giovedì, Ottobre 1

In attesa del piano di Ursula, sperando nell’Europa che verrà Recovery Fund e Bilancio europeo: ciò che serve appuntarsi per poter giudicare se il piano von der Leyen che oggi sarà presentato ci traghetterà verso la nuova Europa

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Inizia oggi la partita della UE per costruire l’ Europa che sarà, quella del dopo – coronavirus Covid-19. La Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen proporrà oggi al Parlamento Ue il Piano europeo per la ripresa, il famoso Recovery Plan, con un Recovery Fund che dovrebbe mobilitare complessivamente 1.000 miliardi di euro, e il Quadro finanziario pluriennale 2021-2027, ovvero i nuovi limiti per i bilanci generali annuali dell’Unione.

Oggi ascolteremo e soppeseremo attentamente le parole di von der Leyen e faremo le nostre riflessioni in riferimento a quanto in questi ultimi mesi in particolare abbiamo, a più riprese, sostenuto circa il ruolo dell’Europa in questa crisi sanitaria, ma più in generale, e soprattutto, in riferimento all’Europa del domani che auspichiamo.
Da domani stesso, poi, le trattative tra i 27 Paesi entreranno nel vivo, in attesa che le proposte von der Leyen vengano discusse dal Consiglio europeo il 17 e 18 giugno. Ma attenzione, già si dà per scontato che la partita non si chiuderà lì, proseguirà ancora per qualche settimana, nella speranza che un Consiglio straordinario di luglio metta un punto definitivo sulla partita.

In questi mesi il combattimento tra l’Europa del Nord, quella dei Paesi forti, quella dei rigoristi che ora si chiamano ‘frugali’, e i Paesi del Sud, quelli più deboli dell’Unione, quelli ‘spendaccioni’, sarà durissima. Se l’Italia avesse una politica estera degna di questo nome e una Presidenza del Consiglio un po’ meno pochette e un po’ -molto- più sostanza, questa battaglia ci potrebbe davvero far ritrovare il ruolo perduto nel contesto dell’Unione, potremmo farci capofila di quel gruppo di Paesi che all’Europa continuano a credere, criticando, anche ferocemente, l’Europa di oggi, e capaci però di lavorare e costruire quella che doveva essere, l’Europa federale.

Secondo le anticipazioni circolate ieri, per quanto attiene il Recovery Plan, von der Leyen, dovrebbe presentare un documento che riprende la proposta Angela Merkel – Emmanuel Macron, che, come ho ampiamente motivato, è una proposta ottima, sintetizzabile (malamente) come hanno fatto i media italiani, in ‘500 miliardi per sostenere i Paesi colpiti dalla pandemia con trasferimenti di denaro in parte a fondo perduto’.
Poche le anticipazioni, invece, per quanto riguarda il Bilancio 2021-2027, e questo probabilmente perché si è commesso, non soltanto da parte dei media, in primis da parte dei nostri penosi politicanti, il grande errore di trascurare il tema Bilancio, puntando tutta l’attenzione sul Recovery Fund. Errore. Errore perché è attraverso la rivisitazione del bilancio che possiamo sperare in un Recovery Fund che sia occasione per fare dell’Unione l’Europa Federale.

Oggi non aggiungerò nulla di quanto detto fino a ieri, mi limiterò di seguito a riprendere alcuni punti che, in vista dell’appuntamento di oggi, considero fondamentali, e che ho sviluppato nelle ultime settimane.

In primo luogo, le funzioni delle diverse istituzioni.
Qui devo riprendere quasi integralmente quanto detto ieri. La Commissione è un organo della UE caratterizzato dal fatto di essere composto di persone che non rappresentano gli Stati membri. Il fatto che siano indicati dagli Stati non modifica il fatto per il quale il commissario nominato è commissario per l’intera UE, e quindi porta la responsabilità degli interessi e delle esigenze della intera UE, e risponde del suo operato al Parlamento. Organo quest’ultimo, a sua volta, di persone e non di Stati, dove i membri sono eletti a suffragio universale diretto in tutti gli Stati membri, insomma dai popoli europei, direttamente.

Nella logica originaria del sistema europeo, la spinta verso una sorta di federazione, cioè la spinta verso la costruzione progressiva di un sistema nel quale le competenze operative, specialmente economiche, passassero dagli Stati alla UE, doveva essere data proprio dalla Commissione, che ha il potere di proposta delle decisioni comunitarie (gli atti), in mancanza della quale gli altri organi non possono agire, ma specialmente non può agire l’unico organo composto dagli Stati in quanto tali, e poi ‘sdoppiato’, e cioè il Consiglio dei Ministri, che è quello che adotta formalmente gli atti proposti dalla Commissione, e sempre più di frequente concordati anche con il Parlamento, cui si affianca il Consiglio europeo, che è l’Organo composto dai capi di Stato o di governo degli Stati membri. Ho scritto ‘si affianca’, ma in realtà sarebbe più corretto, nella sostanza ma non nella forma, dire ‘si sovrappone’.

Tutto questo discorso serve solo a fare capire una cosa fondamentale, che spesso sfugge ai commentatori e ai cittadini: il rovesciamento del sistema originario e la distorsione anche di quello attuale, benché ‘rovesciato’.
Nella sostanza, questo è il punto, la logica originaria del sistema che voleva la prevalenza politica e istituzionale della Commissione, composta di persone, sugli Stati, che partecipano in prima persona ai Consigli, è stata prima erosa e poi sostanzialmente rovesciata. Nel senso che oggi è il Consiglio (sostanzialmente quello dei capi di Stato e di governo) quello che decide tutto e che, addirittura, chiede (per non dire impone) alla Commissione di fare le proposte formalmente necessarie per adottare gli atti. Ma, sia chiaro, questo sovvertimento è tutto politico, perché formalmente la Commissione ha ancora un peso decisivo nella attività della UE. Viceversa, il Consiglio europeo (quello cioè composto dai capi di Stato e di governo) secondo l’art. 15, «dà all’Unione gli impulsi necessari al suo sviluppo e ne definisce gli orientamenti e le priorità politiche generali. Non esercita funzioni legislative», quindi, è un organo di indirizzo politico. Ma, ormai, nella prassi, è alla fine quello che decide tutto, scalzando interamente sia i poteri e le funzioni della Commissione che quelli del Parlamento. È qui, e solo qui, chesalta’ il principio democratico.
Ciò ha avuto per effetto di ri-trasformare l’UE in una Organizzazione internazionale come tante, dove gli Stati in quanto tali, cioè i soggetti dotati di sovranità, decidono tutto, ma lo fanno solo alla unanimità anche se, sempre solo formalmente, il Consiglio (quello vecchio, quello composto dei Ministri degli Stati) molto spesso potrebbe decidere a maggioranza.
In altre parole, gli Stati hanno distrutto scientemente non solo lospiritodell’UE, ma la sua stessa natura fondamentale, e pertanto le sue capacità di azione.

Ed è qui che sta il primo grande problema che peserà sulla trattativa per il nostro futuro di cittadini dell’Europa Federale che oggi scatterà. Il piano di Ursula von der Leyen potrà pure essere ottimo, diamolo per scontato al momento, il problema sarà che l’ultima parola spetterà comunque agli Stati, che, sappiamo, sono divisi, da qui la trattativa, e da qui il rischio che il Piano non sia nulla di straordinariamente rivoluzionario considerato che, lo sappiamo, l’ho detto un mucchio di volte, ci sono Paesi che non sono per nulla convinti dell’utilità di una Europa federale per davvero, troppo interessati solo a fare affari e incapaci di guardare lontano, concentrati sull’oggi, sul ‘prendi e scappa’.

Il secondo capitolo sul quale voglio concentrare l’attenzione è il Bilancio europeo.
L’ho detto, la proposta Merkel-Macron è ottima, ma manca di un pezzetto in più di coraggio.
Si tratta di aumentare in maniera consistente il bilancio europeo, incrementando significativamente la parte del bilancio derivante dalle cosiddetterisorse propriedella UE. Cioè quelle risorse che derivino da fonti autonome di finanziamento maggiori di quelle attuali, quali i dazi e una certa quota dell’IVA. Agire su questa parte del bilancio, significherebbe evitare di incrementare il versamento annuo dei diversi Stati, e contestualmente muoversi pesantemente in direzione di una UE sempre più Stato federale. La proposta Merkel-Macron sembrerebbe dare spazio a questa soluzione delle risorse proprie. Si tratta di metterle in campo e non sarà una passeggiata.

Nell’ottica di un bilancio europeo incrementato da ‘risorse proprie’ si tratterebbe poi di trovare il coraggio per l’ultimo miglio: la gestione diretta da parte della Commissione dei fondi del Recovery Fund. La proposta franco-tedesca prevede che la Commissione assegni questi fondi agli Stati, i quali poi li dovranno gestire secondo alcune poche regole che verranno da Bruxelles. Errato. La Commissione dovrebbe avere il coraggio di mettere i piedi nel piattoe investire direttamente quei soldi in opere nei diversi Stati europei, opere certo concordate con i governi dei diversi Paesi, ma tali governi non dovrebbero poter gestire -fosse pure con regole molto stringenti- tali fondi. Una decisione del genere sarebbe una rivoluzione copernicana in grado di attuare veramente l’Europa che doveva essere nella mente dei padri fondatori.

Ora mi metto seduto e attendo Ursula, ben sapendo che la poveretta poco potrà, ma voglio sperare che tutto quel poco vorrà e saprà mettercelo.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.