giovedì, Ottobre 1

In attesa di un kamikaze che apra la crisi di governo La maionese impazzita di un Paese in cui il difficile è buttare via le uova, ovvero una classe politica ignorante, inetta, meschina, cialtrona inchiavardata alle poltrone

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I mali del Paese. Senza attendere la Pandemia, una quantità di indicatori segnalavano quella che si può definirescarsa o nulla coscienza civica’: il risultato di personaggi assolutamente inadeguati collocati a governare le istituzioni; un cane che si morde la coda: una tentacolare, onnipotente burocrazia genera politici mediocri. Politici incompetenti figliano e proliferano una burocrazia paralizzante.
Già prima della Pandemia, numerosi indicatori indipendenti segnalavano una crisi profonda del modello di civiltà che conosciamo.
La civiltà dei consumi sostanzialmente si regge su tre architrave: posti di lavoro; salario in cambio del lavoro; consumo consentito dal salario.
Questo sistema un po’ ovunque è entrato in crisi; in Italia di più. Prima della Pandemia.
I posti di lavoro non da ora sono venuti meno; progressivamente diminuiti fin quasi a sparire. Quello delle automazioni è un processo inarrestabile. Si può tentare di governarlo; eliminarlo è impossibile. Il sistema si blocca, ulteriori freni giungono dal costo stesso del lavoro. Un imprenditore non è una dama di San Vincenzo: non fa carità per guadagnarsi un posto in Paradiso. Un imprenditore serio vuole salvare la sua impresa, e garantire ragionevoli margini di guadagno. Oggi tutto, dal regime fiscale alla giustizia, congiura perché un imprenditore non abbia alcun incentivo per investire in Italia; se può ‘scappa’. Chi resta, aiutato anche dagli sviluppi dell’automazione, tende inevitabilmente a diminuire i posti di lavoro, a fare ‘impresa’ con minori addetti.
Questo, si ripete ancora, prima della Pandemia.

Vanno molto di moda, nelle televisioni pubbliche e private, le trasmissioni dedicate alla cucina. Non c’è imbonitore del cibo che non sappia che con la maionese impazzita non c’è nulla da fare: quandoimpazziscela si può solo buttare e rifare.
L’Italia (purtroppo non solo l’Italia, ma l’Italia di più, tra i Paesi sviluppati) è una maionese impazzita. Con un particolare: le ‘prime’ uova avevano comunque una migliore tenuta di quelle venute dopo. Le uova di oggi quasi tutte ‘impazziscono’ ancora prima di rompere il guscio. La responsabilità è di una classe politica ignorante, inetta, meschina, cialtrona; ma non è stata messa lì da nessuno Spirito Santo. Questa classe politica è stata votata molto spesso dagli stessi che se ne lamentano e la aborrono.

Poi la Pandemia: ora per un imprenditore, una piccola o media impresa, assumere comporta costi più elevati di sempre. Meno posti di lavoro, meno salari, meno consumi. E’ un modello sociale ed economico che non regge più.
Non si vuole scivolare su posizioni di ‘decrescita’. Serge Latouche è piacevole da leggere. Posato il libro, ci sono i fatti concreti, le ‘cose’; le urgenze, i doveri. Il costolavorodeve diminuire. Solo così si potrà assicurare prodotti di qualità nei quali si eccelle, e che sono mondialmente apprezzati.
Al netto delle assicurazioni, delle promesse, delle assistenze a pioggia: nessun pasto è gratis. E’ una spiacevole legge eterna, nata con l’uomo. Il conto della minestra verrà. Le tasse inevitabilmente aumenteranno; c’è un’alternativa alla pur da tutti esclusa patrimoniale?

Prima della Pandemia chiunque masticasse un po’ di mondo del lavoro indicava una triade diabolica: tasse aumentate; burocrazia asfissiante; difficoltà di ogni tipo per il credito. Nel post-Pandemia non sembra cambiare nulla, anzi. E’ una situazione che fatalmente alimenta e favorisce egoismi, rabbia, ‘buon’ sapere annichilito da ignoranza, superficialità, approssimazione.
Un quadro fosco? L’ottimismo è bene coltivarlo, assieme alla caparbietà churchilliana: ‘never, never, never give up!’; ma a patto di non nascondersi che deve andare di pari passo con un intelligente consapevolezza, una capacità di lettura dei fatti e della realtà che ci circonda che può risultare spesso amara.

Lanave Italia imbarca acqua; nessuno dispone della ricetta per impedire che si incagli. I protagonisti della scena politica trascorrono il loro tempo a cercare che il cerino acceso scotti le dita del vicino.
Nessuno ha un sostanziale interesse ad andare a elezioni anticipate in autunno, esclusa Giorgia Meloni. I suoi Fratelli d’Italia, giorno dopo giorno cannibalizzano La Lega di Matteo Salvini e Forza Italia di Silvio Berlusconi. Cambiano gli equilibri interni, ma il bacino resta inalterato.
Il Partito Democratico di Nicola Zingaretti ha incrementi costanti, ma insufficienti. Il Movimento 5 Stelle, dilaniato al suo interno, è in caduta libera. Matteo Renzi, pur con una improbabile alleanza con Emma Bonino e Carlo Calenda, non schioda da un misero 3 o 4 per cento. Un eventuale partito di Giuseppe Conte? Tutto si può fare, ma questo è un fare tutto improbabile. La legge elettorale premierà il centro-destra, e non è proprio aria che la si possa mutare in tempi rapidi. In autunno, poi, tutti i nodi economico-finanziari verranno al pettine.
In questa situazione ognuno cerca un kamikaze che apra la crisi che nessuno vuole. Prima o poi lo si troverà: ogni corda a forza di tirarla, si logora e spezza.

Una situazione complessa, complicata, difficile da governare, piena di annunciate difficoltà e insidie: tutto congiura per una stabilità dell’attuale Esecutivo; poche, si contano sulle dita di una mano, le persone responsabili: il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella; Mario Draghi; Enrico Letta; due presidenti di Regione di segno opposto come Stefano Bonaccini (PD) e Luca Zaia (Lega). Troppo poche…

Il sindaco di Milano Beppe Sala, ascoltato dal ‘Corriere della Sera’ (in occasione della sua ultima ‘fatica’ saggistica), dà unconsiglioa Giuseppe Conte: «valutare se chi gli sta intorno è in grado di gestire l’autunno drammatico che ci attende».
Se si sente la necessità di dare questo ‘consiglio’, significa che si conosce già la risposta all’interrogato sotteso, ma per una forma di understatement non si vuole darla esplicitamente.
Poi un successivo ‘consiglio’: «Ogni partito deve mettere in campo i ‘migliori’: non necessariamente tecnici; persone che abbiano una storia alle spalle, che abbiano gestito organizzazioni complesse». Scontato che si tratti di un’auto-candidatura, anche se lo stesso Sala sostiene che medita di ricandidarsi sindaco.
Più in generale: se ogni partito deve mettere in campo i ‘migliori’, significa che ancora non l’ha fatto; e qui già c’è la risposta al primo ‘consiglio’: chi è in campo ora non è adeguato.

I ‘migliori’ devono avere alle spalle ‘una storia’ (non una cronaca, per quanto brillante e ‘smart’); e ci si può stare. Insomma, due frasi, ed ecco che viene in mente l’aneddoto del generale De Gaulle.
Secondo la leggenda, dopo un comizio un uomo urla all’indirizzo di De Gaulle «Mort aux cons!» E il generale, senza fare una piega: «Vaste programme…».
Ancora più vasto programma della messa a morte dei cretini, quella far scendere nel campo governativo italiano i migliori: per la difficoltà di trovarne, ma soprattutto perché l’impresa eccezionale è trovare il modo di schiodare gli attuali dalle poltrone e dagli sgabelli su cui si sono inchiavardati.

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