venerdì, Settembre 25

In Bahrain la repressione continua

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A cinque anni dall’inizio di una rivoluzione che ambiva a riformare il regno del Bahrain e a trasformare l’isola in una democrazia forte e stabile, centinaia di migliaia di abitanti del Bahrain vivono nella paura: repressi per via della loro fede, oppressi nel loro desiderio di giustizia sociale e uguaglianza. Perse nel mezzo delle monarchie ricche di petrolio, le voci degli attivisti a favore della democrazia si sono smarrite in un mare di autoritarismo, ostacolate da dure repressioni e dalle cosiddette misure di sicurezza contro la loro rivendicazione di auto-determinazione politica. Tuttavia, i difensori dei diritti hanno rifiutato di arrendersi. Animata dal desiderio di vedere manifesta la volontà popolare, una manciata di ribelli continua a sfidare un sistema la cui legittimità trova le sue radici nell’alleanza politica con la potente dinastia saudita.

Un gioiello geopolitico posizionato al cuore del Golfo Persico, il Bahrain rappresenta un premio troppo importante per l’Arabia Saudita perché questa prenda anche solo in considerazione l’ipotesi di perdere la sua influenza sullo Stato, specialmente da quando il suo nemico, l’Iran, sembra tenere in pugno l’opposizione politica dell’isola. Teocrazia reazionaria, l’Arabia Saudita ha considerato per lungo tempo l’Iran il suo arci-nemico religioso e politico, il drago da annientare affinché il regno rimanga immortale. Mentre molti esperti hanno perpetuato la visione secondo la quale è la fede il cuore del contrasto tra Arabia Saudita e Iran, in realtà sono state le ambizioni geopolitiche in conflitto ad alimentare l’inimicizia tra questi due giganti della regione.  I disordini in Bahrain devono essere inquadrati in questa prospettiva egemonica.

«Oggi il Bahrain somiglia tanto a una pedina bloccata in un pericoloso gioco di potenze», ha dichiarato Samuel Pascali, ricercatore indipendente con Veritas-Consulting, aggiungendo che «il vero pericolo che il Bahrain si trova ad affrontare oggi è l’errata rappresentazione della rivoluzionela maggior parte dei media si sono conformati alla linea editoriale presentata da Riyadh, permettendo che le voci degli abitanti del Bahrain fossero ignorate e il loro messaggio fosse percepito come violento e settario. L’intera rivoluzione è stata equivocata. L’insurrezione del Bahrain non riguarda la presa di potere della maggioranza sciita del Paese contro la maggioranza sunnita al Governo, ma l’emancipazione democratica per tutti».

Se Manama ha spesso apportato motivi di sicurezza nazionale per giustificare la repressione degli attivisti, la comunità internazionale ha dovuto assistere a spesso deplorevoli violazioni dei diritti umani: atti di tortura, incarcerazioni illegali e revoche della nazionalità. Nella relazione dello Human Rights Watch si legge: «I tribunali del Bahrain hanno condannato e messo in carcere oppositori pacifici e non sono riusciti ad accusare gli ufficiali di tortura e altre gravi violazioni dei diritti. L’alto tasso di procedimenti penali per accuse vaghe di terrorismo, l’imposizione di condanne a lunghi anni di carcere e l’incapacità di perseguire l’uso letale e apparentemente sproporzionato della forza da parte delle forze di sicurezza riflettono tutti la debolezza del sistema della giustizia e la sua mancanza di indipendenza. Gli attivisti per i diritti umani e i membri dell’opposizione politica hanno continuato ad andare incontro all’arresto e ad azioni legali, e il governo si è investito di ulteriori poteri per privare arbitrariamente i cittadini della cittadinanza e dei diritti da essa derivati». A marzo, un’altra violazione del genere è stata commessa contro un importante difensore dei diritti, Zainab al-Khawaja, figlia di un eminente membro dell’opposizione, Abdulhadi al-Khawaja, che attualmente sta scontando il carcere a vita per aver ‘insultato il re’.

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