domenica, Settembre 20

In che direzione va la robotica?

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Il progresso scientifico, anno dopo anno, raggiunge vette sempre più alte grazie a tutti quei studiosi, ricercatori e progettisti di grande talento che dedicano ogni giorno, o hanno dedicato, la loro vita allo sviluppo della scienza. Recentemente si è parlato molto di un settore in forte crescita, quello della robotica.

In Italia, nel 2015, secondo i dati del Centro Studi e Cultura d’Impresa, l’industria della robotica ha registrato un anno di crescita, con indicatori molto positivi.  Nel complesso, tenendo conto delle esportazioni e importazioni, il consumo italiano di robot ha registrato un aumento del 10,5%, attestandosi a 665 milioni. E sempre nel 2015, secondo l’International Federation of Robotics, le vendite di robot nel mondo sono aumentate del 15%. L’Italia, secondo questi dati, risulta essere il mercato più importante di robot, a livello europeo, dopo la Germania.

Oggi i robot sono una realtà e fanno parte della vita quotidiana di ciascuno di noi. Basti pensare agli apparecchi culinari, alias il Bimby, che prepara in modo del tutto autonomo il pasto, o le nuove aspirapolveri, che girano per casa senza l’aiuto umano. Ma non solo. La robotica anche nel campo medicale, assume un’importanza sempre più rilevante. Come ci spiega Gastone Ciuti, ricercatore presso l’Istituto di BioRobotica della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, in ambito medico, i robot possono arrecare numerosi benefici sia in fase di preparazione dell’intervento chirurgico che durante in quanto “possono dare delle informazioni relative alla pianificazione dell’operazione chirurgica per eseguirla in maniera molto precisa, molto accurata e affidabile, anche nell’eventualità di eventi non controllati”.

Eppure il settore della robotica non si limita esclusivamente a queste invenzioni.  In Giappone in particolare l’uso dei cosiddetti robot umanoidi è già una realtà.

Ma cosa sono nello specifico i robot affettivi? Fulvio Palmieri, saggista, docente e presiede l’Osservatorio socio-economico milanese, il quale ha recentemente pubblicato ‘Troppo umano. Sociologia della genetica’, Mimesis Edizioni, risponde che “più che robot affettivi, si tratta di robot empatici, ossia un complesso sistema di relazioni emotive sulla base di programmazioni informatiche. Non si tratta di vere e proprie emozioni, ma di dispositivi che sono programmati per rispondere a un’emozione dell’uomo. Non sono i dispositivi a provare emozioni. Come è possibile programmare un complesso sistema di calcolo sulla base di dati, così si può predisporre un dispositivo a reagire alle emozioni di chi le esprime. Ossia, se il robot ha di fronte a sé uno che piange, è programmato per rispondere al pianto; se ride, reagirà al riso”.

Un esempio ci è dato da Yume Neko, un robot gatto, dotato di sensori che gli permettono di muovere cinque parti del corpo, inclusi occhi, orecchie e collo. Reagisce alle carezze degli umani, se si ammala basta portarlo in assistenza e in pochi minuti si ricarica, come se fosse un cellulare.

Emanuele Micheli, membro del comitato direttivo della scuola di robotica di Genova, ci parla invece di Paro, una foca di peluche, creato con finalità terapeutiche poiché il suo obiettivo è quello di fornire affetto nei casi di depressione ospedaliera e deprivazione psicologica. Questa sorta di giocattolo, ci dice Micheli, “avverte le sensazioni e quindi diventa un ambiente rassicurante. Il design di questi robot ha inoltre un occhio importante per creare empatia. Questi piccoli umanoidi hanno un design accattivante che consentono di andare a lavorare su un coinvolgimento della persona e quindi ci consentono di trovare delle strategie per riuscire a metterci in contatto con l’essere umano. Il robot in questo caso non va a sostituire il medico, o la medicina, ma diventa uno strumento per consentire alle persone interessate di migliorare le relazioni”.

Un’altra invenzione, sempre giapponese, riguarda dei baby automi che hanno il compito di risvegliare il senso materno e paterno. Un modo, dunque, per contrastare la bassa natalità.

Una domanda sorge a questo punto spontanea: perché, per curare l’autismo, la depressione, per fare in modo che le persone si riproducano, si preferisce impiegare una macchina anziché affidarsi alla medicina o, meglio, alla bontà e all’amorevolezza dell’uomo? E ci si chiede se questi robot, in grado addirittura di trasmettere sentimenti di fiducia e conforto, arriveranno presto a sostituire quelle azioni che l’uomo compie con spontaneità, oltre che a privarlo del suo lavoro e, in generale, della sua natura. E soprattutto, un robot di questo tipo è un vantaggio per l’uomo o una minaccia?

Il 12 Gennaio scorso il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione in materia di robot e intelligenza artificiale, poiché ci si preoccupa dei risvolti economici e sociali che potrebbero derivare dalla loro presenza massiccia in quasi ogni aspetto della vita dell’uomo. I deputati hanno chiesto di intervenire con norme volte a chiarire le questioni di responsabilità, in particolare per le auto senza conducenti; di prendere in considerazione la creazione di uno status giuridico specifico per i robot, per stabilire di chi sia la responsabilità in caso di danni; e un codice di condotta per ricercatori e progettisti per ciò che concerne la privacy e la sicurezza: Per non parlare delle conseguenze che potrebbero incidere sul mercato del lavoro. Al momento l’Italia non ha legiferato in materia.

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