giovedì, Novembre 14

In America Latina un nuovo ciclo anti-neoliberismo, che sia sinistra? I popoli latino-americani sembrano aver preso coscienza dei loro diritti e delle loro ricchezze naturali, minerarie e agricole strategiche che vogliono mettere al servizio del loro sviluppo, ci spiega in questa intervista Agostino Spataro

0

Che sta succedendo in America Latina? Alla chetichella sta tornando affacciarsi la sinistra o c’è altro? C’è da chiederselo nel guardare (in Europa non lo si guarda forse con la dovuta attenzione) quanto sta accadendo in questi ultimi mesi e settimane.
In Ecuador gli indigeni hanno trascinato la piazza e costretto il Presidente Lenín Moreno a revisioni della sua politica economica, e c’è chi sostiene che si è solo all’inizio, considerato la situazione economica e il fermento della popolazione.
In Bolivia le elezioni del 20 ottobre che hanno accreditato la vittoria a Evo Morales (con il 47,08%), in carica dal 2006, hanno scatenato manifestazioni che sono sfociate in una crisi che permane, è di oggi la notizia che Carlos Mesa, il candidato dell’opposizione, ha chiesto una nuova elezione supervisionata da un nuovo organo elettorale imparziale e sotto l’osservazione rigorosa della comunità internazionale.   

In Argentina Mauricio Macri è stato brutalmente spodestato dal duo peronista (per quanto si tratti di un peronismo delle vie di mezzo) Alberto Fernández e Cristina Fernández de Kirchner.  Il Cile da due settimane è in strada per manifestazioni che continuano crescere in partecipazione, malgrado il Governo abbia per un verso tentato la repressione violenta (2.500 feriti secondo la Croce Rossa) e dall’altra fatto concessioni.
In Honduras le proteste contro Juan Orlando Hernández, accusato di essere finanziato e colluso con i cartelli dei narcotrafficanti scorsa settimana hanno infiammato il Paese. Sono state chieste le dimissioni del Presidente.

Centinaia di migliaia di cittadini stanno scendendo in strada in America Latina,  e un filo rosso tiene insieme tutte queste manifestazioni, sono le motivazioni alla base (lasciamo perdere quelle contingenti e le gocce che fanno traboccare i vasi): la disuguaglianza economica e la corruzione.
Secondo le Nazioni Unite, la diseguaglianza economica è maggiore in America Latina che in qualsiasi altra parte del mondo. Per esempio, in Cile malgrado i livelli di povertà siano scesi di tre punti percentuali tra il 2016 e il 2019, l’uno per cento della popolazione del Paese possiede ancora il 26,5 per cento della sua ricchezza. 

Si protesta contro il capitalismo, o meglio, contro il capitalismo selvaggio applicato da governi che stanno comprendendo in ritardo le istanze delle loro popolazioni, che, insomma, la ‘corda di è spezzata’. «E’ il fallimento delle élite al potere e delle istituzioni politiche nel soddisfare le aspettative di dignità e miglioramento», sostiene Sam Brannen, analista a capo del Risk and Foresight Group  del Center for Strategic and International Studies (CSIS) di Washington.
«Ciò che sta accadendo ora è importante non solo nella sua dimensione, ma anche nella possibilità di un caos continentale generalizzato con conseguenze imprevedibili», scrive César Chelala, analista e commentatore ottimo conoscitore dell’America Latina. «E questo sta accadendo dopo che l’America Latina sembrava essere sulla strada dello sviluppo sostenibile, basato su anni di alti prezzi delle materie prime. Tuttavia, i governi, anziché trarre vantaggio da questa situazione, hanno invece utilizzato le notevoli risorse finanziarie ottenute per i propri obiettivi». Se si aggiungono corruzione, false promesse, scatta il voto «per i governi populisti che, sebbene aumentino il debito estero dei Paesi, hanno almeno una politica di ridistribuzione delle risorse che risolve i problemi immediati e dà alle persone un falso senso di sicurezza».

Altro elemento comune a tutte le proteste, è che «oggi non solo i poveri partecipano alle proteste contro i governi», anche «vasti settori della classe media che vedono anche la loro qualità di vita notevolmente ridotta dalle politiche del governo che favoriscono principalmente i ricchi». 

A questo punto, secondo Chelala, l’unica via d’uscita sembrerebbe da trovare una politica e dei politici che guardino lontano e pensino in grande.
Chelala sta forse alludendo a programmi di sinistra? E se stessimo ragionando secondo categorie superate?
I manifestanti non sono un’opposizione organizzata che propone un partito o comunque una qualche ideologia, si tratta di un movimento di persone arrabbiate, vogliono un cambiamento del sistema  obsoleto, ma non hanno una proposta al di là dell’immediatezza, e non hanno un leader, fa notare Brannen.

Le «rivoluzioni senza leader crescono nei vuoti percepiti della leadership a livello nazionale e internazionale in tutto il mondo», i «social media li sta accelerando». «Siamo in una nuova era di rivoluzione senza leader. La linea di tendenza in accelerazione è chiara». «I rischi e le implicazioni aumentano per governi, aziende e organizzazioni di ogni tipo. Si tratta di ‘quando’, non ‘se’, il flash mob digitale arriva per chi è al potere. I movimenti senza leader sono un’onda di marea che lava il nostro pianeta. L’energia che li crea non si dissipa nemmeno quando sono schiacciati dai governi autoritari. Piuttosto, riacquista forza. Non può essere ignorato, ma può essere cooptato» in una funzione positiva. «Questo risveglio globale è un punto cardine nella storia umana che non possiamo ignorare», conclude Brannen.  

Agostino Spataro, giornalista, già parlamentare di sinistra, membro della Commissione Esteri della Camera dei Deputati, notando come in America Latina, alla prova del voto, vincano gli schieramenti anti-neoliberisti, è uno di quei pochi analisti europei che stanno cercando di capire dove sta andando l’America Latina. Con lui abbiamo provato fare qualche ragionamento.

 

Onorevole Spataro, l’America Latina, a Suo avviso, si sta nuovamente spostandosi davvero a sinistra? E se sì, questo spostamento da cosa è determinato? solo dai problemi economici?
Mi sembra prematuro esprimere un giudizio definitivo sulla recente tornata elettorale (presidenziali) in alcuni Paesi del Sud America e ancor più prevedere scenari politici credibili.Tuttavia, si può, senz’altro, dire che è iniziato un nuovo ciclo all’insegna del cambiamento, del rifiuto delle ricette neoliberiste sperimentate, per prima e sconsideratamente, in questa parte del mondo. Dal voto e dalle grandi manifestazioni popolari (Cile, Ecuador, Haiti, Brasile, ecc) viene una critica severa, a tratti un rifiuto, dell’accordo scellerato fra le grandi oligarchie nazionali e le multinazionali mirato al super sfruttamento delle straordinarie ricchezze minerarie, alimentari, ambientali, storiche e paesaggistiche. Vere e proprie politiche di rapina, accompagnate da privatizzazioni selvagge dei principali servizi sociali primari (sanità, scuola, trasporti, ecc), che provocano desolazione, povertà e morte. Da ciò le proteste cui non si può rispondere con la repressione, con la corruzione o, peggio, con soluzioni autoritarie. Si lavora per un nuovo piano Condor?

Questo ‘spostamento’ se non altro ‘verso sinistra’ da cosa è determinato? solo dai problemi economici?
Il fattore politico s’interseca con quello economico. Lo conferma il voto per le presidenziali in tre Paesi: Bolivia, Uruguay e Argentina. Dopo la storica vittoria del socialista riformista Andres Lopez Obrador in Messico, si registra l’affermazione di due candidati espressione di governi popolari di sinistra superstiti di Bolivia e di Uruguay (Evo Morales e Daniel Martinez del Frente Amplio che ha buone possibilità di vincere al secondo turno) e la sconfitta senza appello dei centristi di Mauricio Macri in Argentina in favore di Alberto Fernandez dello schieramento peronista, questa volta unito.  

Quanto la frenata della globalizzazione e il trumpismo hanno inciso, concretamente (penso alla sua politica delle barriere, dai migranti all’economia) e ideologicamente a far riaffiorare la sinistra?
Anche in America latina l’amministrazione Trump agisce politicamente con rozzezza, in certi casi solo parolaia e controproducente. Forse, a Washington si stanno accorgendo che questa non è via che spunta. A ben vedere, le diplomazie Usa, sotto sotto, sono al lavoro in alcuni paesi per rimediare ai danni compiuti (anche dalle precedenti amministrazioni democratiche) e per trovare una via diversa di relazione. A cominciare dal confinante Messico che Trump vuole separare con un muro assurdo quanto fallace.

Quanto c’è di populismo nella sinistra latinoamericana oggi?
In generale, a parte Cuba, Cile, Nicaragua, Uruguay, Bolivia, la sinistra marxista non ha svolto un ruolo trainante dei movimenti, dei processi politici nel resto dell’America latina. Vi ha partecipato, talvolta con entusiasmo e/o anche di malavoglia, oppure si è tenuta in disparte.
A metà di questo decennio, subito dopo l’elezione del cardinale argentino Bergoglio al soglio pontificio, (il riferimento è puramente casuale), si chiuse il ciclo dei governi popolari (non populisti) e si aprì quello delle oligarchie neoliberiste.
Oggi, la questione che si pone alla sinistra, ai movimenti progressisti latino- americani non è quella di piangere sul ciclo concluso, ma di pensare a prepararne, organizzarne uno nuovo, coinvolgendo tutte le forze disponibili, partendo dagli esiti elettorali favorevoli e attingendo alle rivendicazioni alla base degli attuali movimenti sociali

E i popoli indigeni come si stanno muovendo? In quale direzione?
I Paesi latinoamericani e caraibici non accettano più di essere trattati come il “giardino di casa” degli Usa. Questo è un altro punto di svolta che si coglie nella realtà attuale, per altro, segnata dalla presenza inedita di due superpotenze economiche, commerciali e militari: la Cina e la Russia.
Insomma, i popoli latino-americani sembrano aver preso coscienza dei loro diritti e dell’importanza strategica delle loro ricchezze naturali, minerarie e agricole che vogliono mettere al servizio del loro sviluppo.
Tutto ciò, mentre inizia a ri-affiorare, a montare, in forme nuove e più organizzate, la ‘questione indigena’, dei popoli nativi che, a 500 anni dalla conquista coloniale, sono più che mai mobilitati a difesa dei loro diritti fondamentali e dell’inestimabile patrimonio ecologico/ambientale dell’Amazzonia e delle altri grandi foreste, delle grandiose civiltà fiorite in tutta la dorsale delle Ande, ecc. E così agendo tendono una mano agli altri popoli del mondo. Attenzione, dunque! Poiché, se si dovesse realizzare una saldatura fra i diritti degli indigeni e del meticciato diffuso con gli interessi della comunità internazionale, saranno guai serissimi per le oligarchie, vecchie e nuove, di origine europea e per le grandi multinazionali nord-americane.

Questa sinistra di ‘reazione’ e di ‘ritorno’, oltre alla reazione alle politiche neoliberiste di questi anni, ha un progetto politico solido?
Allo stato, le ideologie, compresa quella della sinistra marxista, non guidano le proteste di piazza, e poco influenzano gli stessi processi elettorali. Quel che emerge è una volontà nuova dei popoli che, stanchi di subire l’ingerenza esterna e le angherie interne, cercano una via alternativa per il futuro, più ancorata alle specificità nazionali e all’identità continentale. Populismo? Non credo. Anche se esiste il rischio di una deriva in tal senso. La situazione è aperta a sbocchi politici diversi, perfino di segno contrapposto. Potrebbe sfociare, infatti, in soluzioni o di tipo nazional/populistico di destra o rafforzare la tendenza democratica orientata a sinistra.

La vittoria di Fernandez in Argentina è da considerare una vittoria di un uomo di sinistra, o di un populista di sinistra?

Quella del ticket Alberto e Cristina Fernandez (fra loro non c è parentela alcuna) è la vittoria del peronismo rinnovato e questa volta unito, che va dalla sinistra di ‘Campora’ ai neo riformisti di Sergio Massa, inglobando la galassia popolare e sindacale che ne costituisce lo zoccolo duro e diffuso. La sinistra minoritaria di Nicolás del Caño continua a giocare a fare il ‘terzo incomodo’ favorendo, di fatto, il centro-destra, come successe nelle precedenti elezioni presidenziali del 2015.   

In Cile c’è da attendersi una svolta a sinistra? Piñera, dopo aver dimissionato metà Governo in risposta alle proteste che non riesce sedare manco con i carri armati, sarà costretto capitolare? Lì c’è progetto politico o solo reazione alle politiche neoliberiste?
La rivolta cilena è contro la stretta neoliberista di Pinera di cui reclama le dimissioni e nuove elezioni. In Cile è finita la dittatura militare di Pinochet ed è iniziata la dittatura degli investimenti stranieri. Siamo, cioè, in un paese, economicamente etero-diretto, fiore all’occhiello del FMI e di altri organismi finanziari internazionali. La realtà sociale, le enormi disuguaglianze che la caratterizzano, smentiscono questa “favola” e dimostrano l’iniquità e la fragilità del sistema.
Tuttavia, grazie alla tenacia e alla vastità del sommovimento popolare (ancora in corso), il cambio, l’alternativa sono possibili. Qui esiste un tessuto democratico forte e antico che, nonostante la tragica interruzione della dittatura di Pinochet, potrebbe riprendere a funzionare a tutto campo ossia sulla base della partecipazione di tutte le forze democratiche e popolari.
In Cile, a una sinistra forte, costituita dalle componenti storiche socialista e comunista, fa da pendant una Democrazia cristiana anch’essa con un’ampia base popolare ed elettorale. Insieme, queste forze sono in grado di portare il paese fuori della grave crisi in cui l’ha gettato la destra e avviarlo verso nuovi traguardi di crescita socio-economica e di libertà.

Poi ci sono le ‘sinistre anomale’ o ‘deviate’, non so come le vuole considerare, quali Venezuela e Bolivia, ma anche Ecuador. Lì cosa si può prevedere succederà?
Sinistre anomale? In attesa di una ridefinizione condivisa della nuova sinistra, penso si possa dire che nei citati paesi i protagonisti del cambiamento sono, soprattutto, i movimenti, le associazioni, i popoli che stanno lottando per affermare i loro diritti di progresso sociale e di libertà.
A volte, questi movimenti e schieramenti, anche di governo, agiscono all’insegna dello spontaneismo e con qualche contraddizioni e/o con “fughe in avanti”, come quella intrapresa dai dirigenti chavisti venezuelani sulla base della parola d’ordine del “socialismo del XXI° secolo” che – così come enunciata- poco convince e molto spaventa.

Che cosa potrà succedere in questi Paesi? 
Si tratta di realtà difficili, complesse che però non giustificano le ingerenze esterne, gli interventismi pericolosi come quelli attuati e/o minacciati dagli Usa, affiancati da taluni Paesi della UE, contro il legittimo Governo di Maduro. Si legittimo, perché eletto dalla maggioranza del popolo. E nessuno si può autoproclamare presidente come ha fatto il signor Guaidò.
L’altra grande novità latinoamericana sta anche nel fatto che il cambiamento è avvenuta con il consenso elettorale, nel vivo di una rinascita democratica.
Una grande lezione, politica e morale, che le forze di progresso hanno dato alla destra, alle oligarchie internazionali che in America latina hanno spesso favorito, imposto regimi illiberali e antisociali e sanguinose dittature militari.
Oggi, gli Usa e i loro alleati locali si ritrovano infognati in un’avventura assai poco onorevole in Venezuela (il primo paese al mondo per riserve petrolifere accertate), in Bolivia (il primo Paese per riserve di litio e altri minerali strategici).
Mentre in Ecuador non è bastato il ‘tradimento’ di Lenin (sic) Moreno per riconsegnare il paese alle multinazionali petrolifere e bananiere. La lotta continua. E questa volta in prima fila ci sono le comunità indigene scese dagli altipiani a difendere la loro ‘Pachamama’, i loro diritti alla vita, all’identità culturale.

Il Brasile di Bolsonaro sembra essere l’ultima roccaforte della destra neoliberista. E’ davvero così o qui la questione Amazzonia, magari con il ruolo che punta svolgere la Chiesa cattolica sul tema, potrebbe cambiare le cose? Ci sono segnali di sinistra?
Bolsonaro ha vinto grazie all’assist di taluni magistrati (qualcuno sarà premiato col posto di ministro) che, alla vigilia del voto, fecero arrestare Ignacio Lula da Silva, ex Presidente e candidato della sinistra riformista alle ultime elezioni, dato per vincente da tutti i sondaggi e con ampio scarto. Una vittoria truffaldina, dunque, che invece di risolvere i problemi esistenti ne sta creando di nuovi, enormi e pericolosi per la vita dei brasiliani e per l’equilibrio ecologico del sub-continente e del globo intero. Infatti, la ‘questione Amazzonia’ allarma l’opinione pubblica, internazionalizza il caso-Brasile e ne fa un riferimento obbligato anche per quanti hanno favorito l’ascesa di Bolsonaro. Si spera che il ritorno di Lula alla libertà e le risultanze del sinodo della Chiesa cattolica sull’Amazzonia possano contribuire a riaprire le speranze di progresso civile e di crescita eco-compatibile di questo ‘gigante’ sud-americano caduto nelle mani di nani famelici.

.    

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore