venerdì, Ottobre 18

In Ecuador si cominciano contare i morti Gli indigeni si rivolgono alla comunità internazionale; rumors di trattative non confermati; il Presidente usa il pugno duro. La situazione potrebbe precipitare

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L’Ecuador è diventato un Paese pericoloso per chi vuole protestare o far valere i propri diritti. E a riprova del dramma che ormai sta vivendo il Paese vi è la pesante repressione delle forze dell’ordine contro la popolazione. Molti i video che confermano il fatto che in Ecuador si stia reprimendo con un uso eccessivo di forza.

Questo mentre il Ministra degli Interni e il Presidente della Repubblica, Lenin Moreno,  dicono di voler dialogare, nello stesso momento in cui, ieri sera, i poliziotti attaccavano con gas lacrimogeni una delle Università di Quito in cui alloggiano alcuni degli indigeni, tra cui donne, bambini e anziani, arrivati nella capitale per protestare contro le misure economiche adottate recentemente dal Governo.
Silenzio da parte degli organi ufficiali sul numero dei morti e dei feriti. Sarebbero già 4 i morti secondo alcune fonti, ma il numero sembra destinato aumentare. Il primo morto è un ragazzo di 27 anni (Marco Oto) caduto da un cavalcavia mentre cercava di fuggire dalla Polizia. Sulle dinamiche è stata aperta l’inchiesta ufficiale e ci sono ancora molto aspetti da chiarire, dato che la Polizia nega ogni responsabilità.

Ma andiamo per ordine. Dopo che la settimana scorsa il Governo aveva deciso di eliminare i sussidi alla benzina ed al diesel, gli indigeni, guidati dal loro braccio politico, la CONAIE, hanno deciso di radunarsi a Quito per protestare contro il Governo. La data decisa per la manifestazione era quella del 9 ottobre -ieri-, ma già da una settimana tutto il Paese è teatro di scontri violenti tra manifestanti e forze dell’ordine. Scontri molto cruenti che hanno costretto il Presidente a lasciare Quito  per recarsi a Guayaquil (capitale economica); dichiarare lo stato d’emergenza, fare intervenire i militari e addirittura far scattare il coprifuoco.

Da una settimana, dunque, si respira aria pesante in Ecuador, l’aria acre dei lacrimogeni e purtroppo della violenza, del sangue e della repressione. Manganellate, proiettili di gomma, ma, secondo molti testimoni, anche colpi d’arma da fuoco sparati contro la follaMartedì gli indigeni hanno occupato per pochi minuti il Parlamento, facendo capire che la lotta sarà dura e che non sono intenzionati arrendersi facilmente.

E così, mentre diverse organizzazioni sociali, unitesi alla CONAIE, protestano, a Quito e in tantissime altre città, contro il Presidente Moreno a Guayaquil, ieri si è svolta una manifestazione in difesa del Presidente. Il che ha reso ancora più incandescente il clima in Ecuador.

Secondo rumors non confermati, Moreno starebbe trattando con il movimento indigeno. Sul tavolo il Governo avrebbe messo delle misure compensative  che prevedono prestiti alle loro organizzazioni, condono di multe, finanziamento per macchinari agricoli e per l’irrigazione dei campi. CONAIE nega che stia dialogando con il Governo ed afferma “paro no para”, che in sintesi significa che lo sciopero non si ferma.

Intanto Moreno continua ad accusare della rivolta popolare l’ex Presidente Rafael Correa e il capo di Stato venezuelano Nicolás Maduro. Secondo Moreno loro finanzierebbero gruppi terroristi stranieri e locali per provocare il caos, però non è  in grado di presentare nessuna prova.

Mentre, come detto, prove della repressione e della violenza ci sono. Nulla di confermato invece per  gli arresti, si parla di 600 persone in carcere e imperversano denunce di vittime di vessazioni e torture da parte della Polizia e dei militari. L’Ecuador sta vivendo uno dei periodi più bui della sua storia mentre la comunità internazionale tace. I cittadini stranieri sono stati minacciati di deportazione nel caso in cui partecipassero alle proteste anche se risiedono legalmente nel paese

Che sia in atto una trattativa o no, quel che pare è che le parti continuino essere distanti, e la situazione rischia davvero di precipitare.
Moreno ancora ieri ha confermato che non farà marcia indietro sui sussidi ai combustibiligli indigeni che esigono la cancellazione del decreto legge 883 all’origine dell’insurrezione e dicono di voler proseguire le manifestazioni ad oltranza. In mezzo c’è un Paese addolorato e che soffre per la violenza e per la sua economia ormai in ginocchio.
Forse le misure adottate dal Governo volevano davvero far progredire il Paese, ad oggi hanno ottenuto esattamente l’opposto. 

Mentre scriviamo giunge un comunicato CONAIE che dichiara di essere a lutto perché oggi, durante le proteste, sono morti alcuni loro compagni e reclamano giustizia, rivolgendosi alla comunità internazionale. Per il momento il ‘mondo’ pare su tutt’altro affaccendato.

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