lunedì, Ottobre 21

In Tunisia l’ISIS guarda alle elezioni e lavora per il caos Le elezioni legislative e presidenziali di ottobre e novembre potrebbero innescare il disordine, esattamente quello a cui puntano gli estremisti islamici tunisini con le azioni di terrorismo intermittente come quelle di ieri

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Lo Stato Islamico ha rivendicato, tramite l’agenzia stampa ‘Amaq’, gli attacchi terroristici di ieri a Tunisi. «Gli esecutori dei due attacchi agli elementi di sicurezza tunisini nella capitale sono combattenti dello Stato islamico», recita la nota. Nessun dettaglio, solo la rivendicazione. 

La Tunisia, negli anni scorsi ha fornito il più consistente contingente di combattenti stranieri in Siria e in Iraq -si stima che 4.000 giovani siano partiti-, la maggior parte dei quali si è unita all’ISIS. Dal 2013, quando sono iniziate le attività di jihad in Tunisia (i primi nuclei si erano costituiti subito dopo la caduta del regime di Ben Ali, nel 2011), una massiccia ondata di attacchi jihadisti hanno colpito la Tunisia, tutti firmati da AQIM (al-Qaida nel Maghreb islamico) e  ISIS, in particolare  gli attacchi si sono concentrati sul settore turistico, strategico per l’economia del Paese.

Per i tunisini il 2015 è stato l’anno del terrore. Il 18 marzo un commando dell’ISIS entra in azione nel Museo nazionale del Bardo a Tunisi, uccidendo 21 stranieri. Tre mesi dopo, il 26 giugno, la strage sulla spiaggia di Sousse (150 km a sud di Tunisi): 38 turisti uccisi per mano dell’ISIS.

Il 24 novembre l’ISIS attacca a Tunisi,  nel mirino un bus della guardia presidenziale, 12 agenti morti. Da allora in Tunisia è in vigore lo stato d’emergenza. Più di recente, lo scorso ottobre, nel centro della capitale si è fatta esplodere una donna kamikaze.

I due attacchi di ieri, a quattro anni e un giorno (elemento forse da non sottovalutare) dall’attacco di Sousse,  hanno fatto ripiombare il Paese nordafricano nell’incubo del terrorismo a pochi mesi dalle elezioni legislative e presidenziali di ottobre e novembre.

«Le radici del jihadismo in Tunisia si trovano nel Tunisian Islamic Combatant Group (TICG), creato nel 2000, molto probabilmente a Jalalabad, in Afghanistan, quando diversi cosiddetti afghani tunisini guidati da Tarek Maaroufi (alias Abu Ismaeil El Jendoubi) e Seifallah Ben Hassine (alias Abu Iyadh) ha deciso di organizzare i radicali jihadisti tunisini»,  spiega Peter Borowsky, professore associato presso l’Università di Al Akhawayn.

«Il TICG era in gran parte un’organizzazione offshore che voleva ‘collegare, supportare e strutturare la comunità jihadista tunisina in esilio’. In effetti, i jihadisti tunisini erano originariamente i militanti del Mouvement de Tendance Islamique (MTI), vicini ai Fratelli Musulmani e guidati da Raché Genouchi. Dopo l’arrivo di Ben Ali al potere, nel 1989, la MTI accettò di giocare al gioco politico della democrazia, e il partito fu ribattezzato Ennahda, nel 1989. Tuttavia, Ben Ali aveva consolidato il suo potere e rifiutò di legalizzare Ennahda, ordinando un giro di vite al partito e ai suoi militanti».  

La caduta di Ben Ali non ha condotto al collasso dello Stato, a differenza di quanto accaduto in Libia, ma la rivoluzione ha determinato un indebolimento della sicurezza, il che ha creato un ambiente permissivo che ha condotto all’emergere di organizzazioni jihadiste nel Paese, sostiene Borowsky.

Secondo alcuni analisti, e tra questi proprio Borowsky, ora «l’obiettivo dei jihadisti è di andare dalla Libia a Ben Guerdane (una città di confine in Tunisia) e da lì, con il sostegno della popolazione, provocare un’esplosione generale che porterebbe al crollo dell’Algeria, la perla per loro con la sua ricchezza, risorse». 

Il crollo del Califfato in Siria e l’instabilità in corso in Libia hanno messo a rischio la Tunisia. «La destabilizzazione della Tunisia potrebbe anche influenzare direttamente la sicurezza dell’Europa». Il pericolo arriva dai ‘rimpatriati’ da Siria e Iraq, che magari hanno transitato in Libia, e poi sono rientrati in Tunisia. Sono pericolosi soprattutto per l’esperienza che si portano dietro, oltre al fattore radicalizzazione.  A fine 2017, inizi 2018, «questi gruppi possono essere considerati un fastidio», afferma  Borowsky, conducono una  «guerriglia a bassa intensità; in effetti, si potrebbe chiamare questo ‘terrorismo intermittente’». 

Gli analisti sono concordi nell’affermare che non vi è un supporto da parte della popolazione agli estremisti islamici, e che il Paese ha messo in atto una transizione democratica che sicuramente può essere considerata un modello per l’area. Ma all’appuntamento elettorale il Paese si presenta come chi ha ancora molta strada da fare.  E con un Presidente,  il 92enne Beji Caid Essebsi, che, subito dopo gli attacchi, è stato ricoverato nell’ospedale militare di Tunisi in ‘condizioni critiche’ per un grave malore, condizioni che oggi sembrerebbero in via di miglioramento. Il sostegno dell’opinione pubblica al Governo è decisamente diminuito nel corso degli anni; la grave recessione economica che morde, l’inefficienza delle istituzioni è palpabile da parte della gente.
Il consolidamento del processo democratico, iniziato nel 2011, e a cinque anni dall’adozione di una Costituzione progressista nel 2014,  pare ancora agli inizi.

Dopo le elezioni del 2014 le speranze dei tunisini erano molto vive, sia per l’affermazione della democrazia, sia in termini di attese di riassetto economico. L’accordo politico, dopo le elezioni del 2014, tra modernisti e islamisti non è riuscito attivare il processo atteso perché non è stato possibile rendere efficienti le istituzioni, e questo potrebbe diventare pericoloso per l’ordine sociale
Una vittoria con un largo margine di voti del «partito islamista di Ennahdha potrebbe dare al partito un reale controllo sulle istituzioni statali, e il Paese potrebbe trasferirsi in una sorta di Stato maggioritario», sostiene Haykel Ben Mahfoudh, «l’idea di avere una chiara maggioranza di Governo si sta diffondendo tra i politici e presso una larga maggioranza della popolazione, che tende a pensare che un leader carismatico sia l’unica cosa che manca».
La scena politica, invece, secondo i sondaggi, è molto frammentata. Le proposte che vengono dalla moltitudine dei partiti in corsa, secondo gli osservatori, non sono in linea con un elettorato impaziente più che mai. Anche Nidaa Tounes, il partito del Presidente, che ha vinto le elezioni nel 2014, è ora diviso, divisioni che «hanno portato il Presidente a perdere idee e slancio», tanto che già nei mesi scorsi aveva annunciato di non avere intenzione di ricandidarsi.
La possibilità  delle parti di formare coalizioni non è praticabile.

Il sistema elettorale è tra le cause alla base della frammentazione e dunque dell’ingovernabilità. «La struttura proporzionale ha estremamente compromesso il sistema politico dando luogo a un Governo semi-parlamentare disfunzionale».

Le elezioni saranno un momento che potrebbe rappresentare la svolta, secondo Haykel Ben Mahfoudh, ma potrebbe anche innescare il disordine, esattamente quello a cui puntano gli estremisti islamici, ISIS e non solo.

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