sabato, Giugno 6

Immigrazione e sicurezza: e se Trump avesse torto? E' davvero efficace la ‘migration policy’ di Trump? Ne parliamo con David Bier, analista del Cato Institute

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NEW YORK. La politica migratoria è ormai uno dei punti saldi dell’Amministrazione statunitense e, certamente, uno dei cavalli di battaglia del presidente. Trump ed il suo caro controllo delle frontiere. All’inizio di Aprile, l’annuncio del via ad una «politica a tolleranza zero» e solo qualche giorno fa, la squadra di Donald ha annunciato una drammatica intensificazione dei procedimenti giudiziari nei confronti di coloro che attraversano illegalmente il confine sud-occidentale, L’obiettivo è quello di scoraggiare i nuovi migranti con la minaccia di pene detentive e prevendendo perfino la separazione dei bambini dai loro genitori.

Politica migratoria, però, non solo sul fronte del confine con il Messico. Trump, infatti, continua con l’idea del controllo «estremo» nei confronti di immigrati e viaggiatori stranieri, convinto che, a causare gli atti terroristici, siano stati proprio i fallimenti nel controllo di determinati soggetti ‘ad alto rischio’.

Alla fine di Aprile, alla Corte Suprema, l’ultimo, nonché, terzo episodio della saga ‘legittimità del travel ban’, dopo i primi due tentativi andati a finire non proprio come Donald voleva, –il primo è stato affondato dopo essere stato sventato dai tribunali di grado inferiore, ed il secondo, autorizzato ad entrare parzialmente in vigore dalla Corte Suprema l’anno scorso, è scaduto a settembre-. La Corte d’Appello incaricata si era pronunciata lo scorso Novembre contro l’attuale versione del divieto, ma la sentenza è stata sospesa dalla Corte Suprema la quale, a meno che non agisca per fermarlo, consentirà al ‘ban’ di rimanere in vigore. A tempo indeterminato.

La versione rivisitata ed attualmente in vigore (da inizio Dicembre), prevede il divieto per i migranti, rifugiati e titolari di visti da Iran, Libia, Corea del Nord, Somalia, Siria, Venezuela e Yemen. Il Ciad, -tra l’altro, partner dell’antiterrorismo di lunga data, era stato incluso nella lista, ma rimosso poco dopo. Tutti paesi a maggioranza musulmana, quindi, secondo Donald, ad altissimo rischio terrorismo. Un perfetto sillogismo aristotelico.

Ma questa politica è necessaria o efficace dal punto di vista della sicurezza nazionale? Trump pensa che lo sia. Questo è chiaro.

Dopo l’ultimo attacco terroristico di New York, il presidente ha specificato su Twitter di aver ordinato alla Sicurezza Nazionale di rafforzare il programma di controllo già ‘estremo’, aggiungendo che «essere politicamente corretti va bene, ma non per questo!» Trump parla tanto di crisi nel controllo, eppure, non sembra andare proprio così. I fallimenti nel controllo alla frontiera sono rari e sono diventati molto più rari dall’11 settembre. Basta guardare i dati.

L’immigrazione clandestina negli Stati Uniti è ai suoi livelli più bassi da decenni. Ogni agente di frontiera ha arrestato meno di 2 persone al mese lungo il confine, rispetto a più di 40 nel 1986”, ci dice David Bier, analista politico del Cato Institute di Washington.

L’11 settembre ha comunque segnato un profondo cambiamento nel sistema di sicurezza a stelle e strisce. “Per la prima volta, il terrorismo è stato collegato alla politica di immigrazione e ha portato a una riorganizzazione delle agenzie di immigrazione e ad un controllo più approfondito”, ci spiega Bier. Ma le statistiche, ora, parlano chiaro.

«Il flusso di immigrazione clandestina è inferiore del 96% rispetto a quello degli anni ’80 e anche inferiore a quello di due soli anni fa», afferma Bier in una sua analisi sul ‘Washington Post. Come sottolinea l’analista, infatti, l’errore di controllo nel sistema di sicurezza statunitense ha causato l’entrata nel Paese di 13 persone, ovvero, «il 2% dei 531 individui condannati per reati di terrorismo o uccisi mentre commettevano un reato affine dall’11 settembre ad oggi».

Qualcosa, insomma, non quadra. Basti pensare che nei 15 anni precedenti all’11 settembre, gli errori di controllo sono stati in tutto 52, quattro volte in più rispetto ai 15 anni successivi al noto ttacco. «Dal 2002 al 2016, il sistema di controllo ha fallito e ha permesso l’ingresso di 1 terrorista radicalizzato per ogni 29 milioni di visti o autorizzazioni di stato. Questo tasso è stato inferiore dell’84% rispetto ai 15 anni precedenti agli attacchi dell’11 settembre», scrive Bier in un’altra analisi. Inoltre, un solo dei 13 errori di controllo successivi a quella data ha provocato la morte di una persona negli Stati Uniti. Quindi, se parliamo di attacchi terroristici mortali, il tasso è pari ad 1 per ogni 379 milioni di visti o approvazioni dal 2002 al 2016.

«Durante lo stesso periodo, la possibilità che un americano fosse ucciso in un attacco commesso da un terrorista che era entrato in seguito ad un errore di controllo era di 1 su 328 milioni all’anno. Il rischio derivante da errori di controllo era inferiore del 99,5% rispetto al periodo di 15 anni che va dal 1987 al 2001». Se l’obiettivo è appunto quello di respigere il rischio di infiltrazioni terroristiche all’interno dello Stato, i dati indicano chiaramente che il sistema di controllo statunitense è già sufficiente così com’è, in termini di efficienza.

Ma Trump va dritto come un treno.

Se andiamo indietro di qualche mese, con la creazione del nuovo ‘National Vetting Centre, la Casa Bianca aveva rilasciato una dichiarazione sulla ‘Migration Policy’ dal titolo ‘Minacce alla sicurezza nazionale – Migrazione a catena e sistema di lotteria del visto’ in cui si legge: «Il nostro attuale sistema di immigrazione mette a repentaglio la nostra sicurezza nazionale e mette a rischio le comunità americane». Per accreditare l’assunto, la Casa Bianca indica un rapporto realizzato dai dipartimenti di Giustizia e Sicurezza Nazionale dello scorso gennaio, secondo cui «tre individui su quattro condannati per terrorismo internazionale e reati legati al terrorismo sono nati all’estero». Secondo Trump, il rapporto in questione sarebbe la prova che la maggioranza delle persone condannate per terrorismo e reati annessi all’11 settembre provengono da paesi al di fuori dello Stato.

 Sta di fatto che, come ci dice Bier, “il presidente ha promesso di limitare l’immigrazione musulmana ed, in particolare, l’immigrazione da alcuni paesi ‘ad alto rischio’. Crede che molti musulmani siano una minaccia per gli americani e che debbano essere espulsi o sottoposti ad uno screening molto più restrittivo”. Ma i fallimenti nel controllo sono estremamente rari e diventano sempre più rari. Meno frequenti e meno mortali. Perché? “La ragione principale è il miglioramento delle procedure di screening dell’immigrazione”.

Trump sarà pure convinto di ciò che dice, ma i dati dimostrano il contrario. «Il precipitoso declino dei fallimenti di controllo dopo l’11 settembre dimostra che il Governo può tenere al sicuro gli americani senza vietare certe nazionalità o categorie di immigrati». Insomma, non ci sarebbe alcun bisogno di intraprendere questa strada.

Inoltre, se si considera il terrorismo esterno ma anche quello interno, si nota che solo il 18-21% di tutti gli individui condannati per reati di terrorismo sono nati all’estero. Non sarà, quindi, riduttivo considerare solamente il fattore nascita? Secondo un rapporto del 2017 del Dipartmento per la Sicurezza Interna, «è improbabile che la cittadinanza rappresenti un indicatore affidabile di potenziale attività terroristica».

Le conseguenze della politica migratoria di Trump, inoltre, si ripercuotono sull’economia americana. Meno turisti stranieri scelgono gli Stati Uniti come meta dei propri viaggi. “Meno immigrati ma anche meno visitatori stranieri si traducono in una minore crescita economica ed in un Paese più piccolo e meno potente”, afferma Bier. Il numero di turisti provenienti da tutto il mondo è sceso del 4% circa nei primi sei mesi dall’elezione di Trump, secondo i dati diffusi dall’Ufficio nazionale Viaggi e Turismo e dal Dipartimento del Commercio. “E’ meno probabile, inoltre, che gli immigrati commettano reati, quindi, questa linea politica potrebbe anche influire negativamente sul tasso di criminalità”.

E la percezione dell’America qual è? “I sondaggi indicano che il presidente Trump non è molto popolare”, risponde Bier. “Per giunta, la maggior parte degli americani non supporta le restrizioni nell’immigrazione e supporta, invece, politiche che consentano agli immigrati clandestini di rimanere legalmente nel Paese”. I dati, insomma, parlano chiaro, ma è difficile credere che Trump possa muoversi di un millimetro dalla sua posizione.

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