domenica, Novembre 17

In Sudan c’è chi dice ‘NO’ allo sciopero: il collaborazionista El Sadiq Al Mahdi L’unica forza che si oppone allo sciopero generale in corso e che ha rotto con l’alleanza per la Libertà e il Cambiamento è il National Umma Party guidato dal leader storico e controverso El Sadig El Mahdi

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Lo sciopero generale,  indetto da Alliance for Freedom and Change (ALC), che starebbe trovando larga partecipazione popolare in tutto il Sudan, ha spaccato l’opposizione. La  spaccatura c’è stata appena ALC ha dichiarato lo sciopero, il National Umma Party (NUP), guidato dal leader storico El Sadiq Al Mahdi, ha detto ‘No’. In un comunicato ufficiale ha dichiarato: «Prima di dichiarare lo sciopero generale si doveva tentare di riaprire i negoziati. Questa prova di forza non è stata discussa con tutte le forze politiche che compongono la piattaforma Forces for Freedom and Change ma imposta dalla SPA e Partito Comunista».

El Sadiq Al Mahdi è una figura storica, ma assai controversa dell’opposizione sudanese. Ricoprì la carica di Primo Ministro in due occasioni, nel 1966 e nel 1986. Durante la seconda nomina, Al Mahdi partecipò al Governo di coalizione assieme al National Islamic Front guidato da suo cognato, Hassan ‘Abd Allah al-Turabi, il Democratic Unionist Party, guidato da Mohammed Uthman al-Mirghani al-Khatim, e altri quattro partiti minori. Il 30 giugno 1989 il Governo fu rovesciato dal Brigadiere Omar al-Bashir. La carica di Primo Ministro abolita. El Mahdi scelse la strada dell’esilio.

Durante i trent’anni del regime di al-Bashir, Al Mahdi ha sviluppato una politica assai contraddittoria. In esilio si preoccupò a rinforzare il suo partito, piuttosto che cercare l’unità tra le forze di opposizione per contrastare Bashir. Perdonato e ritornato in Sudan nel 2000, si impegnò a non esercitare forme di opposizione che potessero mettere in difficoltà il regime. Tramite l’assoluto silenzio politico, indirettamente accettò i sanguinosi conflitti negli Stati del Darfur, Blue Nile e Kordofan, voluti dal regime per completare il processo di islamizzazione forzata e per assicurarsi il controllo totale delle risorse naturali di questi Stati.

Nel 2010 partecipò alle elezioni presidenziali farsa indette da al-Bashir dopo l’assasinio politico del leader del movimento ribelle sud sudanese SPLA, John Garang. L’assassinio, avvenuto in Uganda nel luglio 2005, grazie alla complicità del Presidente Yoweri Museveni, assicurò la vittoria elettorale di Bashir. A differenza dell’opera di vari revisionisti storici, Garang, pur avendo combattuto il regime di Bashir per quasi 15 anni, non era orientato verso le secessione del Sud Sudan. Il suo progetto politico era quello di abbattere il regime e instaurare una democrazia multietnica e multireligiosa.

Dopo gli accordi di pace del 2005, che prevedevano la fine delle ostilità tra nord e sud e un periodo di semi autonomia del sud in attesa di un referendum popolare per decidere l’eventuale indipendenza dal nord, Garang si batté per tenere unito il Paese e annunciò la sua candidatura alle presidenziali. Bashir fece assassinare il leader del SPLA quando fu informato che Garang stava diventando molto popolare tra la popolazione araba sudanese stanca del regime. Museveni accettò di far parte del complotto in quanto vedeva l’inaspettata possibilità di mettere le mani sul petrolio sudanese tramite la creazione di un Sud Sudan indipendente ma fragile, e, quindi, facilmente controllabile. I due attori assicurarono, dopo la morte di Garang, la vittoria degli indipendentisti nel referendum, creando il nuovo Stato nel 2011. Per proteggere i propri interessi Museveni volle  alla Presidenza il suo uomo, Salva Kiir, e Bashir si assicurò che la Vice Presidenza fosse affidata al suo fidato alleato, Rieck Machar. Il complotto Bashir-Museveni è all’origine dell’attuale orribile guerra civile in Sud Sudan scoppiata nel dicembre del 2013.

Al Mahdi ha sempre adottato una politica ambigua verso l’Islam radicale. Oltre ad essere uno dei principali leader dell’opposizione, è anche un Iman dell’ordine sufi di Ansar, fedele agli insegnamenti del Iman Muhammad Ahmad bin Abd Allah (1844 – 1885), che promosse l’interpretazione più ortodossa dell’Islam, utilizzandola come arma contro il dominio coloniale britannico egiziano, e proclamandosi il Messia Salvatore della fede mussulmana.

Anche le relazioni con suo cognato, Al Thurabi, nate durante il Governo di coalizione abbattuto da Bashir, presentano molte ombre. Al Thurabi dopo il golpe non scelse l’esilio, ma si unì a Bashir, diventando il rappresentante ideologico del regime per la promozione dell’Islam radicale.  Istituzionalizzò la legge coranica della Sharia, concepita come arma di repressione totale di ogni dissenso nel Paese. Fino alla sua morte, avvenuta il 5 marzo 2016, Al Thurabi ha sempre difeso l’estremismo religioso, favorito i contatti con vari gruppi terroristici salafisti, compreso Al-Qaeda e lottato senza riserve contro Bashir quando il dittatore verso il 2012 iniziò a diminuire l’influenza dell’Islam radicale per compiacere i suoi nuovi alleati occidentali.

Al Thurabi rese possibile il ritorno di Al Mahdi dall’esilio nel 2000, a condizione di giocare un ruolo soft di opposizione che non desse troppo fastidio al regime. Nel 2010 la sua campagna elettorale fu incentrata dall’opposizione di consegnare Bashir alla Corte Penale Internazionale che aveva spiccato due mandati di arresto per crimini contro l’umanità commessi in Darfur. Nonostante questi servizi, fu accusato nel 2014 di aver allacciato contatti con i gruppi ribelli e fu costretto ad un secondo esilio. Ritornò nel gennaio 2017 nuovamente perdonato da Bashir.

Al Mahdi e il suo partito non hanno promosso la rivoluzione, aderendo solo lo scorso febbraio, quando era ormai evidente che il movimento rivoluzionario aveva grosse possibilità di abbattere il regime. La sua attuale opposizione allo sciopero generale, e la sua linea politica di dialogo e concessioni alla giunta militare, non devono quindi sorprendere, visto il passato politico di questo leader islamico. Vari osservatori regionali sono molto scettici su una totale rottura tra Al Mahdi, SPA e direzione rivoluzionaria.
Il rischio di questa rottura è che il potente National Umma Party si unisca alle forze radicali islamiche e al TMC, indebolendo ulteriormente il movimento popolare.

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