giovedì, Novembre 14

Ilva: salute o lavoro, il dilemma dell’acciaio Non sempre è possibile conciliare salute e lavoro, a Taranto con l’acciaio non si può. Che facciamo?

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ArcelorMittal ha deciso, almeno per il momento, di rescindere l’accordo per acquisire le acciaierie ex Ilva di Taranto ed ha chiesto ai commissari straordinari di assumere la responsabilità delle attività e dei dipendenti, entro 30 giorni. I motivi che hanno indotto l’azienda a rescindere il contratto sono legati alla cancellazione dello scudo penale ed ai provvedimenti del Tribunale di Taranto che obbligano i commissari straordinari a completare le prescrizioni relative all’altoforno numero 2, entro il 13 dicembre 2019, pena lo spegnimento dello stesso.

Secondo la dirigenza di ArcelorMittal, senza la protezione legale, lo stabilimento di Taranto non e’ più nelle condizioni di proseguire la produzione dell’area a caldo, con conseguente impossibilità di eseguire il contratto. Dalla lettera di ArcelorMittal inviata al Governo, si legge che «tra le altre conseguenze, da quando hanno appreso che la protezione legale sarebbe stata eliminata, numerosi responsabili operativi dell’area a caldo nello stabilimento di Taranto hanno affermato che si sarebbero rifiutati di lavorarvi per non rischiare di incorrere in responsabilità penale».

Nulla di nuovo emerge dalle reazioni del mondo politico ed industriale. Non c’era da aspettarsi molto dalla Federacciai che per bocca del suo presidente, Alessandro Banzato, ha sottolineato come il confronto tra le parti dovrà avere come obiettivo il mantenimento della produzione siderurgica. Poco di significativo dai politici, da Matteo Renzi ai sovranisti e naturalmente poco di rilevante dai sindacati, tutti portati a concentrare le proprie attenzioni solo sugli aspetti economici ed occupazionali, che seppur importanti, non sono tutto per i cittadini di Taranto. Maurizio Landini della Cgil afferma che «è necessario che il governo torni con chiarezza a quanto convenuto con ArcelorMittal, secondo la logica che non si può imputare ad ArcelorMittal cose fatte prima di loro e la stessa protezione che avevano i commissari deve averla ArcelorMittal, il compratore deve essere responsabile se non fa investimenti, ma non si deve scaricare su di lui ciò che prima di lui è stato fatto». Lo conferma il segretario generale della Uil, Carmelo Barbagallo che prefigura una catastrofe industriale per il Paese e ribadisce che il disimpegno di Arcelor Mittal è inaccettabile «perché è il preludio a un dramma occupazionale, sociale e ambientale che deve assolutamente essere evitato». Di dramma ambientale parla anche la segretaria generale della Fiom-Cgil, Francesca Re David, che ritiene la decisione di ArcelorMittal inaccettabile, per le conseguenze industriali, occupazionali e ambientali. 

Secondo i sindacalisti quindi, in sostanza, l’eventuale chiusura dell’ex Ilva avrebbe conseguenze drammatiche anche di carattere ambientale e qualcuno dovrebbe spiegare questo contorto ragionamento ai genitori dei bambini di Taranto morti in passato a causa dell’inquinamento. Sempre Landini e compagni, ritengono inoltre non sia giusto imputare ad ArcelorMittal quanto fatto prima di lui (un po’ come se si fossero concesse le attenuanti a Charles Manson solo perché prima di lui Jack lo Squartatore era riuscito a farla franca). Parole assurde ed aberranti, dette da gente che di Taranto non sa nulla, come aberranti ed odiose sono le prese di posizione orientate solo alla continuazione della produzione, a qualunque costo, senza tenere conto delle conseguenze.

Ma qualcuno si è chiesto perché ArcelorMittal ritiene impossibile proseguire senza l’immunità penale e quali siano i costi in termini di malattie e morti connessi alla prosecuzione della produzione? Sembra che questo non interessi, ma è il vero nocciolo del problema.

L’unico che almeno parzialmente sembra avere inquadrato la questione, è il governatore della Puglia Michele Emiliano che ha affermato che «la fabbrica è totalmente illegale. Uccide cittadini e operai ed è totalmente illegale come dimostra lo stesso management di Arcelor Mittal che senza una immunità penale speciale, che esisteva in Europa solo per loro e che non è consentita a nessun’altra azienda, intima con arroganza allo Stato italiano di riprendersi la fabbrica entro 30 giorni».

L’acciaieria di Taranto, progettata mezzo secolo fa, praticamente all’interno della città, con produzione a ciclo integrale a caldo, non sarà mai compatibile con la vita umana. Ci sono oramai studi epidemiologici che hanno chiarito senza ombra di dubbio che a Taranto ci si ammala e si muore a causa dell’acciaieria: «compromissione della salute della popolazione e mortalità più elevata soprattutto per le malattie per le quali le esposizioni ambientali possono costituire specifici fattori di rischio». Non sempre è possibile conciliare salute e lavoro, a Taranto con lo stabilimento ex Ilva non è possibile. O si decide di continuare a produrre e si mettono in conto altre vite umane perse o si decide di cambiare approccio ed in questo caso vi sono solo due alternative: chiudere lo stabilimento, puntando ad una riconversione completa del tessuto industriale tarantino o si decide di riconvertire parzialmente la fabbrica puntando sulla produzione a freddo e non a ciclo continuo. Non vi sono altre vie. E’ questa la realtà, bisogna prenderne atto.

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