martedì, Luglio 16

India: con Modi premier, quale futuro per le minoranze? Con la vittoria di Modi potrebbe inasprirsi la retorica nazionalista e induista del BJP già dai toni forti

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Domenica 19 maggio, dopo oltre un mese, è calato il sipario sulle elezioni generali in India. Oltre 900 milioni di elettori sono stati chiamati al voto per il rinnovo del Parlamento unicamerale indiano, la Lok Sabha. Per motivi di sicurezza e logistica le elezioni, iniziate l’11 aprile, sono state divise in sette fasi; il voto di domenica scorsa, nel Bengala Occidentale, è stato segnato da sporadici episodi di violenza con il lancio di alcune bombe artigianali che non hanno causato danni gravi.

Il numero massimo di seggi di cui è composto il Parlamento è 552, ma 543 sono i candidati che possono essere eletti direttamente. Sebbene fossero 8.000 i candidati alle elezioni, il panorama politico indiano si è polarizzato esclusivamente verso i due contendenti principali: l’attuale Primo Ministro, Narendra Modi, leader del BJP (Bahratiya Janata Party – Partito del Popolo Indiano) e Rahul Gandhi, Presidente dell’INC (Indian National Congress).

I risultati ufficiali saranno rilasciati solamente giovedì 23 maggio, ma, intanto, sono stati resi disponibili i primi exit poll, la cui pubblicazione – come previsto dalle regole elettorali – è consentita solamente dopo l’ultimo giorno di votazione. Sebbene in passato siano stati oggetto di critica perché i sondaggi si sono rivelati inattendibili – anche a causa dell’elevato numero degli elettori e delle variazioni in ambito regionale – nel 2014, invece, la maggior parte degli exit poll aveva anticipato la netta vittoria di Modi.

I primi sondaggi dicono che, anche questanno, il BJP avrebbe vinto le elezioni. Sarebbe così rinnovato il mandato di Modi che, dunque, rimarrebbe saldo sulla sua poltrona da Primo Ministro del Paese.

Stando ai numeri riportati dalle varie agenzie deputate a stilare gli exit poll, la coalizione guidata da Modi, la National Democratic Alliance (NDA), si sarebbe aggiudicata tra i 277 e i 365 seggi all’interno del Parlamento.  Sei agenzie, sulle nove totali prese in considerazione dell’ ‘Hindustan Time’, assegnano al BJP oltre 300 seggi e, tra queste, tre sono quelle che gliene attribuiscono addirittura oltre 336.

Un dato che, se confermato, sarebbe sorprendente ed in controtendenza rispetto alle previsioni. Si pensava, infatti, che il BJP non potesse replicare il trionfo delle elezioni generali del 2014, quando l’NDA si aggiudicò 336 seggi, di cui 282 solamente detenuti dal partito di Modi. Un pensiero dettato dal fatto che Modi, durante il suo primo mandato, non ha rispettato a fondo le promesse di industrializzazione che avevano contraddistinto la campagna elettorale di cinque anni fa, mentre nel corso della scorsa legislatura, si è scoperto che alcuni indicatori economici erano stati camuffati. La rabbia degli agricoltori e la forte disoccupazione giovanile, inoltre, potevano rappresentare dei fattori importanti per il calo di popolarità del BJP. Ma, a quanto pare, non sembra esser stato così.

Numeri che decreterebbero il completo fallimento dellINC dopo il clamoroso tonfo del 2014, quando si aggiudicò solamente 44 seggi. La strategia del rampollo di casa Gandhi che puntava alla ricostruzione strutturale del partito e all’alleanza con i partiti regionali, sembra non aver dato grandi frutti.

La probabile vittoria di Modi potrebbe riflettersi negativamente sulle minoranze indiane. La politica sovranista del BJP, infatti, negli ultimi anni ha fatto sì che allelemento nazionalista si sovrapponesse quello religioso: un cambio quasi radicale per un partito che alla fine degli anni ’90, sotto la guida di Atal Bihari Vajpayee, era considerato come liberale. La retorica ultranazionalista utilizzata da Modi ha permesso al BJP di accrescere i suoi consensi, ma, dall’altra parte, è stata responsabile delle profonde divisioni ideologiche, di matrice religiosa, che stanno spaccando il Paese e accrescendo l’intolleranza verso le minoranze.

L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet, ha evidenziato la critica situazione delle minoranze indiane in un report presentato, lo scorso 6 marzo, a Ginevra durante la 40a sessione del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite. «Stiamo ricevendo segnalazioni che indicano crescenti molestie e attacchi alle minoranzein particolare musulmani e persone di gruppi storicamente svantaggiati ed emarginati, come Dalit e Adivasi», spiega Bachelet, «sembra che gli ordini politici ristretti stiano guidando l’ulteriore emarginazione delle persone vulnerabili. Temo che queste politiche di divisione non danneggino solo molte persone, ma minino anche il successo della storia della crescita economica indiana».

A margine delle elezioni, Ugo Tramballi, editorialista de ‘IlSole24Ore’ e responsabile del Desk India presso l’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), ci aveva riportato un caso esemplificativo del fermento nazional-religioso che sta vivendo l’India. «Ci sono state poi una serie di campagne come quella in difesa della carne di mucca che hanno segnato questo andamento», affermava Tramballi, «recentemente, quando degli estremisti indù hanno linciato un musulmano accusato di aver ucciso una mucca per poterla macellare, la prima cosa che ha fatto la Polizia è stata l’indagine necroscopica per capire com’era morta la vacca. Lelemento religioso, sfortunatamente, è ancora molto importante in India».

Da quando il BJP è salito al potere, infatti, ha scatenato una violenta campagna contro il consumo di manzo – la mucca, per gli induisti, è un animale sacro. Come riporta l’organizzazione internazione Human Rights Watch (HRW), tra maggio 2015 e dicembre 2018, almeno 44 persone, di cui 36 musulmani, sono stati uccisi in 12 Stati indiani. Nello stesso periodo, circa 280 persone sono rimaste ferite in 20 diversi Stati indiani negli oltre 100 episodi di violenza che sono stati registrati. Più recentemente ha suscitato scalpore il caso di Shaukat Ali, un commerciante musulmano dello Stato nord-orientale dell’Assam, che, dopo esser stato picchiato e fatto inginocchiare nel fango, è stato costretto a mangiare carne di maiale, alimento che la sua religione considera impuro. A rendere ancora più complicata la già difficile situazione in cui versano le minoranze indiane è l’atteggiamento della Polizia che, sempre secondo il report di HRW, nei casi presi in esame, ha inizialmente bloccato le indagini, ignorato le procedure, o addirittura svolto un ruolo complice nelle uccisioni e nella copertura dei crimini.

Dietro questa spirale di violenze e di integralismo indù vi sono anche organizzazioni come la Rashtriya Swayamsevak Sangh (RSS, Corpo nazionale dei volontari) – di cui Modi era membro – che predicando l’‘hindutva’, un’ideologia nazionalista che considera l’induismo un’identità etnica, politica e culturale, vessando le minoranze in nome di uno Stato ‘Hindu Rashtra’ (completamente indù).

Il portavoce del BJP, Nalin Kohli, ha respinto le accuse che indicano il suo partito come responsabile per linasprimento dellintolleranza religiosa e l’aumento dei crimini legati all’odio razziale. Kohli, inoltre, ha sottolineato che sotto il Governo Modi, il BJP ha fornito assistenza sociale che ha portato allo sviluppo di persone di tutte le fedi, accusando le Nazioni e le altre organizzazioni per i diritti umani di distorcere le statistiche.

Negli ultimi mesi, il Governo Modi si è reso protagonista, insieme al Pakistan, di unescalation di violenze in Kashmir alla fine del febbraio scorso, che ha riacceso la fiamma della conflittualità tra i due Paesi nella regione. Il conflitto sul Kashmir si protrae dal1 947, dopo la suddivisione del subcontinente indiano in Pakistan musulmano e India multietnica, ma a maggioranza indù. La questione, però, non è soltanto territoriale, ma anche etnica, dato che la maggior parte degli abitanti del Kashmir indiano sono musulmani e costantemente rivendicano i loro diritti.

A margine delle elezioni, il premier indiano Modi, aveva espresso la volontà di cancellare larticolo 370 della Costituzione indiana che garantisce la condizione di autonomia speciale allo Stato federale del Jammu e Kashmir, col conseguente reintegro della minoranza induista Pandit, presente nel Kashmir fino al 1990. Una mossa evidentemente più politica che concreta.

Nel report ‘TORTURE. Indian States Instrument of Control in Indian administered Jammu and Kashmir’, pubblicato nel febbraio scorso dall’Association of Parents of Disappeared Persons (APDP) e dalla Jammu Kashmir Coalition of Civil Society (JKCCS) – nel quale sono elencati gli abusi che dal 1990 e al 2018 sono stati perpetrati nella regione indiana del Kashmir dai vari Governi indiani e sono presentati 432 casi di tortura – si fa presente come negli ultimi due anni, quindi sotto il Governo Modi, i kashmiri abbiano subito gravi violazioni dei diritti umani sotto forma di esecuzioni extragiudiziali, detenzioni illegali, torture, violenze sessuali, sparizioni, incendi dolosi, atti vandalici, restrizioni sulle attività religiose, divieto di comunicazione e servizi internet.

Una politica aggressiva testimoniata anche dalle parole di Yashwant Sinha, ex ministro delle Finanze indiano e leader del BJP, che, il 30 dicembre 2018, ha detto che lIndia ha sedato la ribellione in Kashmir con luso della forza bruta. Sinha ha affermato, inoltre, che l’attuale Governo indiano crede solo nell’uso della forza «per risolvere problemi, non per il consenso, non per la democrazia, non per l’umanità, ma per uccidere il più possibile». Secondo i dati del report, un totale di 4042 persone sono state uccise tra il 2008 e il 2018 a Jammu e Kashmir: 1067 erano civili, 1898 militanti e 1077 membri delle forze armate.

La probabile vittoria del BJP, dunque, potrebbe avere riflessi negativi sulle minoranze etniche dell’India: se il 23 maggio i dati schiaccianti degli exit poll venissero confermati, fino a dove  potrà spingersi il nazionalismo induista di Modi?

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