sabato, Agosto 8

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bengalesi roma

Tor Pignattara un po’ di tempo fa era considerato un quartiere della periferia romana, ora è uno dei primi quartieri a ridosso del centro della Capitale. La sua storia è di quelle con la S maiuscola: Catacombe di San Marcellino, Residenza della madre dell’Imperatore Costantino, teatro di primo piano della Resistenza romana e, ora, luogo di incontro di varie culture; secondo quartiere multietnico dopo Piazza Vittorio, luogo che dà i natali alla ormai famosissima orchestra omonima che ne rappresenta al meglio l’anima.

Il quartiere, Tor Pignattara, dunque, è noto anche per la sua inclusione: la Casa del Popolo organizza corsi di italiano per stranieri sempre affollatissimi, le organizzazioni di immigrati bengalesi sono ben integrate col territorio, così come quelle di altri gruppi etnici. Qualcosa, però, non è andato per il verso giusto: nel corso di quest’anno, tra Tuscolano e Casilino sono stati 50 i pestaggi a bengalesi del ‘Bangla Tour’, questo il nome della missione di alcuni affiliati della destra eversiva romana. Forzanovisti  e altri appartenenti al mondo neofascista ne hanno rivendicato alcuni atti e, per un pestaggio ad un bengalese, è stato fermato un sedicenne. D’altra parte anche la Capitale, attraverso nuovi agglomerati urbani sempre più esclusivi, più che inclusivi, hanno dato opportunità ad alcune organizzazioni estremistiche di usare l’immigrazione clandestina come leva per la più becera propaganda.

Il prof. Roberto de Angelis, docente di Sociologia delle Città presso l’Università ‘La Sapienza’ di Roma, ci aiuta ad analizzare questo fenomeno partendo da una distinzione. I nuovi quartieri, i nuovi agglomerati urbani, possono essere teatro di incontro multiculturale e di degrado, tutto questo può portare ad acuirsi di estremismi politici: “Non sono tanto d’accordo sul fatto che la presenza di migranti costituisca un indicatore di degrado. Le faccio un esempio: a partire da Bangla Tour, bisogna dire che i quartieri dove sono  maggiormente insediati i migranti del Bangladesh sono zone pregiate come l’Esquilino, oppure Tor Pignattara”. Quest’ultimo era “un quartiere periferico ma oggi è una delle primissime periferie il quale, grazie alla presenza di migranti asiatici, come i bangladeshi e i cinesi, in qualche modo ha ritrovato la sua vitalità commerciale. Per cui starei attento a parlare di degrado, perché il termine, normalmente, viene utilizzato in una maniera impropria. Per quanto riguarda il caso di Torpignattara, dunque, ci sono delle problematiche che sono legate alla periferia. Nel caso dell’Esquilino è diverso: quella, ripeto, è una delle zone più pregiate di Roma per cui sia i bangladeshi che i cinesi si sono inseriti perché era uno spazio disponibile sul mercato. E, dato che oggi si inneggia al mercato che deve essere assolutamente sovrano, si sono trovati un pezzo di città a prezzi ridotti, a causa della crisi di tutta una serie di realtà economiche della città, e vi si sono inseriti”. Essi, però, conferma il professore: “non sono assolutamente in concorrenza con attività economiche o portate avanti da cittadini italiani: i bengalesi sono perlopiù commercianti, soprattutto a Torpignattara, che è stata definita una città-emporio. E poi, fanno mestieri di strada che conosciamo tutti: venditori di ombrelli, venditori di palloncini a Piazza Navona o da altre parti, e non sono assolutamente in concorrenza con i nostri connazionali”.

Stando al Bangla Tour, però, forzanovisti, quindi neofascisti, hanno rivendicato pestaggi a danno delle comunità bengalesi.  Stando a Tor Pignattara com’è possibile che, nonostante il quartiere abbia una storia che dia unimprinting  ben chiaro al suo passato, ora sembra preda di facili estremismi? De Angelis: C’è da fare una distinzione, ancora una volta: io credo che il quartiere non c’entri assolutamente nulla. Questi sono fatti gravissimi che, però, declinerei in una maniera diversa, un po’ più specifica: cioè come forme di bullismo razzista, nomade per la città. Per cui se un gruppo di adolescenti, diciamo così, frustrati, che in piccoli branchi sono alla ricerca disperata di una dignità identitaria, molto difficile in tempi di crisi, tempi nei quali quella che era l’estrema destra – se prima era diventata berlusconiana – si è persa completamente dal momento che gli ultimi riferimenti sono quelli di Forza nuova e Casa Pound. Questi piccoli gruppi che organizzano questi tour –  se li fanno –  possono colpire dovunque e in qualsiasi situazione, non necessariamente col consenso, diciamo così, popolare: tutt’altro”.

Anche perché, prosegue il professore Non dimentichiamoci che la specificità delle nuove migrazioni, di tutte le migrazioni che riguardano il nostro Paese, sono tali da essere fortemente integrate in quelli che sono i bisogni di servizi del quotidiano. Pensi a tutte le centinaia di migliaia di colf e badanti o, comunque, di persone che sono addette alla persona. Se esse non fossero nel nostro Paese, ci ritroveremmo immediatamente di fronte ad una delle crisi più spaventose”.

I comportamenti, questi gravissimi del Bangla Tour – prosegue il docente – che andrebbero repressi, prevenuti e stigmatizzati adeguatamente, sono, però, disperati ed episodici. Essi non sono rappresentativi di quello che è un sentore generale della popolazione nei confronti del fenomeno immigrazione. Nonostante ci siano forze politiche del nostro Paese, che hanno avuto anche rappresentanza nazionale e ministri della Repubblica, che hanno spinto e hanno centrato la loro campagna elettorale contro la presenza degli immigrati. Pensi alla Lega Nord…”. Il reato di clandestinità, infatti, è un prodotto della legge Bossi-Fini, esponenti di Lega Nord e della fu Alleanza Nazionale.

I quartieri della periferia romana, però, certo non includono situazioni che potrebbero essere di forte cooperazione sociale, più che di esclusione. De Angelis, conoscendo bene la realtà del Casilino oltre il Grande Raccordo Anulare, spiega che “in zone come Ponte di Nona e Tor Bella Monaca ci ha lavorato tutta una vita: sono un etnografo di strada, un antropologo urbano e conosco anche queste situazioni estreme. Per cui nella realtà come può essere quella di Tor bella monaca accadevano, spesso, dei fatti di violenza gratuita alle fermate dell’autobus, sono state fatte saltare delle frutterie rumene, sono stati picchiati diversi immigrati, ma sono tutti fatti – ripeto, gravissimi –  ma non di significativo disagio nei confronti dei migranti. Proprio per parlare della Nuova Ponte di Nona e Tor Bella Monaca sono dei quartieri, in questo momento, di una sofferenza sociale che è pressoché inimmaginabile: la maggior parte delle persone, in certi casi, è costretta a sopravvivere alternando le poche occasioni di lavoro legale con l’illegalità, allo spaccio. Cioè, spaccio per necessità. Per sopravvivere. Non è assolutamente in concorrenza con i migranti. Se noi consideriamo degrado e sofferenza sociale, esso non è portato da (i migranti nda). A Ponte Di Nona, per esempio, sono state realizzate degli edifici di edilizia popolare di grande pregio, anche dal punto di vista architettonico dell’architetto Portoghesi: tutte villett policrome. Lì, ad esempio, ci sono delle situazioni di persone, che vivono lì dentro, che è esplosiva: la casa, benché gradevole, non basta risolvere i problemi delle persone. Mentre, invece, i migranti che si trovano a vivere lì, nello stesso contesto, che hanno ottenuto le case popolari – a Ponte di Nona, infatti, è presente anche un piccolo spazio-Moschea – non si trovano nelle condizioni di sofferenza che hanno i nostri connazionali. Essi ci arrivano con tutta una rete forte di capitale sociale, che hanno diffuso nella metropoli: l’arrivo alla casa popolare è un ulteriore elemento di rinforzo nella loro strategia migratoria. Per cui, tra i migranti, tra i pochi migranti che si trovano lì, e tra i nostri connazionali, c’è una lontananza incredibile”.

 

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