domenica, Maggio 26

Immunità a Salvini: il diritto è un piatto (difficile) di alta cucina Il diritto è come un piatto di alta cucina, nel quale il risultato che si sente sul palato non è solo un ingrediente, ma nemmeno i singoli ingredienti, ma il sapore complessivo

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Siamo diventati, in Italia, tutti giuristi. Mi viene in mente questa considerazione, leggendo qua e là, sempre più svogliatamente, i commenti più o meno sussiegosi e ‘saputi’ dei vari ‘giuristi’ disponibili su piazza, in materia di migranti, migrazioni, navi, ONG e chi più ne ha più ne metta.
Tutti giuristi, che commentano seriosamente l’articolo 32 bis co 3 della legge x,y, z, alludendo anche al combinato disposto (ormai ce lo troviamo anche nell’insalata il ‘combinato disposto’!) tra leggi più o meno misteriose. Tutti sicuri di sé, tronfi, soddisfatti … la dicono e si guardano intorno come per dire ‘tié e mo’ che fai?’

Con tutto il dovuto rispetto, per carità me stesso incluso, solo che io non mi guardo mai intorno soddisfatto … non vedrei gran che, a me, quelli che lo fanno, fanno pensare al mio cane, una simpaticissima ‘persona’, che fattala, se la guarda soddisfatta: nella specie è una cana e siccome io sono per la parità dei sessi davvero, non a chiacchiere, non chiamerei mai una cana ‘cagna’ e roba del genere … solo che, poi, diversamente dai tanti ‘giuristi’ della domenica (avvocati o procuratori del popolo inclusi) che commentano i fatti di questi giorni, la fa, se la guarda e poi la seppellisce. Come dire: lei, la mia cana, ha il senso delle proporzioni?

Se io o voi dobbiamo valutare se un certo ponte sta in piedi o meno, se un certo tunnel è sicuro o no, che facciamo? Toninelli a parte, chiamiamo un ingegnere, un architetto un muratore, uno speleologo, per farci dare un parere o una valutazione, mica decidiamo da soli, no, con tutti quei calcoli, quelle formule, che ne sappiamo noi, è arabo?
Invece, nel campo del diritto, o meglio, della legge -perché è di quella che per lo più si parla-, tutti discettano. Nella legge non ci sono formule astruse, al massimo qualche parola ‘tecnica’, magari sbagliata, è scritta, la legge, in italiano non proprio manzoniano, ma la possono leggere tutti, e diamine che ci vuole! “c’è scritto così e cosà, quindi vuol dire questo e quella”.

Fosse così semplice, a che servirebbero cinque anni di Facoltà (pardon, ora non si chiamano più Facoltà, ma così ci intendiamo meglio) di Facoltà di Giurisprudenza? Appunto, giurisprudenza non legge.
Il diritto è una cosa complessa, non basta leggere il comma x di una legge y per avere capito tutto. Le leggi sonoincastratel’una nell’altra, in una architettura che va guardata nella sua interezza prima di potere decidere cosa effettivamente dispone, e il procedimento è tanto complesso che spesso (questo è il motivo vero, se si tratta di giuristi e non di ‘pagliette’) si hanno risposte diverse alla stessa domanda: non c’è il portatore della verità, ma solo la disponibilità a discutere e ragionare, a valutare e approfondire, per poi magari giungere ad una conclusione, sempre con prudenza … si chiama giuris-prudenza, no?

Non dimenticherò mai un mio amico che una volta, mentre sbocconcellavo un panino, mi chiese a bruciapelo “tu non pensi che l’articolo 32 della legge vattelapesca numero non so cosa, mi permetta di fare non so cos’altro?” Lo guardai a bocca aperta (beh, panino permettendo) e gli chiesi se si sentiva bene: come poteva mai pensare che uno, visto che è laureato in giurisprudenza, conosca tutte le leggi a memoria; non ne avevo idea, non conoscevo quella legge astrusa, eccetera. Ma, obiettava lui, l’articolo eccetera eccetera, dice …. bla bla bla…. basta leggere e ne deriva che io posso fare questo o quello. Lasciandolo interdetto e disgustato (da allora non mi ha più rivolta la parola) gli dissi solo che, alla luce delle mie conoscenze del diritto ma non di quella legge, quella cosa così ben definita (secondo lui) nella legge, non la poteva fare. Sorvolo sul fatto che alla fine avevo ragione io.

Facciamo un esempio concreto ora, perché io a Matteo Salvini voglio arrivare, lo avete capito benissimo. La Corte d’appello civile di Salerno, si è trovata a giudicare di un caso più o meno così: due tizi, marito e moglie, stranieri (orrore … migranti!) devono lasciare l’Italia per le solite astruserie delle nostre leggi, ma hanno un bambino, di sette o otto anni, nato in Italia, che parla italiano, è stato all’asilo e ora va a scuola da un po’, gioca nella squadra di calcetto della sua classe, eccetera; secondo le autorità di Polizia i genitori con relativo bambino se ne devono andare, portandosi il bambino: non hanno il diritto di restare, non hanno diritto all’asilo, la protezione umanitaria (non c’era ancora la legge Salvini che, incostituzionalmente, la ha cancellata) nemmeno gli spetta, sì, hanno un lavoro, una casa eccetera, ma ‘la legge è legge’.
Già. Ma il giudice di Salerno è uno che fa il giurista e che pensa. E dunque dice (la faccio breve, naturalmente): ci sono norme, italiane e di diritto internazionale, che dicono che un bambino vaprotettoin quanto tale, la nostra Costituzione garantisce ai bambini il diritto ad essere accuditi e a frequentare una scuola, l’essersi integrato è un fatto positivo per lo sviluppo psicologico del bambini e toglierlo dalla scuola all’improvviso potrebbe danneggiare gli altri bambini (tranquillo Salvini, nulla a che vedere con concetti disgustosi come ‘accoglienza’, ‘umanità’, ‘diritti dell’uomo’, eccetera), se anche restasse solo in Italia diventerebbe un ‘orfano’, e questo è inammissibile, insomma: ai genitori viene obbligatoriamente concesso il permesso di soggiorno allo scopo di garantire al bambino la possibilità di svilupparsi eccetera regolarmente. Chiaro? Questo non è scritto in nessun comma di nessuna legge, ma si ricava dal diritto, sempre che ad occuparsene sia un giurista e non una paglietta.
Accadde qualcosa di simile a un bambino cinese partorito praticamente in aereo, ma in Gran Bretagna: il bambino era cittadino britannico (sono gente civile lì) ma i genitori no, ma il bambino non può restare senza genitori e quindi … restano anche loro.

Beninteso, poi, con le norme si può giocare sulle parole, ma alla fine il risultato non cambia; ad esempio si può chiamareimmunitàuna cosa che tecnicamente non si vuole chiamare così, ma se il risultato è che qualcuno non è sottoposto a giudizio per il suo comportamento, possiamo chiamarlo come vogliamo, ma quel tizio non viene sottoposto a giudizio per i «reati commessi nell’esercizio delle loro funzioni», per usare le parole esatte dell’articolo 96 della nostra Costituzione, mentre un comune cittadino verrebbe giudicato. Manzoni a proposito di certi avvocati che ‘ragionano’ così parlava, appunto, di ‘azzeccagarbugli’.

Mutatis mutamdis (calmo Salvini, non mi riferisco ai suoi indumenti intimi) la stessa identica cosa si applica al tema delle migrazioni.

Certo, ci sono disposizioni che dicono quale è il porto sicuro, ma ce ne sono altre che dicono che il comandante della nave è non il capo assoluto, ma Dio sulla nave, e solo lui può decidere cosa fare; ci sono leggi sulloStato della bandiera’ (ormai tutti ne discettano), ma ce ne sono che dicono che in certi casi non conta la bandiera, ma il luogo in cui si trova la nave, o il proprietario (Briatore docet!), e ci sono trattati internazionali che dicono che i naufraghi vanno portati in Italia o dove il comandante/Dio decide; ci sono leggi che dicono che lo stato è libero di decidere chi accogliere sul proprio territorio, ma ce ne sono altre che dicono che chiunque sia in difficoltà ha diritto ad essere accolto nello Stato; ci sono leggi che dicono che ognuno è libero di lasciare il proprio Paese, e ce ne sono altre che dicono che nessuno può essere forzatamente riportato da dove è venuto se non vuole; ci son norme che dicono che chi ‘commette un reato’ va punito, ma ce ne sono altre che dicono che nessuno può essere imprigionato se non ha commesso alcun reato. E potrei continuare all’infinito.
Anzi, sfido chiunque, ripeto chiunque a singolare tenzone, sfido chiunque a dire che ciò non è vero!

Il diritto, se mi si permette di scherzarci su, è come un piatto di alta cucina, nel quale il risultato che si sente sul palato non è solo un ingrediente, ma nemmeno i singoli ingredienti (che pure devono poter essere distinti), ma il sapore complessivo. È una cosa banale, che vale per tante altre cose: l’acqua è un composto di ossigeno e idrogeno, ma non si vede né l’uno né l’altro, ma a guardare bene si vede che ci sono, ma in quella forma hanno un risultato che è diverso dai suoi componenti.

Questo è il diritto. Non la leggiucola su cui ogni blaterante crede di poter, appunto, blaterare. È un lavoraccio, duro, difficile, perfino angosciante: sto mescolando bene gli ingredienti, non ci sto mettendo troppo aglio o troppo prezzemolo?
Ma, la storia insegna che se il diritto, o meglio le varie leggiucole, viene utilizzato a scopo di parte o pregiudizialmente, il risultato è la dittatura!

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.