lunedì, Gennaio 27

India, non c’è pace per i musulmani La Camera bassa approva una controversa legge sulla cittadinanza che esclude i migranti musulmani, ne parliamo con Ugo Tramballi

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Ore di attesa e contestazione in India per l’approvazione di una controversa modifica alla legge sulla cittadinanza. Ieri la Camera bassa del Parlamento indiano, la Lok Sabha, ha infatti approvatola Citizenship Amendment Bill (CAB): un emendamento che garantirà agli individui appartenenti alle minoranze religiose perseguitate nei Paesi limitrofi di ottenere la cittadinanza indiana, ma con l’esplicita esclusione dei musulmani. Il premier indiano Narendra Modi ha così sfruttato l’ampia maggioranza di cui gode il suo Bharatiya Janata Party (BJP) all’interno dalla Camera bassa, dove è riuscito a far passare la legge con 311 voti favorevoli contro gli 80 contrari dopo una sessione fiume durata circa dodici ore.

Manca però ancora un passaggio per l’approvazione definitiva del CAB. Il disegno di legge sarebbe dovuto passare oggi attraverso il vaglio della Camera alta, la Rajya Sabha, ma la votazione è stata rinviata a domani al termine delle sei ore che sono state riservate alla discussione sull’emendamento, che dovrebbe cominciare intorno alle 14 ora locale. In questo caso, per il partito nazionalista di Modi la strada è un po più ardua perché, nonessendo favorito dal numero di seggi in possesso, deve intavolare negoziazioni con i partiti che non lo sostengono direttamente. Al momento, però, nulla fa pensare che l’emendamento possa essere bocciato.

Con il Citizenship Amendment Bill, il BJP punta quindi alla modifica della legge sulla cittadinanza risalente al 1955 edisciplinata dagli articoli che vanno dal 5 all11 della Parte IIdella Costituzione indiana. Ma vediamo più nel dettaglio di cosa di tratta.

Attraverso l’emendamento sarà possibile per indù, buddisti, giainisti, cristiani, sikh e parsi, che hanno subito e subiscono persecuzioni in Afghanistan, Bangladesh e Pakistan, richiedere la cittadinanza indiana dopo solo sei anni di residenza in India qualora non riescano a certificare di avere genitori di origini indiane. Devono però dimostrare di essere entrati in India prima del 31 dicembre 2014, poiché con la legge tuttora in vigore la cittadinanza viene concessa a chi risiede nel Paese per un minimo di undici anni.

Come è evidente, dal CAB sono esclusi i migranti di fede islamica: un paradosso visto che i musulmani in India rappresentano la minoranza più grande del mondo, essendo circa 200 milioni. Sebbene gli esponenti del Governo indiano abbiano dichiarato che la manovra è volta a favorire l’integrazionedelle minoranze religiose, non si capisce allora come possano essere stati esclusi i rohingya del Myanmar. Questi sono un gruppo di fede musulmana che risiede principalmente nello Stato di Rakhine, al confine con il Bangladesh, pesantemente discriminato dalle autorità nazionali, le quali non gli riconoscono la cittadinanza birmana.

L’approvazione del CAB – ricordiamo, ancora non definitiva – non è altro che lultimo atto di discriminazione legalizzato nei confronti dei musulmani sotto il Governo di Narendra Modi, saldamente al potere dal 2014. Nell’agosto scorso, infatti, 1.9 milioni di persone dello Stato di Assam, ritenute per lo più musulmane, sono state escluse dal National Register of Citizens (NRC): un elenco in cui sono inclusi quei soggetti che possonodimostrare di essere entrati in India entro il 24 marzo 1971, cioè il giorno prima che il Bangladesh dichiarasse la sua indipendenza dal Pakistan. Altra palese evidenza è la revoca dellautonomia costituzionale del Kashmir, l’unico Stato a maggioranza musulmana dell’India.

In realtà, il CAB era stato presentato per la prima volta più di tre anni fa, nel luglio del 2016. All’epoca, però, venne ritirato dopo lapprovazione della Lok Sabah per le ingenti e violente proteste scoppiate nell’India settentrionale. Ecco perché il CAB attuale, a differenza della versione precedente, non si applicherà alle regioni autonome di Assam, Meghalaya, Tripura e Mizoram. Nonostante ciò le proteste sono esplose nuovamente in questi ultimi giorni, coordinate dalla North East Students Organization, un’associazione di gruppi di studenti provenienti da tutti gli Stati nord-orientali dell’India. I cittadini hanno marciato contro l’emendamento, timorosi che lapprovazione di questultimo possa provocare ondate di migranti verso le regioni indiane che confinano con i Paesi indicati dalla legge.

Contro il CAB si sono mossi anche oltre mille accademici indiani, che ieri hanno posto le loro firme in un comunicato congiunto, col quale chiedono il ritiro immediato del disegno di legge. Pur elogiando l’intenzione del Governo di integrare le minoranze religiose perseguitate, gli studiosi non possono che fare un passo indietro di fronte alla palese discriminazione religiosa su cui si fonda l’emendamento. «Troviamo profondamentepreoccupante che il disegno di legge usi la religione come criterio legale per determinare la cittadinanza indiana», si legge nel documento, «l’idea dell’India che è emersa dal movimento per l’indipendenza, e come sancito dalla nostra Costituzione, è quella di un Paese che aspira a trattare allo stesso modo persone di tutte le fedi».

Per capire meglio come si è arrivati all’approvazione della nuova legge sulla cittadinanza indiana, abbiamo contattato Ugo Tramballi, editorialista de ‘IlSole24Ore’ e responsabile del Desk India presso l’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale).

Ci può spiegare la narrativa dietro questo emendamento?

La legge sulla cittadinanza esiste da più di sessant’anni, dai tempi in cui l’Indian National Congress (INC) di Indira Gandhi e di suo padre, Jawaharlal Nehru, governavano con maggioranze simili a quella attualmente formata da BJP e alleati guidata da Modi. Era, però, una legge che teneva conto di due cose: la storica accoglienza del Paese verso i migranti dei territori limitrofi; e il fatto che l’India laica, creata dal Mahatma Gandhi e da Nehru, era una Nazione che non discriminava le religioni, dato che al momento dell’indipendenza era un mosaico di etnie. La legge di oggi ribadisce che ci deve essere una regolamentazione dei migranti, quindi prima di concedere la cittadinanza bisogna rispettare una serie di regole. L’elemento più importante inserito dal BJP, però, è quello religioso. Il CAB voluto da Modi irrigidisce le regole di ammissione della cittadinanza e stabilisce che molti migranti debbano essere poi deportati. Non dimentichiamo che, soprattutto dalle frontiere nordorientali verso il Bangladesh e quello nordoccidentali verso il Pakistan, arrivanomigranti musulmani. A contraddistinguere e a rendere pericolosala legge approvata dalla Lok Sabha sono proprio le eccezioni che vengono fatte nei confronti dei musulmani. Vi è dunque la sensazione che il CAB non sia tanto frutto di un’emergenza, ma che sia un’ennesima legge di carattere religioso.

In unintervista prima delle elezioni, lei ci aveva detto che in India «la miscela più pericolosa di tutte è la sovrapposizione del nazionalismo all’elemento religioso». Questo emendamento conferma questa tesi?

Il sospetto è sempre più forte, anche perché questo emendamentosegue il cambiamento dell’articolo della legge costituzionale che praticamente toglie la forte autonomia del Kashmir, il quale perde lo status di Stato per venire trasformato in un territorio dell’Unione indiana. In sostanza, questa decisione è stata attuata nei confronti dell’unico Stato dei ventinove che compongono l’India che è a maggioranza musulmana. La verità è che l’economia indiana sta andando male e le promesse sbandierate da Modi non sono state mantenute. L’India cresce con fatica: la crescita del 2019 è stata – come sarà quella del 2020 – al di sotto del 6%. Un indice che andrebbe benissimo per l’Italia, ma che non va affatto bene per un’India con 1.3 miliardi di abitanti, con sperequazioni sociali, con un alto tasso di povertà, con riforme economiche fondamentali ancora in attesa di essere realizzate. Modi ha promesso che entro la fine del suo prossimo mandato – fra poco meno di cinque anni – raddoppierà il PIL del Paese: per raddoppiarlo, però, l’India dovrebbe crescere del 9/10% come minimo, se non addirittura dell’11%. Di fronte a questa crisi economica, per cui dalla raccolta fiscale alla produzione agricola ogni dato è negativo, c’è la sensazione che Modi stia prendendo queste decisioni distogliere l’attenzione sui dati economici. Dati che non sono in linea con quelli che, invece, aveva fatto registrare il suo predecessore Manmohan Singh, Primo Ministro tra il 2001 ed il 2014, quando l’India non era cresciuta mai così tanto per un periodo così lungo. In realtà, dietro queste misure attuate da Modi c’è un forte consenso popolare.

Il Governo, tuttavia, sostiene che il disegno di legge mira a garantire la cittadinanza alle minoranze che hanno affrontato persecuzioni religiose nei Paesi vicini a maggioranza musulmana. Perché allora escludere dall’emendamento rohingya del Myanmar?

Non solo, ma per i rohingya il Governo si è presentato di fronte alla Corte Suprema avanzando la possibilità legale di espellerli dal Paese. È vero che, essendo una tematica molto popolare, viene usata per far dimenticare i mancati successi sul fronte economico, ma a parte questo c’è un intrinseco elemento ideologico-religioso. Il BJP di Narendra Modi – che all’età di otto anni era un membro delle RSS, un movimento culturale induista estremo dal quale è nata la struttura politica del BJP – ha svolto tutta la campagna elettorale su questo elemento. Vi è, per esempio, tra gli esponenti del BJP il Primo Ministro dell’Uttar Pradesh: un sadhu induista vestito di arancione che ha proposto di radere al suolo di TajMahal. L’elemento ideologico-religioso dunque esiste all’interno del BJP ed è stato rafforzato dal trionfo elettorale dello scorso maggio, un successo addirittura più grande di quello del 2014. Gli unici baluardi – a parte la Corte Suprema che potrebbe fermare questa modifica che di legge, così come la decisione sul profilo costituzionale del Kashmir – rimangono la stampa libera e la società civile, ma anche queste, poco alla volta, danno segnale di adattamento ad una cosa che si sta rivelando molto popolare.

Secondo lei ci saranno problemi per il passaggio dell’emendamento alla Rajya Sabha?

Questa potrebbe rappresentare un altro baluardo, ma è un baluardo destinato a durare poco. La Camera alta ha meccanismi di nomineche sono differenti da quelli elettorali e solamente ancora per un po di tempo ci sarà una maggioranza che non è del BJP e dei suoi alleati. In ogni caso, qualora fosse una decisione solamente politica, potrebbe anche non passare l’emendamento della legge costituzionale. Il problema, però, – così come sulla questione del Kashmir sono stati tutti favorevoli, a parte i vertici dell’INC – è che su questi temi c’è un largo consenso e si va a toccare la pancia del Paese: non dimentichiamo che l’80% del popolo indiano è induista. Potrebbe essere che alcuni membri dell’opposizione votino a favore per assecondare parte del loro elettorato sensibile a questo tema.

Nel 2016 l’emendamento non è stato approvato perché nel frattempo erano scoppiate le violenze nel nord-est del Paese. Violenze che si sono replicate anche in questo caso. Quanto è forte la tensione sociale in India?

Molte violenze sono state messe in atto dai sostenitori del BJP.Pensiamo solamente per un attimo ad una città come Mumbai che ha un flusso di migranti, sia interni che stranieri, gigantesco. In generale, in tutte le metropoli indiane c’è un flusso costante. Ci sono momenti in cui l’economia va bene, con un Governo che indica una strada diversa, per cui la gente non considera i migranti una priorità. Quando però i dati economi non sono ottimi, quando vi è un flusso enorme di giovani con un’educazione molto mediocre che dalle campagne si trasferisce nelle metropoli e poi non trova lavoro, allora aumento i casi di violenza, anche sulle donne. L’anno scorso, per esempio, è stato indetto un concorso per una serie di posti di lavoro in ferrovia e si sono presentati in venti milioni. C’è quindi una tensione sociale continua nelle città indiane ed è ovvio che ci sia ostilità nei confronti dei migranti. Ancora di più in un momento come questo quando anche il Governo spinge in questa direzione.

Da dove nasce astio nei confronti dei musulmani? Negli ultimi 30-40 anni si sono registrati episodi così forti ed evidenti contro i musulmani?

Quelli che chiamo ‘communalism’ cioè gli scontri religiosi fra indù e musulmani, ma anche fra altre etnie, ci sono sempre stati in India. Lo scontro fra induisti e musulmani esiste sicuramente dalla formazione dell’India: la divisione tra India e Pakistan dipende da questa profonda ostilità. Episodi di violenza vengono registrati annualmente. La sfida del Mahatma Gandhi, indicata dallo slogan dell’«unità nella diversità», era una sfida importantissima, ma allo stesso tempo difficilissima, e continua ad essere un elemento fondamentale della formazione della crescita indiana. Nel 1992 – quindi prima che il BJP andasse al potere – Mombai, una delle città più moderne dell’India, fu bloccata per settimane dagli scontri tra musulmani e induisti. Scontri che ci sono ogni anno, per cui il BJP non ha cambiato questa tendenza, semmai l’ha rafforzata o sostenuta. Non si può dire, però, che da quando è in carica il BJP questi scontri siano diventati più violenti di prima: tutto ciò è intrinseco all’anima e alla cultura dell’India.

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