domenica, Agosto 25

In mostra a Pitti ‘Il Dittatore folle’ Il grande cartone di Galileo Chini, riferito a Hitler ed esposto in ricordo della ‘Notte dei Ponti’ di Firenze fatti saltare dai nazisti, è un “monito – dice Eike Schmidt – contro i tentativi di rinascita di questa mostruosità della storia”

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«La cultura è l’arma giusta per abbattere violenza e razzismo»: così si è espresso il Direttore delle Gallerie degli Uffizi e di Palazzo PittiEike Schmidt nel presentare il grande cartone preparatorio de  ‘Il Dittatore folle del pioniere dell’Art Nouveau Galileo Chini, esposto per la prima volta al pubblico nella sala del Fiorino di Palazzo Pitti, in occasione del 75° anniversario di quella che è ormai nota come La notte dei ponti‘, quella tragica notte  del 4 agosto 1944 in cui l’esercito del Reich in ritirata da Firenze fece esplodere tutti i collegamenti sull’Arno della città, tranne Ponte Vecchio, distruggendo il centro storico della città: «Memoria di una ferita ancora viva nel corpo di Firenze» – afferma Schmidt – «e nello stesso tempo monito simbolico contro dittature e guerre». Il grande cartone esposto per la prima volta, è visibile nell’Anticamera degli Staffieri della Galleria di Arte Moderna di Palazzo Pitti e vi resterà  per tutto il mese di agosto. In ricordo di quel tragico evento, la domenica del 4 Palazzo Pitti ed il Giardino di Boboli sono rimasti aperti gratuitamente per l’intera giornata. Altre significative iniziative sono previste per domenica 11 agosto, data storica in quanto all’alba di quello stesso giorno di 75 anni fa, il suono della Martinella dava inizio alla Liberazione della città, decisa dal CTLN toscano, che sarebbe durata circa un mese. Il 4 e l’11 agosto, due date  dunque che segnano la storia della città, che si liberò per mano propria dall’occupazione nazista e dalla tirannide fascista. 

Dalla distruzione alla riconquistata libertà: due date di segno opposto da non dimenticare e da indicare alle giovani generazioni. Alla distruzione, al più grande genocidio dell’umanità avvenuto per mano nazista con la complicità  del fascismo italiano, è riconducibile ‘Il Dittatore folle’ la cui esposizione vuole essere «Un monito simbolico» – sottolinea ancora Schmidt – «contro dittature e guerre».  Quella che il grande pubblico dei visitatori vedrà  durante tutto il mese di agosto, è la versione preparatoria del dipinto presente nella Fondazione Cassa di Risparmio di Bologna. Un’opera colossale ( (2,40×4,53 metri) a tecnica mista, di fortissimo impatto visivo e simbolico.  Fu ideata nel corso del 1938 dal celebre artista fiorentino Galileo Chini (1876-1956) in occasione della visita trionfale a Firenze di Adolf Hitler, avvenuta il 9 maggio di quell’anno. Per mostrare all’ospite l’eccellenza della cultura italiana e in particolare toscana, dal Medioevo dei liberi comuni alla fioritura del Rinascimento, già nei mesi precedenti Firenze si era trasformata in colossale cantiere con allestimenti di addobbi effimeri volti a creare un’ambiziosa scenografia cittadina. Lo sfarzo del progetto fu considerato eccessivo da Galileo Chini, che pur iscritto al Comitato fascista per i festeggiamenti per Hitler si rifiutò di partecipare, esprimendo un forte dissenso che gli costò la revoca dell’incarico di professore accademico e il rischio di una condanna al confino. Davanti al Tribunale di Firenze, il pittore si difese sostenendo «che non si trattava né di ingiurie né di oltraggio, ma di apprezzamenti di carattere artistico».

Assolto dalle accuse, Chini continuò ad esprimere con libera franchezza il suo pensiero contrario alle atrocità prodotte da una cieca politica dittatoriale e ai suoi effetti devastanti, come testimonia il grande cartone Il Dittatore folle, in cui l’artista volle rappresentare l’essenza della crudeltà e della follia umana. Al di là delle motivazioni ufficiali fornite allora, quell’opera era il  turbamento di una coscienza, il segno di una rivolta morale e civile dell’artista contro il conformismo, l’assuefazione, il servilismo al Dittatore straniero che lo stesso corpo Accademico (parte del quale passò poi indenne dal regime alla democrazia)  stava mostrando. Secondo  Matteo Ceriana che tanto si è attivato per l’assegnazione a Firenze di quest’opera acquistata dal Mibac presso privati, in Ghini il suo spirito risorgimentale, fedele ai valori dell’ l’indipendenza e della Libertà, si rivoltò di fronte alla sottomissione al dominatore nazista, la cui presenza a Firenze, incontrò – lo ricordiamo – la ferma opposizione   del Cardinale Elia Dalla Costa che al passaggio del corteo chiuse le finestre dell’Arcivescovato. Una rivolta di coscienza quella di un artista i cui lavori esprimevano una visione  onirica più sereni e gradevoli dell’esistenza. Ghini, nella storia dell’ arte, è considerato uno dei protagonisti del Modernismo europeo di inizio Novecento, anello di congiunzione tra la grande tradizione artistica toscana e le aperture internazionali dell’Art Nouveau, grazie alla sua abilità di ceramista.  

Lo storico dell’arte Giuseppe Rizzo, ravvisa dunque nel Dittatore folle,  un dipinto completamente antiteco alla “joie de vivre” che aveva caratterizzato le sue opere. «Le distruzioni perpetuate dalle dittature e dalle guerre avevano infatti dato il via a un’inevitabile trasformazione nei modi espressivi dell’artista verso una forma più scabra e povera, che evoca il disfacimento fisico e il preludio alla morte. Colto e raffinato conoscitore del simbolismo italiano ed europeo, da Previati a Sartorio, da Von Stuck a Klinger, nel Dittatore folle Chini si confronta inoltre con i precedenti dell’arte visionaria di Goya e gli esempi più alti della pittura del Rinascimento, con evidente riferimento alla figura di Minosse dipinta da Michelangelo nella Cappella Sistina. Il risultato, di una brutalità unica nella pittura italiana di quegli anni, diventa denuncia aperta della follia umana e degli orrori della dittatura». 

A Rizzo facciamo notare che intorno al ‘Dittatore folle’ il paesaggio è disseminato  di soli corpi nudi femminili, vittime della cieca barbarie. Che significato dare oltre al fatto che  il dittatore – ogni dittatore – è particolarmente accecato dall’odio verso il genere femminile e tutto ciò che lo evoca? «Il significato che la dittatura e la follia distruggono la bellezza, che  l’universo femminile rappresenta, anzi ne è il simbolo». L’opera  su tela fu realizzata nel 1939, un anno dopo la visita di Adolf Hitler a Firenze, nel periodo in cui il Führer invadeva la Polonia, dopo l’annessione dell’Austria. «Nella sua allucinata espressività» – conclude Rizzo – «essa si costituisce come un manifesto lucido e brutale di quella situazione storica, e testimonia l’impegno e il tormento dell’artista nei confronti degli orrori della guerra appena cominciata». Ma che aveva avuto un tragico precedente con la Guerra di Spagna, la cui  atrocità aveva trovato una simbolica rappresentazione nella celebre Guernica di Pablo Picasso. Da Guernica al Dittatore folle, il passo  è stato breve  e poteva essere evitato, se  in Europa si avesse avuta la percezione del destino che le dittature nazionaliste ( oggi si chiamano sovranismi) stavano preparando.  

A corredo di questa iniziativa, si sono tenute domenica 4 agosto,  visite-focus guidate da specialisti del Museo, dedicate al ‘Dittatore folle’ ed anche al ‘Vaso di Fiori’ di Jan van Huysum, il dipinto trafugato dai nazisti nel 1944 e restituito dalla Germania poche settimane fa, dopo 75 anni. 

Il comandante del Nucleo tutela patrimonio culturale dei Carabinieri di Firenze, Maggiore Lanfranco Disibio,  ha illustrato  l’azione di recupero del ‘Vaso di Fiori’, al posto del quale coraggiosamente e  provocatoriamente il direttore delle Gallerie degli Uffizi Eike Schmidt, aveva posto una copia con su scritto ‘ Rubato’.  A consegnarlo all’Italia è stato il 19 luglio scorso il Ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas nel corso di una cerimonia di restituzione, svoltasi  alla presenza del Ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, del Ministro per i Beni e le Attività Culturali, Alberto Bonisoli, del Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, Giovanni Nistri, e dello stesso Schmidt. «Una giornata storica» fu definita quella, in quanto «segnava una nuova e importante pagina delle relazioni culturali tra due Paesi fondatori dell’Unione Europea». Relazioni che purtroppo non si applicano con uguale risultati ad altri aspetti delle relazioni tra i due paesi. La ‘Notte dei ponti’ e quelle successive sono descritte  nelle lettere che il fotografo Giulio  Bencini, aveva indirizzato a partire da quel 4 agosto del ’44, sotto forma di lettere al figlio al fronte, e che assumono le forma del Diario. Un diario inedito, affidato  dalla figlia del fotografo scomparso Anna Maria Bencini alla voce dell’attore Fabio Baronti della Compagnia delle Seggiole, che con parole toccanti e ricchezza di particolari, descrive il  martirio di una città ridotta nel suo cuore ad un cumulo di macerie, di fame, di perdita di ogni bene, di migliaia di rifugiati dentro Palazzo Pitti, di dolore e sofferenza, per scelta del ‘dittatore folle’ e della «ferocia inaudita del nazisti e del loro spudorato cinismo». Ma  sul significato di questo ricordo  sentiamo ancora il tedesco Schmidt Direttore delle Gallerie degli Uffizi: «“La Notte dei Ponti’, in cui la Wehrmacht distrusse alcuni degli angoli più belli del cuore di Firenze, è stato uno degli innumerevoli episodi bui dei quali si è reso protagonista il Terzo Reich, fortunatamente sconfitto al termine della seconda guerra mondiale. Ma come testimoniano recenti episodi di cronaca, non solo in Germania, a distanza di tanti anni il fenomeno dei tentativi di rinascita del nazismo non è mai veramente morto l’unica arma per relegare definitivamente questa mostruosità della storia nella tomba del passato è la promozione e la diffusione della cultura e della memoria: e questa speciale giornata, resa ancor più viva dall’esposizione del Dittatore folle di Galileo Chini, vuole assolvere simbolicamente proprio a questa funzione». 

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