sabato, Ottobre 24

In galera per una 'J'

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FOTO REPERTORIO DI CARCERI PER VOTO SU INDULTO

 

 Può accadere, effettualmente accade di tutto, nelle carceri italiane. Si va dalle celle allagate a detenuti “normali” gomito a gomito con altri detenuti con evidenti problemi psichiatrici; c’è chi appicca fuoco ai materassi e incendia le celle, chi “evade” legandosi al collo una corda fatta con il lenzuolo o i lacci delle scarpe, chi si automutila, chi si ferisce con cocci e lamette; chi aggredisce gli agenti di custodia…

Gli ultimi “roghi” in ordine di tempo: al carcere minorile Beccaria di Milano un tunisino promette di immolarsi, se viene condannato. La condanna arriva e la promessa mantenuta. In un attimo il ragazzo diventa una torcia umana, le ustioni ricoprono il 70-80 per cento del corpo, secondo e terzo grado. Passa qualche giorno, ed è la volta di un altro ragazzo diciassettenne, si impicca; i compagni di cella intervengono subito, si riesce a staccare il laccio che lo sta strangolando… Si salva, lo spediscono in neuropsichiatria, dove resta tre  quattro giorni. Lo riportano al Beccaria, ora sono i compagni di cella che gliel’hanno giurata…

Una settimana fa, a mensa un ragazzo affetto da schizofrenia apre il suo panino con la bresaola, col coltello si taglia i polpastrelli,  condisce il salume col suo sangue, addenta il panino. Lo hanno inviato tre volte al pronto soccorso, per i suoi gesti di autolesionismo incontrollabili; invece di essere ricoverato per Tso, gli hanno prescritto calmanti, poi di nuovo in carcere.

   Storie di ordinario orrore carcerario.

   Poi può capitare che si finisca in carcere perché il proprio cognome è Amine e non Aminje. Per una lettera in più, la J, un marocchino di 26 anni che vive a Milano con la famiglia, finito in carcere per scontare due condanne per spaccio di droga, è rimasto chiuso in cella per 208 giorni più del dovuto; ora chiede il risarcimento allo Stato per ingiusta detenzione, comunque quel quasi anno in più di galera non glieli toglie nessuno.

Cos’è accaduto? Il primo ordine di esecuzione di Cherouaqi risale al 6 giugno 2011: viene calcolata una pena complessiva da scontare pari a “tre anni, nove mesi, cinque giorni, con decorrenza dall’8 agosto 2010, e scadenza il 12 maggio 2014”. Amine, al momento in cui gli viene notificato l’ordine di esecuzione ha già scontato otto mesi e venti giorni, dal 10 giugno 2009 al primo marzo 2010. Durante gli anni in carcere, a Ivrea, ottiene due provvedimenti per la liberazione anticipata, dovrebbe uscire dal carcere sei mesi prima, l’11 novembre 2013. Dovrebbe. Perché a Ivrea, gli notificano un altro ordine di esecuzione. E’ sbagliato, ma fa nulla, lo trasferiscono a Biella; lui fa istanze, chiede di essere scarcerato. Il 6 giugno 2014 è il carcere che si accorge che ha scontato giorni in più di detenzione. Così Amine, che doveva lasciare il carcere l’11 novembre 2013, esce solo il 9 giugno 2014. 208 giorni dopo. “Ho cercato di spiegare la mia situazione”, dice Amine “ho spiegato agli agenti che avevo già scontato la pena. È come aver scontato due volte la stessa condanna”. La direzione del carcere di Biella comunica l’anomalia del fascicolo del detenuto all’ufficio Esecuzioni penali il 6 giugno scorso. «Vista la nota della casa circondariale di Biella», si legge nel decreto di computo della custodia cautelare del ragazzo, «accertato che il condannato ha effettivamente espiato la pena di cui alla sentenza in oggetto dal 10 giugno 2009 al primo marzo 2010, rilevato che aveva già interamente espiato la pena, dispone l’immediata scarcerazione del condannato se non detenuto per altra causa».

Amine, sempre quello senza J, è rimasto in carcere quasi sette mesi in più: “Non riesco a spiegarmi la ragione di questo errore. Ho visto che sui miei documenti vengo registrato con due nomi diversi, a volte con la J, altre volte senza, e questo può aver indotto in errore gli uffici del tribunale. So solo che ho perso dei mesi di libertà. Nel frattempo mio padre è morto e ho dovuto lasciare i miei fratelli piccoli soli con mia madre”. Per una J in più…

Il danno, ma anche la beffa. Nel decreto che restituisce la libertà ad Amine si sostiene che il periodo ingiustamente trascorso in carcere “eventualmente è fungibile per altro procedimento”. In sostanza: il nordafricano deve comunque tornare a delinquere, e si è messo un po’ avanti con il lavoro.

Chiudiamo ricordando che domani a Roma, presso la sede della Commissione Europea, si terrà la Conferenza “I diritti dei grandi cominciano dai diritti dei bambini” organizzata da “Bambini senza sbarre Onlus”. Il segno concreto, dicono i promotori dell’iniziativa, che il riconoscimento dei diritti dei minorenni può essere il modo per tutelare e garantire anche quelli degli adulti, e sottolineano che significativamente la presentazione della “Carta dei figli dei genitori detenuti” cade nell’ambito della Giornata Mondiale dei Diritti Umani. La Carta, documento unico in Italia ed in Europa, riconosce infatti il diritto dei 100mila bambini italiani al mantenimento del legame affettivo con il proprio genitore detenuto e, al contempo, ribadisce il diritto alla genitorialità. Impegna inoltre il sistema penitenziario a cambiare la propria cultura dell’accoglienza, consapevole della presenza del minore incolpevole e libero, ma schiacciato dal peso dell’emarginazione, dei pregiudizi, delle difficoltà economiche, della vergogna sociale che la detenzione del proprio genitore comporta. Con la Carta viene presentato “Il diritto di essere un uomo, antologia mondiale della libertà” il libro pubblicato dall’UNESCO nel 1968 e oggi riproposto, da Bambinisenzasbarre in collaborazione con Mimesis Edizioni col sostegno di Fondazione Cariplo. Una raccolta di testi e documenti – dalle semplici frasi ai passi più famosi di opere capitali – delle più diverse culture riguardanti la dignità umana, i diritti della persona, i limiti ai poteri pubblici e le loro responsabilità.  È stata forse una lettera in più nel cognome, che è Amine e non Aminje, a lasciarlo in carcere 208 giorni in più rispetto alla pena da scontare e ai benefici carcerari che aveva ottenuto. Ora, Amine – senza j – Cherouaqi, un marocchino di 26 anni che vive a Milano con la famiglia, finito in carcere per scontare due condanne per spaccio di droga, ha incaricato il suo legale, l’avvocato Debora Piazza, di chiedere il risarcimento allo Stato per ingiusta detenzione.

Il primo ordine di esecuzione di Cherouaqi risale al 6 giugno 2011, quando viene calcolato una pena complessiva da scontare pari a “tre anni, nove mesi, cinque giorni, con decorrenza dall’8 agosto 2010, e scadenza il 12 maggio 2014”.

Amine, infatti, al momento in cui gli viene notificato l’ordine di esecuzione ha già scontato otto mesi e venti giorni, dal 10 giugno 2009 al primo marzo 2010. Durante gli anni in carcere, a Ivrea, Amine ottiene due provvedimenti per la liberazione anticipata, che dovrebbero portarlo fuori dal carcere sei mesi prima, l’11 novembre 2013.

A Ivrea, però, gli notificano un altro ordine di esecuzione. Errato. Lo trasferiscono a Biella, lui fa istanze e chiede di essere scarcerato. Il 6 giugno 2014 è il carcere che si accorge che ha scontato giorni in più di detenzione. Così il ragazzo marocchino – che doveva lasciare il carcere l’11 novembre 2013 – esce solo il 9 giugno 2014. Duecento e otto giorni dopo. “Ho cercato di spiegare la mia situazione” – dice ora Amine Cherouaqi nello studio del suo avvocato- ” È come aver scontato due volte la stessa condanna“. La direzione del carcere di Biella comunica l’anomalia del fascicolo del detenuto all’ufficio Esecuzioni penali il 6 giugno scorso. «Vista la nota della casa circondariale di Biella» – si legge nel decreto di computo della custodia cautelare del ragazzo – «accertato che il condannato ha effettivamente espiato la pena di cui alla sentenza in oggetto dal 10 giugno 2009 al primo marzo 2010, rilevato che aveva già interamente espiato la pena, dispone l’immediata scarcerazione del condannato se non detenuto per altra causa».

Amine – senza j – Cherouaqi è rimasto in carcere quasi sette mesi in più. “Non riesco a spiegarmi la ragione di questo errore” – dice in un buon italiano – “Ho visto che sui miei documenti vengo registrato con due nomi diversi, a volte con la j, altre volte senza, e questo può aver indotto in errore gli uffici del tribunale. So solo che ho perso dei mesi di libertà. Nel frattempo mio padre è morto e ho dovuto lasciare i miei fratelli piccoli soli con mia madre“. Ora Amine vuole avere giustizia. “Sono sempre i soggetti più deboli a soccombere, soprattutto se extracomunitari. Nessuno in questi mesi gli ha creduto” – dice l’avvocato Piazza.“Ora ci rivolgeremo all’autorità competente per chiedere il risarcimento per l’ingiusta detenzione”.                                                                                                                                                                                         Un’altra anomalia nel decreto che ridà la libertà al nordafricano emerge dalla mancata indicazione dei giorni che il ragazzo ha trascorso in eccesso in carcere, «periodo» – scrivono gli uffici – «eventualmente fungibile per altro procedimento». Come immaginando che il nordafricano debba comunque tornare a delinquere.

 

 

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