sabato, Febbraio 22

In attesa del voto per l’Europarlamento: Lega – M5S volano gli stracci L’allarme rosso BCE, Bankitalia, Confindustria dovrebbe preoccupare e invece ….

0

Il gioco è quello del cerino acceso: passarlo da una mano all’altra fino a che le dita di qualcuno non si bruciano e giocoforza lo si spegne. Per adesso la fiammella di questo cerino è interesse di tutti tenerlo acceso (anche se la fiamma è fioca) fino alle ormai imminenti elezioni per il Parlamento Europeo. Poi si vedrà. Troppe le incognite: il risultato, innanzitutto.

Non è del tutto scontato che il Movimento 5 Stelle prenda una batosta, anche se è ragionevole credere che subirà un cospicuo calo di voti e consensi. Per paradosso, questo costringerà Luigi Di Maio (e il dominus Davide Casaleggio) a stringersi ancor più allo scranno governativo: con sommo gaudio dei peones grillini: consapevoli che una volta usciti dal Parlamento, in tanti non rientreranno facilmente. Opporranno, insomma, una fiera resistenza allo scioglimento delle Camere, nella speranza di guadagnare tempo sufficiente perché il vento sfavorevole muti.

Le elezioni anticipate, al momento, non convengono neppure a Matteo Salvini. Il leader della Lega, a dar credito ai sondaggi, procede con il vento in poppa. Sarà premiato, perché al momento riesce e sa interpretare gli umori di una fascia di popolazione impaurita e confusa.
Se il paragone è consentito, Salvini, al pari di Donald Trump negli Stati Uniti, ha compreso il disorientamento della classe media, che non è più tale; e fa leva su malesseri e crisi che sono indiscutibili; colpisce per primo, e dunque, doppio; ma anche terzo, perché chi dovrebbe essere suo ‘naturale’ antagonista non riesce a uscire da schemi e parole d’ordine che non vengono più recepite, e non fanno più presa. Tuttavia, Salvini al momento, più che crescere, si gonfia: a spese degli alleati della coalizione di centro-destra, e succhia sangue anche a frange di elettorato pentastellato. Quello che tuttavia Salvini non ha fatto i conti con la caparbia e disperata resistenza di Forza Italia, sia pure fortemente erosa e in altrettanto forte crisi di credibilità. Il partito di Silvio Berlusconi non è franato; rivela una capacità di tenuta sorprendente; e questo è un problema per un Salvini che non ha alcuna intenzione di scendere a patti con Berlusconi, né, tantomeno, di esserne condizionato.   

Una situazione paralizzante; e si vede. Siamo al tutti contro tutti, ogni giorno. Cronache di queste ultime ore: in occasione del Congresso mondiale sulla famiglia di Verona, Lega e grillini se le sono date di santa ragione. Salvini polemizza con il Sottosegretario grillino Vincenzo Spadafora; il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte perde le staffe, e gli sibila che prima di parlare, Salvini bene farebbe a studiare. Luigi Di Maio definisce i convenuti a Verona dei fanatici. Nel frattempo, fiutata l’aria che tira, il grillino Alessandro Di Battista si produce in un monologo il cui succo è: non mi presento alle elezioni, preferisco fare il falegname e andarmene in India. Non rasserena certo gli animi il fatto che la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, anche lei ‘volata’ a Verona, riscuota più applausi di Salvini. Mentre Berlusconi, impegnato nei festeggiamenti del 25ennale di Forza Italia, ne approfitta per togliersi un sasso dalla scarpa e fa sapere all’ex consigliere politico e ora dissidente Giovanni Toti che meglio farebbe a darci un taglio, la sua pazienza è finita. Lui, Toti, perfido, replica dicendo che la pazienza piuttosto l’hanno persa gli elettori; e che lui non è uno yes man…   

Vogliamo dare un’occhiata al Partito Democratico? In una situazione del genere avrebbero tutto da guadagnare, anche solo a restare immobili. Non è così. Anche l’obiettivo del 20 per cento di consenso Nicola Zingaretti se lo dovrà sudare. Il PD con i non molti alleati che accettano di correre nelle sue liste, ha presentato il simbolo: una sfera divisa in due: una con PD, l’altra Siamo Europei.

Non ha nulla del ‘listone’ prefigurato da Carlo Calenda, ma è sufficiente per convincerlo a candidarsi. Gli chiedono: ma lei non era fautore di una ‘larga intesa’ con le forze laiche e liberali? Risponde: «L’unione deve fondarsi sulla condivisione dei programmi. E se dichiari come ha fato Emma Bonino ‘condivido il manifesto. Siamo Europei’, non capisco dove sia il problema! Credo sia prevalsa dentro +Europa la linea di Tabacci che pensa che anche se non faranno il quorum l’importante è pesarsi alle Europee per poi negoziare meglio i posti alle nazionali. Non un approccio innovativo».
Calenda si fa una domanda, si dà una risposta. Anzi: LA risposta. Con qualche emendamento: non ha prevalso la linea Tabacci. E’ la linea Bonino-Tabacci-Della Vedova. Altra cosa che Calenda non comprende, ma se ne accorgerà essendo lui pure candidato: le preferenze, le Grande Listone, a Bonino chi gliele dà? Il ragionamento di Bonino e compagni potrà non piacere, ma ha una logica. In unListonecon il PD (come per le passate elezioni politiche) per Bonino non c’è trippa. Va avanti chi ha le preferenze. Chi non le regala voti. Andando da soli, c’è la possibilità più concreta di raggranellarne; se poi non succede, poco male. Ci si ‘conta’, e un tre per cento, non è impossibile. Peserà per le elezioni politiche, quando si potrà contrattare una testa di lista in collegi sicuri. Alle elezioni politiche non contano le preferenze, basta essere nei primi posti.

Nel frattempo cosa accade? Accade che Confindustria gela le speranze del Governo: corregge al ribasso le stime di crescita dell’Esecutivo, prevedendo un dato nullo nel 2019 (contro il + 0,9 per cento della stima precedente) e un +0,4 per cento nel 2020. Secondo Confindustria, pesa «una manovra di bilancio poco orientata alla crescital’aumento del premio di rischio che gli investitori chiedono» sui titoli pubblici italiani, e «il progressivo crollo della fiducia delle imprese da marzo, dalle elezioni in poi». Lo stesso allarme, quasi le stesse parole, del governatore di Bankitalia Ignazio Visco: «Si registra un rallentamento dell’attività economica nell’ultimo scorcio dello scorso anno proseguito anche nei primi mesi del 2019».

Il Fondo Monetario stima una crescita allo 0,6 per cento; la Commissione europea lo 0,2 per cento; l’Ocse preconizza un calo dello 0,2 per cento.
La revisione al ribasso delle stime contribuisce al peggioramento di tutti gli altri parametri di finanza pubblica: il deficit cresce al 2,6 per cento del PIL, con un aumento di 0,6 punti percentuali rispetto a quanto previsto a ottobre. Il debito della Pubblica Amministrazione toccherà nel 2019 quota 133,4 e 133,6 nel 2020. Nel 2019 la domanda interna risulterà praticamente ferma e una recessione potrà essere evitata solo grazie all’espansione, non brillante, della domanda estera. Per evitarlo occorre l’auspicato, ma non realizzato, cambio di passo nella politica economica nazionale.

Il Presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, intervistato da Lucia Annunziata scuote la testa: «Prendiamo atto di una crescita che non c’è e diamoci una mossa. Se le divergenze sono strutturali bisogna prenderne atto e non andare avanti e galleggiare. C’è una manovra a fine anno da fare…in caso di paralisi continua non va escluso niente proprio perché oltre a reagire al rallentamento in atto c’è poi da affrontare la prossima manovra, con oltre 23 miliardi di clausole di salvaguardia di aumenti di Iva».

Il Presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi pronuncia parole di inequivocabile peso e senso sul rapporto tra rischio recessione e politica monetaria. Eppure… Il Presidente della BCE dice l’Eurozona è una barca in rallentamento già dalla fine dello scorso anno, sta rallentando. In passato è accaduto, e dunque rallentamento non equivale a fermo; ma non va dimenticato che le ultime due volte -la doppia caduta della Grande recessione- sono state particolarmente dolorose. Per questo occorre intervenire subito. Lo snodo fondamentale sono le aspettative: se prevale il pessimismo, o se invece si riesce a istillare un minimo di fiducia. La ‘spia’, ricorda Draghi «è la dinamica che lega l’andamento dei salari a quello dei prezzi, proprio attraverso la cinghia di trasmissione delle aspettative. In tempi normali la normalizzazione delle aspettative si riflette prima sui salari, poi sui prezzi».
Dovrebbe essere questo il banco di prova e di confronto di leader e politici con senso di responsabilità. Non sorprende che siano questioni e temi accuratamente evitati e ignorati.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore