mercoledì, Maggio 22

In Libia con la minaccia invisibile dell’uranio impoverito

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Quali gli effetti?

In primis gli effetti diretti: chiunque si sia trovato (e si troverà) a una distanza entro i 500-1000 metri dall’area di impatto può inalare polveri in quantità sufficiente a provocare danni significativi alla salute, leggasi tumori. In questo caso è probabile che la popolazione civile in prossimità degli obiettivi colpiti possa essere investita dalle nubi contenenti micro-particelle radioattive.

uranio impoveritoIn secondo luogo, gli effetti indiretti: il personale militare chiamato a operare nelle zone in precedenza colpite da armi contenenti uranio impoverito sarà soggetto al rischio di inalazione e, quindi, di contaminazione; la percentuale di micro-particelle inalata e trattenuta dai polmoni è di circa il 60% (il 25% in maniera permanente), una parte di questa viene assorbita depositandosi nei tessuti e nelle ossa. Il che si traduce, almeno sul piano potenziale, in un elevato rischio di contrarre gravi malattie di natura tumorale (linfomi di Hodgkin e non Hodgkin e le leucemie) e genetica (malformazioni di neonati da genitori sottoposti agli effetti dell’uranio impoverito).

E se è vero che i cinque anni di tempo trascorsi dal 2011 a oggi vengono da più parti indicati come sufficienti per consentire un ‘assorbimento’ dell’uranio impoverito da parte dell’ambiente – e ciò è valso per l’ex-Jugoslavia bombardata dalla Nato negli anni Novanta (in particolare Bosnia e Kosovo) – la stessa cosa potrebbe non valere per la Libia. La ragione di questa differenza sarebbe riconducibile alla geografia e alla morfologia ambientale.

La diversità della Libia consiste, nella sostanza, dall’essere un territorio prevalentemente desertico e con scarse precipitazioni (fattori limitanti della possibilità di assorbimento dell’uranio impoverito da parte del terreno) e da un elevato livello di ventosità in grado di diffondere le micro-particelle radioattive a grandi distanze rispetto al punto di impatto originale, benché con diminuzione di concentrazione a mano a mano che ci si allontana da questo. Una situazione che, ad oggi, deve preoccupare ma che non potrà che peggiorare nel caso di una nuova, quanto scontata e ormai prossima, campagna di bombardamento aereo.

 

Rischio calcolato?

In genere, la fase di pianificazione di una qualsiasi operazione militare prevede il calcolo dei rischi accettabili; tra questi anche il numero dei morti. Il Parlamento italiano sarà chiamato a votare il finanziamento dell’operazione militare in Libia alla quale l’Italia prenderà auspicabilmente parte (l’interesse nazionale viene prima di tutto), ma difficilmente ci sarà dato sapere il numero di soldati che l’Italia è disposta ad accettare come perdite fisiologiche sul campo di battaglia, ossia i morti in combattimento (certamente un numero inferiore a quello degli alleati statunitensi). È altamente improbabile -e forse anche inopportuno- che il Governo possa rendere pubblico tale dato, così come è molto improbabile che siano stati commissionati studi da rendere di pubblico dominio in merito ai rischi di contaminazione a cui saranno sottoposti i nostri soldati. Un argomento su cui sarebbe opportuno discutere, informando così l’opinione pubblica, partendo in primo luogo dalle aule parlamentari e dalle ‘commissioni Difesa’ di Camera e Senato.

 

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