglio quali possono essere state le falle e le dinamiche di questa complicata faccenda che sembra essere ancora ben lontana da una conclusione.

 

Quali sono le dinamiche che riguardano i Nuclei Militari di Protezione, quali sono le loro regole d’ingaggio, come si muovono?

A suo tempo, l’articolo del decreto legge sul rifinanziamento delle missioni internazionali del luglio 2011, dava delle regole molto generali, nel senso che consentiva l’impiego di questi nuclei armati militari e di nuclei armati di guardie giurate. Per queste ultime era previsto un regolamento applicativo, che è stato pubblicato da non molto, mentre per i militari non era previsto nessun tipo di regolamento. Questo è stato un grossissimo errore giuridico, perché la norma non specifica quali sono le responsabilità reciproche tra i nuclei armati e il comandante della nave, quindi non si evince dal testo chi comanda e chi prende le decisioni. A mio avviso è una gravissima pecca perché, anche ammesso che esistano degli accordi, diciamo  regolamentari, tra Confitarma e la Difesa, in realtà la valenza giuridica di questi accordi è nulla se non c’è un atto normativo. Atto normativo che deve essere fatto valere anche in caso di situazioni limite come quella che si è verificata, perché a questo punto il magistrato italiano che dovrà occuparsi della questione non ha alcun riferimento normativo e, in questi casi, il buon senso non basta.

Lo scorso aprile il Ministro degli Esteri Federica Mogherini in Commissioni Esteri e Difesa congiunte ha dichiarato che in merito alla faccenda l’Italia intraprenderà la via dell’internazionalizzazione. Quali sarebbero quindi i possibili mezzi risolutivi arrivati a quel punto?

Una piccola premessa: io sono molto critico sul comportamento dei nostri Governi perché dal momento in cui la cosa si è verificata è stato subito evidente che il caso doveva essere internazionalizzato la sera stessa, che non lo si poteva trattare come una diatriba tra Italia e India, ma che si trattava di una diatriba tra India e resto del mondo. Soltanto in questo modo credo che sarebbe stato possibile giungere a una soluzione in tempi brevi. Questo atteggiamento del Governo italiano ha consentito all’ineffabile Lady Ashton di dichiarare che lei non si si sarebbe occupata delle beghe tra due Paesi sovrani. Per quanto riguarda i metodi, sono svariati: c’è la possibilità dell’arbitrato o quella di ricorrere al Tribunale Internazionale del Mare. Le possibilità sono diverse, con diverse modalità, con diversa cogenza nei confronti della controparte, perché in alcuni casi la controparte deve accettare un certo tipo di procedura, in altri casi è costretta ad accettarla in quanto unilaterale. Abbiamo aspettato ormai due anni e mezzo quasi, è chiaro che la pazienza è esaurita quindi il ricorso a procedure che potrebbero durare due o tre anni potrebbe essere giudicato non adeguato alla situazione. Comunque è una scelta da fare al più presto possibile, a me piacciono le dichiarazioni se sono seguite dai fatti.

Per quanto riguarda il peso della politica interna indiana, crede che davvero il coinvolgimento di Sonia Gandhi abbia influito negativamente sulla vicenda?

Questo è sicuro, perché lei ha sempre cercato di dare evidenza di essersi staccata dalle radici italiane. Anche in passato ci sono state altre situazioni di imbarazzo per amicizie italiane che non erano state, diciamo, all’altezza delle aspettative. Oggi con questo nuovo Governo che si è insediato dopo una campagna in cui la questione dei due nostri fucilieri di Marina è chiaramente stato uno degli argomenti forti dell’opposizione, quella che adesso è diventata la maggioranza, l’auspicio è che eliminato questo ostacolo, il discorso diventi un po’ meno emotivo e un pochino più razionale. È certo che Modi ha fatto una campagna abbastanza pesante su questo argomento, quindi a questo punto lui dovrebbe smentirsi e assumere un atteggiamento più  conciliante. Io non sono eccessivamente ottimista. Parlando con alcune mie conoscenze indiane è emerso che gli indiani sono fortemente in imbarazzo, non sanno come venirne fuori, per loro la questione della faccia da salvare è fondamentale molto più che per noi, però si trovano in una situazione da cui è difficile uscire. Probabilmente se non fosse stato commesso l’errore di non farli tornare in India, ci sarebbero state un po’ di effervescenze diplomatiche…

A proposito di errori, quale ritiene siano stati gli sbagli più gravi commessi dal nostro Paese nella gestione di questo caso?

In questa vicenda, se avessimo avuto la checklist degli errori, l’avremmo completata, sin dall’inizio della norma, da quando è stato deciso di far entrare la nave nel porto di Kochi. Perché purtroppo, e questa è una cosa gravissima, non esiste una versione ufficiale del governo italiano su quello che è avvenuto. Questa è una cosa che io giudico inaccettabile, ci saranno dei buoni motivi, spero che ci siano, perché se non ci sono trovo che sia una dimostrazione di sciatteria. Quando la polizia salita a bordo della nave, e la polizia poteva farlo perché all’interno delle acque territoriali su navi civili vale il diritto territoriale, ha chiesto chi avesse sparato, sarebbe bastato che non riferissero chi fosse stato dei sei fucilieri a bordo. Dopo di che, un altro errore gravissimo è stato pagare un indennizzo alle famiglie dei pescatori, non come ammissione di responsabilità, ma come gesto di solidarietà. Questo è successo perché nella tradizione giuridica italiana, quando qualcuno si libera della parte civile in un processo penale, le cose scorrono più agevolmente. Ma questo accade in Italia, non in India. Quindi chi ha dato questo consiglio, chi ha preso questa decisione, dovrebbe farsi un esame di coscienza. Poi, come ho già detto, non aver internazionalizzato fin dall’inizio la questione o ancora di averli rimandati in India, anche se la cosa si doveva preparare meglio, nel senso che avrebbe dovuto esserci un accordo dietro le quinte, per cui al mancato rientro dei fucilieri in India, sarebbe solo seguito un ben costruito scontro per salvare le apparenze, per poi ricominciare i normali rapporti diplomatici. Questo non è stato fatto, è stato deciso di trattenerli senza un accordo preventivo, è chiaro che l’India a questo punto ha reagisce malissimo e mettendosi dalla parte del torto, limitando la libertà dell’ambasciatore. Ma anche qui bisognava avere il coraggio di richiamare in patria Daniele Mancini e vedere se davvero le autorità indiane l’avrebbero davvero fermarlo. Niente di tutto questo è stato fatto, veramente un atteggiamento incomprensibile. Quando poi si decise di farli tornare indietro, qualcuno avrebbe dovuto pensare alla posizione del Governo indiano che ha rivendicato sia la propria giurisdizione sia l’indipendenza della propria magistratura. A quel punto, tornati in Italia per votare, il procuratore militare avrebbe dovuto arrestarli e metterli sotto inchiesta per accertare le dinamiche dei fatti. Alle richieste dell’India di rimandarli lì, il nostro Governo avrebbe dovuto rispondere di non poter fare nulla in quanto anche la nostra magistratura è indipendente. Nulla di tutto ciò. Una gestione veramente molto criticabile. Adesso vediamo, il ricorso ai mezzi internazionali richiederà tempo, gli indiani hanno procedure ancora più lente delle nostre, per cui questi due ragazzi hanno tutti i diritti di essere stufi.

Nonostante si sia parlato non poco dell’argomento, si ha l’impressione che la gente non abbia le idee chiare sulla situazione, non solo su come sono andati i fatti, ma anche sulle effettive e attuali condizioni dei due fucilieri di Marina.

Il problema è la carenza di informazione, anche se non mi sembra che manchino informative da parte della Difesa, perché è stato chiaramente detto che i due sono stati assimilati al personale dell’Ambasciata e quindi hanno incarichi all’interno della nostra rappresentanza diplomatica, vivono lì e ogni settimana hanno l’obbligo di firma. Anche per questo siamo in una situazione un po’ ibrida perché, se accetto l’obbligo di firma accetto anche la giurisdizione indiana, ma io rifiuto la giurisdizione indiana quindi non dovrei accettare neanche l’obbligo di firma. È chiaro, però, che se non vado più a firmare è bene che non esca dall’ambasciata. Probabilmente tutte queste considerazioni han fatto cercare una via di mezzo che in qualche modo apparisse conciliatoria: io non accetto la giurisdizione, però, visto che vuoi la firma, vengo a firmare.

Invece dal punto di vista economico quanto contano le relazioni commerciali tra Italia e India, quanto complicano le cose?

Da quello che si è letto e da quello che si è detto circa la riunione in cui venne deciso di rimandarli e di una lettera del presidente di Confindustria, che seppure non portasse riferimenti espliciti e parlasse in generale dei rapporti commerciali tra Italia e India, era una richiesta indiretta di non irritare il governo indiano. È chiaro che gli interessi italiani in India sono tanti, e hanno il loro peso. È chiaro che qualcuno è preoccupato per i suoi investimenti, non c’è dubbio. Non sono assolutamente convinto invece che ci sia stata una qualche correlazione con la questione Finmeccanica elicotteri, da questo punto di vista sono molto scettico, perché sono state due situazioni del tutto diverse, slegate, non credo che ci sia nulla che le leghi e la dimostrazione è il fatto che, nonostante alla fine poi noi abbiamo deciso di rimandare i due, l’India abbia comunque deciso di troncare il contratto con l’Augusta per questi elicotteri. Tra l’altro adesso sembra che ci sia qualche ripensamento perché l’EH 101 è sicuramente la macchina migliore sul mercato oggi, non ha eguali, quindi ci perderebbero, infatti l’Aeronautica ha compiuto degli atti formali verso il governo indiano per invitarlo a ripensarci. Non penso che ci sia una correlazione tra questo business e la decisione di rimandarli in India, mentre per altre cose sì, gli interessi sono molto alti, stiamo parlando di miliardi di euro di rapporti per cui è chiaro che qualcuno era preoccupato per i suoi quattrini più che per i nostri marinai.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore