mercoledì, Agosto 21

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(Questo articolo è un estratto del contributo “ETHICS AND EMPATHY IN THE THERAPEUTIC RELATIONSHIP” presentato dal dott. Elio Sena alla “9th INTERNATIONAL CONFERENCE ON BIOETHICS “ – Napoli, 19-21 novembre 2013 – riscritto e adattato dall’Autore per ‘L’Indro‘)                    

Il termine ‘Empatia’ deriva dal tedesco Einfuhlung, che vuol dire immedesimazione, cioè capacità di mettersi nella situazione di un Altro, comprendendone i processi psichici, in un ambito culturale condiviso o meno, a livello solo personale o anche sociale. L’avvicinamento ad un nostro simile può comportare l’incontro con il suo dolore: questo è un primo livello per tutti noi, ma per molti può essere l’unico, se quel contatto non prevede altri sviluppi; non così per il medico e per chiunque intervenga per prendersi cura del prossimo, in base a una scelta di vita, non necessariamente professionale.

La relazione medico-paziente ha un colore neutro, se così si può dire; bene: immaginiamo allora il bianco, quello di un rotante disco policromo di Newton fatto girare dal soffio della sofferenza dell’Altro, come obiettivo sensibile da percepire per esser certi di aver colto tutte le sfumature distintive di quella specifica condizione clinica in esame rispetto alle altre possibili, a noi ignote o conosciute magari altrove e solo in parte. Nel moto vorticoso delle emozioni rappresentabili, s’intravede il profilo del nostro rapporto col dolore, in un’idea avviata dall’assimilazione del nostro animo a quello altrui. Io, come tutti noi, avverto la vertigine solo guardando la sommità di un grattacielo o di un monte, senza averli mai “scalati”; intuisco quello che un altro essere umano sta per fare e prova mentre passa all’esecuzione di quell’atto, con anticipo e condivisione da parte del mio codice motorio (neuroni a specchio); ma, tutta la scienza cognitiva non sfuma, però, né la magia né il miracolo della mia presenza nel mondo, che si rivela sotto forma di capacità di “sentire” ciò che, una volta in più, non conosciamo bene o per niente. Non è nota, infatti, nemmeno l’origine dell’Empatia.

Si profila subito un importante quesito: la stessa soggettività (meglio dovremmo dire: una differente e variabile forma di oggettività) dell’empatia costituisce un possibile ostacolo per l’applicazione di canoni etici obiettivi e impersonali?

La soggettività comporta dei limiti, inutile negarlo, e svariati possono essere gli elementi in grado di circoscrivere le capacità empatiche di ognuno di noi: la conoscenza umana è scientifica, ma conchiude e compendia anche la “semplice” esperienza individuale; inoltre, per tutt’e due queste realtà cognitive gioca un ruolo non trascurabile la mediazione immaginifica, non allo stesso modo attiva in ogni essere pensante, a sua volta diversamente permeabile alle emozioni (si riconoscono  persino organizzazioni psichiche del tutto anaffettive!).

D’altra parte, l’empatia può essere condizionata anche da elementi esterni alla personale capacità di “sentire” del medico, primo fra tutti il milieu socio-culturale in cui egli svolge il suo lavoro; per esempio, se le difficoltà ambientali sono numerose e incoercibili, anche un dottore potrà sviluppare una concentrazione minima nello svolgimento del suo mandato, sentendosi obbligato prima di tutto a non mettere a repentaglio la propria integrità, non solo psichica.

La cosiddetta “personale dimensione empatica” in una relazione organizzata e sostenuta dal medico con quel paziente non è mai riferibile solo a quel rapporto professionale. Parlare di “dimensione” non impone né la produzione di formule, misure o codici e nemmeno si può considerare valido in assoluto il criterio valutativo o descrittivo della coscienza, perché esso rappresenta un impalpabile e anarchico strumento individuale, ancorché professionale. All’apparir del vero, l’Empatia può assurgere al livello di conoscenza insostituibile laddove si consideri la sua efficacia nella produzione di atti terapeutici dettati e propugnati dall’Etica; è un test i cui risultati, seppur non riproducibili, marcano contenuti i cui valori difficilmente possono essere ridotti a misure comparabili.

Domanda provocatoria: l’Empatia è in qualche modo limitata dall’Etica? Sempre o talvolta? In alcune discipline mediche più che in altre? Se è uno spinoso problema per lo Psichiatra (e su quali piani?), allo stesso modo esso condiziona un Chirurgo?

L’Altro esiste perché è riconoscibile, ma come diventa poi un’entità riconosciuta? C’è un confine da superare, quindi deve prodursi un movimento, vale a dire un’emozione: questa è la sfida iniziale. Ma quel confine delimita anche l’interno-di-noi, cioè la nostra presunzione identitaria o l’identità tout-court, nonché la nostra definizione politica, intrecciata alla matrice psicobiologica, tenuta su da una rigida impalcatura culturale. Posso empatizzare grazie a una mia cognizione di sofferenza, condivisibile o interpretabile anche dagli abitanti di un altro pianeta; ma, per riuscirci, io dovrei avere già un’idea di sofferenza giustificabile per me stesso come retaggio di un mio vissuto di dolore (o di gioia, perché no?). Così, la mia esperienza, umana e sociale, persino visibile laddove si potesse reificarla, mi appare, in quel mondo diverso, scissa, e tale sarebbe destinata a restare. Ogni mio riferimento culturale è tracciato anche dal senso di appartenenza, perciò quali possibilità ho io di superare questa iniziale barriera che per giunta duplica un confine? (pensiamo soltanto al sentimento di esclusione provato da una persona di colore tra bianchi ostili). E poi, perché farlo? Dovrei rischiare di affidarmi a un mezzo che mi trascinerà lontano se non lo governo, vivendo sopraffatto dallo smarrimento, dalla diluizione o dalla dispersione patogena del mio Io, provato dallo sforzo continuo di garantire la sicurezza della mia identità. Quest’ultima, anche inconsapevolmente, sopravvive come possibilità di condivisione: è il nutrimento garantito dalla condizione di piccolo innamoramento, base dell’Empatia; in altre parole, il destino del superamento di ogni timore è legato alla sperimentazione intima del significato del mio essere nel mondo grazie a un Altro.

Edith STEIN (1917) definisce per prima i caratteri fondamentali dell’Empatia nel suo libro “Il problema dell’Empatia” (Studium – Roma, 2012 -), arrivando a individuare in qualsivoglia atto di avvicinamento all’Altro, in qualunque modo e in  contesti anche diversissimi, la linfa di questo concetto altrimenti fumoso. (Imperdibile, sullo stesso argomento, è il volumetto “Sentire l’Altro” di Laura Boella – Raffaello Cortina Editore).

Si procede alla percezione dell’Empatia partendo dall’esperienza del contatto; quest’ultima si avvia in un’iniziale e necessaria distanza, ma si compie del tutto soltanto se supera ogni gap emozionale; infine, essa segue il tempo di un singolo evento, nei cui limiti pretenderà ad ogni costo di circoscrivere un universo emotivo, che è invece atemporale e infinito. Ogni contrapposizione si trasforma in contatto soltanto se c’è un dialogo, cioè quell’avvicinamento, fino a toccarsi, d’idee dichiaratamente opposte. Il fuoco di ogni guerra identitaria distrugge il ponte di legno tra due sponde, entrambe già infiammate dallo stesso desiderio, cioè conoscere la vita sull’altra riva; l’“opposto-a-me”, il “diverso”, è percepito come strano se stimola la mia curiosità, ma è soprattutto temibile nel momento esatto in cui io lo ritengo capace di mortificare ogni mia certezza irriducibile. Allora, è il desiderio di conoscenza (dell’Altro) il guanto di sfida lanciato (da me stesso!) al mio narcisismo.

Nell’osservazione della malattia, meglio che in qualunque altro “contatto”, si comprendono a pieno la natura e le specifiche caratteristiche dell’Empatia. Ad esempio, uno Psichiatra coglierà la dimensione autistica o quella isterica, in situazioni di riferita partecipazione al dolore altrui, individuando rispettivamente sostanziali termini di disprezzo nel primo caso e di sola compassione nel secondo, al di là delle parole usate e della mimica d’accompagno.

Vedo la smorfia di dolore dell’Altro, ascolto i suoi lamenti: la mia coscienza registra tutto ed emette un giudizio. La modulazione della mia capacità cognitiva dovrebbe confrontarsi invece, a opinione di chi scrive, con la possibilità di accedere al linguaggio inconscio, il mezzo più potente per interpretare (e capire) e valutare (definire) il desiderio di chi non vuole provare dolore (come non lo vorrei io) né quindi mai lamentarsi (come me), cioè tutto ciò che la Coscienza giudica presente dinanzi a me e perciò reale (ma non per me)!

Il corpo è sede di bisogni; quello malato più di uno sano e vigoroso. Se io vivo il trasporto della mia pulsione erotica immaginando o vedendo realmente, delimito il mio bisogno fisico dell’Altro grazie a una mia rappresentazione della bellezza (per me) di quel corpo, in una difettosa appercezione che nulla mi fa sapere ancora dell’esperienza trasformativa che solo quel corpo potrà avviare. Sarà la condivisione con l’Altro, e solo quella, a darmi l’esatto riscontro del significato del mio desiderio, emancipato dal comando di un banale, prosaico bisogno d’animale…

Ma, in un altro frangente, quale relazione tra il mio corpo sano e quello piagato e sofferente, quale sorriso in presenza del pianto, quale domanda dinanzi ad una risposta impossibile, potrà mai ripropormi l’utilità dell’incontro amoroso, quello di vita?

Io sono obbligato a leggere sul viso dell’Altro: l’intesa dal primo sguardo (la coppia amorosa della celebre “Strangers in the night” di Sinatra), fino al movimento…. e al contatto. Siamo partiti da lì, no?

Solo successivamente c’è la decodificazione e la comprensione, passando attraverso la propria capacità d’immaginare e di rievocare; non si tratta solo di livelli di conoscenza, ma di una lineare elaborazione di un need inconscio che aspetta di essere identificato nell’Altro. Ugualmente, è possibile recuperare la memoria dell’Altro in me: il suo dolore come rappresentazione psichica del mio, ritrovato mettendo insieme dettagli, senza effettuare “scoperte” di inusitate sofferenze. Noi tutti, invece, tendiamo a provare intima e fastidiosa vergogna se solo riaccendiamo il ricordo della pena che, per esempio, il legame amoroso di un tempo ci obbligò a provare.

Quella tra medico e paziente è sempre una relazione “asimmetrica”, così come una qualunque altra situazione di rilevanza clinica in cui si distinguono un soggetto-supposto-sapere e un soggetto-bisognoso-di cure.  

In generale, si può contenere il dislivello della asimmetria relazionale in due modi: dall’interno (l’Uno si vede come l’Altro e nell’Altro) e dall’esterno (il potere della cura identificato in una grazia comunicativa e non in un protocollo assertivo).

L’immaginazione sostiene il primo punto, ma nasconde i pericoli dell’allucinazione e della proiezione delirante; invece, l’unicità del proprio mandato terapeutico confina con l’idea di una personale magica investitura.

Il colore dell’Empatia: una sfumatura nasconde un’essenza.

Proviamo a pensare all’insidiosa partecipazione di un soggetto sadico in una relazione di qualunque genere, compresa quella clinica; essa si conclama nel “male”, elemento inconciliabile con il fine di un operatore al servizio del prossimo! L’Empatia provata dal sadico è intensa e brillante, senz’altro, ma dissimula il nero corvino di una forma patologica d’individualismo esasperato, senza controllo né riferimento morale.

Anche l’Etica e l’Empatia soggiacciono ad una condizione di asimmetria: la prima è incardinata da regole condivise e fissate; l’altra è più fluida e vive di un codice personale. Nell’opera del medico esse sono contigue, ma indipendenti per molti aspetti. Per esempio, basta considerare che l’empatia scatta senza attendere neppure una pur minima richiesta di aiuto e spontaneamente dispiega il suo benefico potenziale; l’etica, invece, si impone e deve essere osservata anche quando il trasporto emotivo è minimo in un intervento ineludibile, pur se non richiesto o oltraggiosamente rifiutato.

Ma la vera cesura teorica tra Etica e Empatia si delinea di fatto a partire dai sensi di affidamento del paziente, perché è nella risonanza della domanda d’aiuto che possono entrare in attrito le istanze in esame.

Se da un lato è necessario bilanciare ciò che si deve, si vuole o si può “fare”, anche quando non è concesso né viene richiesto, dall’altro la domanda muta del malato inconsapevole o quella perentoria del bisognoso in pericolo rendono necessario uno spazio autonomo alla “fantasia” terapeutica di chi, ancor più in un contesto poco usuale e disagiato per mezzi e cultura, deve scegliere di procedere comunque, ma non può contare né su un chiaro riferimento etico, né può emanciparsi del tutto dai dettami del suo dialogo interiore, con buona pace della “neutralità” del medico.

 

 

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