lunedì, Ottobre 21

Immigrazione, tra doveri giuridici e trasparenza Tagli all’accoglienza per 400 milioni di euro, assistenza emergenziale e razionalizzazione dei bandi

0

Dal 2019, la diaria si ridurrà da una media di 35 a somme comprese tra 19 e 26 euro pro capite (secondo le dimensioni del centro) per le 144.000 persone attualmente inserite nel circuito italiano dell’accoglienza. I fondi stanziati dal Governo passeranno da una spesa di oltre 3,8 miliardi nel 2017 (quando le prefetture, Roma in testa, firmarono più di 10.000 contratti e le persone registrate erano 173.000) a circa 2 miliardi, con un taglio di 400 milioni sull’anno corrente.   

Lo dice il nuovo Schema di capitolato di gara d’appalto per i servizi di prima accoglienza riservati ai richiedenti asilo, definito con l’ausilio tecnico-giuridico dell’Autorità nazionale anti-corruzione (ANAC, istituita dalla Legge n. 190/2012).  In concomitanza con l’approvazione in Senato, il 7 novembre, del ‘Decreto Sicurezza e Immigrazione’, il Ministro dell’Interno Matteo Salvini ha presentato il nuovo documento al Tavolo di coordinamento nazionale tra Regioni, Comuni ed esperti del settore.

L’intesa tra ANAC (istituita dalla Legge n. 190/2012) e Viminale, siglata dall’Accordo di collaborazione del 23 luglio scorso, prosegue sulla falsariga del supporto offerto dalla prima, nel gennaio 2017, alla definizione di uno Schema di capitolato per la gestione dei centri di accoglienza centrato sulla trasparenza, poi confluito nel Decreto ministeriale firmato dall’ex-Ministro Marco Minniti (DM 7 marzo 2017).  Le sue principali novità consistevano nella ripartizione differenziata delle prestazioni (dalla fornitura di generi alimentari alle distinte modalità di assistenza alla persona) e nell’aggiudicazione dell’appalto a partire dalla qualità del servizio, in un rapporto ottimale con il prezzo dell’offerta. Oltre all’aumento del controllo ispettivo sugli standard qualitativi da parte del Ministero, il provvedimento mirava anche a garantire – a vantaggio dell’intero sistema di accoglienza – una stabilità occupazionale al personale impiegato nei centri.

L’importanza delle esigenze di uniformazione delle procedure giustifica, nel modello previsto per il 2019, l’assistenza richiesta all’ANAC da Salvini, che sulla scorta delle nuove misure dichiara guerra aperta al «mercimonio fuori controllo» e alle speculazioni affaristiche legate alla gestione dell’accoglienza da parte di enti e cooperative spesso controllati dalle mafie. I bandi sono tipizzati secondo le dimensioni dei centri: 7 fasce comprese tra 150 e 1800 posti e una speciale, fino a 50 posti, che interessa l’80% dei 144.000 ‘ospiti’ alloggiati in appartamenti (che avranno una diaria di 21 euro).   

Il Presidente dell’Autorità, Raffaele Cantone, parlando dell’Accordo di luglio, ha affermato: «Un uso corretto delle risorse non è interesse solo dei contribuenti, ma dei migranti stessi, che sono le prime vittime di una gestione illecita e spregiudicata dei centri». La mente corre ai casi di cattiva gestione e collusione mafiosa sfociati in business e balzati all’attenzione della cronaca – dal commissariamento del centro di Mineo all’esito dell’inchiesta ‘Mafia capitale’, ma anche alle strutture trapanesi protette da Caritas e titolari, nel 2016, di affidamento diretto dei servizi da parte della procura.

«Con questo accordo», aggiunge Cantone, «l’Autorità anticorruzione mette a disposizione il proprio know how per evitare che possano verificarsi nuovi odiosi episodi di malversazione».  In qualità di vigilante dei contratti pubblici, dal 2014 – in linea con le Direttive europee – l’Autorità ha visto rafforzarsi il suo ruolo di guida nell’orientare l’attività delle pubbliche amministrazioni ricercando l’efficienza nell’impiego delle risorse e promuovendo le buone pratiche delle stazioni appaltanti.

Nel provvedimento in questione, che prevede che i bandi siano differenziati secondo «tipologie di ospitalità» dei rispettivi centri, alla trasparenza è affiancata la convenienza di gestione e una razionalizzazione della spesa in grado di «rideterminare i servizi assistenziali di prima accoglienza». L’introduzione di una ridefinizione dei costi sulle singole voci di spesa, anziché a forfait, ha lo scopo di evitare lo spreco di risorse mantenendo garanzie di qualità nei servizi erogati. Tuttavia, più che l’«uso corretto delle risorse» – un principio in sé inattaccabile –, il passaggio pratico dall’accordo allo schema (che diventerà, dopo il vaglio della Corte dei conti, Decreto destinato alle prefetture) evidenzia non poche incongruenze, lasciando aperto un problema di fondo. Intanto, all’affermazione di Gerarda Pantalone, Direttore del Dipartimento Libertà civili e Immigrazione al Viminale, secondo cui sono assicurati «tutti i servizi previsti dalle direttive europee per garantire la dignità della persona umana» , ossia l’insieme dei servizi di assistenza primaria alla persona, fa riscontro il primo effetto: l’accoglienza finisce qui, perché non è prevista alcuna misura rispondente al principio dell’inserimento sociale: corsi di lingua italiana, assistenza psicologica (che, considerati i traumi subiti, potrebbe rientrare nell’assistenza primaria), corsi di formazione per un primo inserimento sociale. In questa situazione, che richiama la logica di gestione ‘emergenziale’ degli anni passati, i mediatori culturali, pur previsti dal futuro decreto, sarebbero ridotti a fare i ‘guardiani del recinto’, una funzione delegittimante, che segna la crisi del ruolo di operatore dell’immigrazione decretata dal D-l 113/2018, già operativo. 

Mentre meno del 10% dei quasi 10.000 richiedenti ha visto accolta, in settembre, la propria domanda di asilo, la riduzione dei costi tesa a evitare speculazioni e malaffare esclude ogni pre-inserimento dei migranti nel tessuto sociale e territoriale. La logica è chiara: si tratta di accoglienza ordinaria, che è demandata al sistema Sprar a base comunale, copre poco più del 20% dell’intero circuito e risulta decisamente diminuita dal nuovo Decreto Sicurezza. Ciò significa che i criteri di ottimizzazione ed efficienza riguarderanno l’accoglienza nei CAS (centri di accoglienza straordinaria), dove confluiranno persone in totale inattività, con aumenti di numero difficilmente controllabili – e, quindi, maggiore possibilità di accrescere il business illegale che gestisce, dentro e fuori dai centri, lo sfruttamento degli ‘irregolari’. La logica dei tagli è anche quella di interrompere la rete di professionalità sviluppatasi intorno all’accoglienza e ai progetti locali di integrazione. Pensiamo solo all’insieme delle prestazioni rientranti nei ‘servizi alla persona’: assistenza sociale, sanitaria e psicologica, oltre alla mediazione culturale, vero ‘ponte’ per integrarsi nella società di arrivo.  

I tagli alle misure minime di integrazione e allo Sprar sono qualcosa di lontano – per restare in tema di trasparenza – dal ‘buco nero’ denunciato dal Rapporto Centri d’Italia, presentato da Openpolis in collaborazione con Actionaid, che mostra come, tra il 2012 e il 2017 (con cifre statistiche nettamente superiori alle attuali) i contratti e la spesa pubblica siano stati gestiti dalle prefetture a proprio grado e in modo assai eterogeneo. La vicenda riguardava, appunto, i CAS e ha portato, nel 2017, al citato Decreto Minniti e alla definizione delle buone pratiche a cui si riferiva Cantone. Da questo punto di vista, l’intero sistema potrebbe subire, nel 2019, una regressione e un aumento di attività controllate dagli speculatori che si intende combattere.

In questo quadro, assistiamo anche a un declassamento lavorativo di chi, in base alle norme vigenti, mette la propria professionalità al servizio dell’integrazione, aiutando a individuare coloro che hanno il titolo per rimanere sul territorio nazionale e a loro inserimento nel tessuto socio-economico. Si tratta di un processo complesso, che richiede competenze combinate e difficilmente può essere demandato a volontari.

Sul fronte della percezione, rilevante nella realtà quotidiana – necessariamente locale – dei rapporti sociali e componente fondamentale del consenso politico, l’Istituto Cattaneo di Bologna ha recentemente pubblicato un’analisi statistica da cui risulta il primato europeo dell’Italia (seguita da Portogallo, Spagna e Regno Unito) nello scarto percettivo dell’opinione pubblica sulla percentuale di immigrati extraeuropei presenti sul territorio nazionale (25% rispetto al 7%  del dato reale). In questa situazione, il costituirsi di un terreno di coltura favorevole allo ‘hate speech’ è un riscontro tangibile, che passa per i canali della minaccia alla propria sicurezza occupazionale, nel caso dei lavori meno qualificati (una sicurezza spesso inesistente), e del contributo negativo al welfare da parte dei migranti, ritenuto dal 62% dei cittadini intervistati su una media europea – inferiore, peraltro, di soli 3 punti.  

Togliere risorse a una voce importante dell’agenda politica come la governance dell’accoglienza comporta in sé rischi di deriva dello stesso interesse nazionale. Esternalizzare i flussi anche al proprio interno, quando i numeri dell’emergenza non ci sono, è un po’ come deviare il corso di un fiume con argini ridotti. Il problema ha indubbia rilevanza europea, ma – proprio per questo – non esime gli Stati, che hanno l’ultima parola nelle decisioni del Consiglio (un organo intergovernativo, non federale), dall’assumere le responsabilità previste dalle norme vigente. Anche se il ‘Sistema Dublino’ fosse sostanzialmente riformato, i flussi per questo non si fermerebbero. Il problema di fondo è dato dal rifiuto, o – nel caso del Governo Gentiloni – dall’incapacità di pensare la migrazione, con tutti i rivolgimenti che comporta, in termini globali e a partire dall’accettazione delle sue cause: cosa determina i flussi di persone, i fattori di emigrazione e tutte le circostanze che, al primo passaggio di frontiera (anche nel Paese di transito), sono annullate nella vasta zona grigia identificata per semplicità, sotto diciture come ‘migrante’ o ‘migrante economico’.

Perché ‘salvare vite umane’ o ‘combattere la criminalità’ rimangano principi-guida, occorrerà evitare che subiscano ribaltamenti contrari all’esercizio di diritti fondamentali. Ciò avviene, nel primo caso con uno scavalcamento arbitrario del diritto alla mobilità umana, oggetto di precise politiche atte a comprimerla e, per molti versi, convergenti a più livelli istituzionali; nell’altro evitando di affrontare la questione quando essa si trova tra le proprie mura.   

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.