giovedì, Dicembre 12

In Egitto non è ‘primavera’, per ora Migliaia di persone in tutto il Paese in strada, per la prima volta in proteste esplicitamente e unicamente anti-regime, che riutilizzano gli slogan del 2011. Chi c’è dietro? E di che si tratta? Ne parliamo con Riccardo Fabiani direttore del gruppo di lavoro Nord Africa di Crisis Group

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Migliaia di persone, il 20 settembre scorso, hanno manifestato in tutto il Paese -in diverse città oltre Il Cairo, anche Alessandria, Damietta e Suez-  chiedendo le dimissioni del Presidente Abdel Fattah al-Sisi. Così l’Egitto mostra di svegliarsi dopo 6 anni di una presidenza che doveva ‘normalizzare’ il Paese dopo il tentativo di governo della Fratellanza Musulmana.  In tutta risposta, al-Sisi a colloquio con l’omologo americano Donald Trump, ha detto:  «Finché avremo movimenti politici islamici che aspirano al potere, la nostra regione rimarrà in uno stato di instabilità», ma «soprattutto in Egittoil pubblico rifiuta questo tipo di Islam politico».  Insomma, secondo la versione ufficiale de Il Cairo, la colpa è tutta della Fratellanza Musulmana che avrebbe fomentato le proteste, non altro, ma al-Sisiuomo forteriuscirà a rimetterla a cuccia

Che le proteste chiamassero direttamente in causa il Presidente, accusandolo di corruzione, e la sua politica, al Presidente egiziano e ai suoi vertici nulla importa. E al-Sisi mette in atto la risposta che ci si attende dall’‘uomo forte’. Le forze di sicurezza, dispiegate nelle principali città, schierate nei punti più a rischio, a cominciare da Piazza Tahrir  -la piazza della primavera egiziana del 2011- hanno arrestato circa 2.000 persone tra il 20 e il 25 settembre, nei giorni successivi la repressione silenziosa è proseguita, e i militari hanno presidiato tutti i punti nevralgici in vista di una nuova protesta il 27 settembre. Migliaia di poliziotti si sono schierati al Cairo e hanno chiuso Tahrir Squareper impedire le nuove proteste del venerdì.
Le proteste sono scoppiate dopo che l’ex uomo d’affari Mohamed Ali, che vive in Spagna, ha pubblicato un video nel quale si accusa al-Sisi di cattiva gestione e abuso su fondi pubblici. I video sono diventati virali all’inizio di settembre e il clima si è surriscaldato.

Proteste a parte, da mesi sta andando in scena l’attacco da parte dello Stato a quel che resta dei Fratelli Musulmani, e, contestualmente, il terrorismo attacca le forze governative. Nel mezzo, i civili, per altro in preda anche ad una pesante crisi economica.
L’11 settembre, erano stati condannati all’ergastolo undici leader dei Fratelli musulmani, tra cui l’ex guida suprema Mohamed Badie, in prigione con l’accusa di spionaggio in favore del gruppo islamista palestinese Hamas.  La Polizia il 22 settembre ha fatto irruzione nel sospetto nascondiglio dei militanti islamisti a ovest della città di al-Arish e ne ha uccisi quindici. Lo Stato islamico (ISIS) il 27 settembre ha attaccato un posto di blocco militare vicino a Bir al-Abed, sette soldati e un civile sarebbero stati uccisi. Vicino al Cairo, le forze di sicurezza il 18 settembre hanno ucciso nove sospetti militanti islamisti. 

Ci si chiede ora che accadrà, ma soprattutto serve capire qualcosa di più di questa protesta. Una delle centrali che più da vicino conoscono la realtà egiziana è sicuramente Crisis Group. Riccardo Fabiani è il direttore del gruppo di lavoro Nord Africa  -Egitto, Libia, Tunisia, Algeria- di Crisis Group. Con lui abbiamo provato a capire qualcosa di più di che sta succedendo nel Paese che fu centrale nelle ‘primavere arabe’.

 

Quale la reale dimensione e la portata politica di queste nuove manifestazioni in Egitto?
Per ora le dimensioni di queste proteste sono state piuttosto limitate (si parla di qualche migliaio di partecipanti nella manifestazione del Cairo, per esempio), ma geograficamente molto diffuse, da Nord a Sud. Ciò che colpisce è, appunto, il fatto che queste proteste siano avvenute un po’ dappertutto, ma che non ci sia stato nessuna manifestazione davvero paragonabile al 2011 o alle proteste del 2016 contro il trasferimento delle isole del Mar Rosso all’Arabia Saudita. Politicamente, queste manifestazioni sono un campanello d’allarme molto preoccupante per il regime. E’ la prima volta che assistiamo a manifestazioni di piazza esplicitamente e unicamente anti-regime, che riutilizzano gli slogan del 2011 e che portano avanti delle richieste cosi’ radicali. Il regime è indubbiamente preoccupato e non è disposto a tollerare che questo fenomeno si ripeta o intensifichi nelle prossime settimane.

Sono manifestazioni di popolo oppure di frange politicizzate?
Sono manifestazioni diverse da quelle che abbiamo visto in passato sotto al-Sisi. Da quello che abbiamo potuto vedere, la partecipazione popolare è stata limitata -non abbiamo visto la partecipazioni in quantità significative dei ceti medi, dei liberali o degli islamisti. Dalla lista degli arresti compiuti dalla Polizia nei giorni successivi alla prima ondata di proteste, si tratta principalmente di giovani che per ragioni anagrafiche non hanno partecipato al 2011. E’ possibile dedurre anche dal tipo di messaggio, in dialetto egiziano, che siano stati principalmente i ceti medio-bassi ad aver partecipato a queste proteste. Di certo, non si tratta di frange politicizzate, al contrario, il messaggio post-ideologico di Mohamed Ali, l’autore dei video che hanno ispirato la rivolta, e il suo linguaggio diretto e poco formale sembrano indicare che si tratti di rivolte spontanee.

Chi c’è dietro? Dobbiamo pensare ad una ripresa di vigore da parte dei Fratelli Musulmani? oppure sono davvero come c’è chi sostiene, proteste alimentate da settori del regime? e se si da quali settori e a che scopo?
I Fratelli Musulmani sembrano avere avuto un ruolo decisamente marginale, se non inesistente, in tutto questo, nonostante le accuse del regime. Esiste la possibilità che segmenti del regime e, in particolare, delle Forze Armate abbiano avuto un ruolo in tutto questo. Lo stesso Mohamed Ali ha dichiarato, in un suo video successivo alle proteste, di essere in contatto con ufficiali dell’Esercito – ma è anche possibile che si tratti di una dichiarazione senza riscontro nella realtà e un tentativo da parte di Mohamed Ali di far sembrare all’esterno e agli egiziani stessi che l’Esercito è pronto a intervenire in sostegno delle proteste. La verità è  che al-Sisi ha avuto problemi in passato con alcune frange dell’Esercito e che il rapporto fra il Presidente e le Forze Armate è ancora caratterizzato da qualche zona d’ombra. Non tutti gli ufficiali sembrano a loro agio con l’accentramento del potere attorno alla figura di al-Sisi e con i suoi metodi, nonostante ampie frange dell’Esercito abbiano tratto enorme beneficio dall’assegnazione di contratti e prebende alle aziende legate alle forze di sicurezza. La situazione è indubbiamente poco chiara e la possibilità che alcuni ufficiali dell’Esercito siano favorevoli o ‘benevolmente indifferenti’ nei confronti delle manifestazioni è concreta.

Dobbiamo pensare a una nuova ‘primavera’? magari in altre forme?
E’ presto per dirlo. La repressione delle manifestazioni, l’ingente apparato di sicurezza schierato lo scorso weekend per impedire una nuova ondata di proteste al Cairo, la limitata partecipazione di ampi segmenti della popolazione (fra cui liberali e islamisti) e la disponibilità da parte del Governo di aumentare la spesa pubblica per cercare di ridurre la pressione sociale, potrebbero essere sufficienti per contenere le proteste e far rientrare l’emergenza, almeno temporaneamente.

Vi sono punti di congiuntura con il 2011? se si quali?
I principali punti di congiuntura sono gli slogan adottati dai partecipanti alle manifestazioni, come il celebre ‘Il popolo vuole la caduta del regime’. Da un punto di vista ideale e morale, i manifestanti si sentono in continuità con le proteste del 2011. Ma l’assenza della classe media, dei liberali e degli islamisti rappresenta anche una notevole discontinuità rispetto a quel periodo.

Il regime di Al-Sisi come sta reagendo e sarà in grado di reggere?
La reazione del regime è un mix di repressione e concessioni in termini di spesa pubblica. Da una parte, circa 2000 persone sono già state arrestate in relazione a queste proteste, mentre le principali città egiziane sono pattugliate e controllate da un apparato di sicurezza imponente. Dall’altra, vari responsabili governativi hanno promesso di aumentare la spesa pubblica per andare incontro alle esigenze di una popolazione in difficoltà, promettendo anche delle non meglio specificate ‘riforme’, che però  verranno difficilmente attuate.

Ci sono similitudini, magari collegamenti, con le proteste negli altri Paesi dell’area a partire dall’Algeria?
Il parallelo con le proteste negli altri Paesi è naturale, ma in realtà non ci sono molti punti di contatto. A differenza del 2011, quando gli egiziani scesero per strada ispirati dai fatti di Tunisi e dalla caduta del regime di Ben Ali, qui non c’è effetto domino. Le proteste in Algeria e Sudan sono fuori sincrono rispetto a quelle egiziane e le comunicazioni fra i partecipanti sono limitate. Per quanto riguarda le similitudini, ne vedo poche. I manifestanti algerini sono meno radicali di quelli egiziani e si trovano ad operare in un contesto di libertà limitata che invece è assente in Egitto. In Algeria, la richiesta è una riforma radicale del sistema; in Egitto, la domanda è di abbattere il sistema.

Se l’Egitto cadesse o comunque dovesse entrare in una crisi profonda, quali sarebbero le ripercussioni nell’area e sugli alleati?
La comunità internazionale non vuole una destabilizzazione dell’Egitto, per quello che potrebbe causare a livello di flussi migratori e di sicurezza. Si pensi solo al Sinai, dove continuano i problemi legati al fenomeno terroristico locale, o al ruolo dell’Egitto a Gaza o in Libia. Il rischio potrebbe essere una destabilizzazione ulteriore di queste aree e l’aumento delle opportunità per gruppi terroristici legati a Daesh.

Libia e Sudan in particolare quali riflessi la situazione può avere?
In Libia, la caduta del Presidente al-Sisi indebolirebbe generale Khalifa Haftar e creerebbe problemi lungo il confine fra Libia e Egitto, che e’ fonte di preoccupazioni per via del flusso di armi e la facilità con cui in passato alcuni gruppi jihadisti hanno attraversato questa frontiera. Nel Sudan, la situazione è complessa anche perché la delicata transizione in corso si appoggia anche sul sostegno del Cairo, che se venisse a mancare potrebbe complicare ulteriormente il processo.

Quanto queste proteste possono allargarsi ad altri Paesi e magari al Golfo?
Le proteste potrebbero allargarsi al resto della regione solo se avessero successo e al-Sisi venisse estromesso. Per ora ogni effetto di imitazione è ridotto dall’incapacità di queste manifestazioni a scalfire la stabilità, almeno apparente del regime egiziano. L’effetto domino del 2011 fu possibile grazie alla caduta del regime di Tunisi -senza successo, queste manifestazioni rischiano di rimanere confinate all’Egitto.

Quanto queste proteste fanno il gioco degli estremisti e dunque possono incentivare i gruppi terroristici?

Per ora non c’è stato collegamento fra i due fenomeni. Se non altro, le proteste creano una nuova valvola di sfogo per quella parte di popolazione frustrata con lo status quo, marginalizzando ulteriormente i gruppi terroristici presenti nel Paese. Se le manifestazioni dovessero continuare o intensificarsi, l’unico modo per questi gruppi jihadisti di sfruttare la situazione sarebbe quello di attaccare le forze armate o di riorganizzarsi grazie alla situazione di instabilità che ne potrebbe conseguire.

 

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