sabato, Dicembre 7

ILVA: la pochezza italiana spaventa gli indiani, Conte e Merkel d’acciaio a parte L’azienda ha avuto modo in questo anno e mezzo di misurare la pochezza, la reale non volontà di fare vivere quella fabbrica, la colossale immane incompetenza e astruseria di questi politicanti da strapazzo

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Una delle poche cose che so in materia di economia, o meglio, di trattative economiche, è che al momento in cui si stringe la trattativa, parla uno solo, uno e in nome di tutti. Gli altri tacciono e dicono sempre e comunque di’, anche se sono in totale disaccordo e anche se non si fidano nemmeno un minuto di chi tratta.
È il caso dell’ILVA.

Ora, sia ben chiaro, se c’è una persona della quale non mi fido in questa vicenda (e credo siano in molti a non fidarsi) è l’avvocato del popolo dottor Giuseppe Conte. Lo dico subito, così non c’è rischio di fraintendimenti. Ma dico anche perché, così mostrando che sono strettamente fedele a quanto detto prima. Non me ne fido innanzitutto perché la sua linea a dir poco ondivaga non mi rassicura affatto; non mi fido perché di uno che va a dire agli operai, pubblicamente, che non sa che pesci pigliare non vedo come ci si possa fidare; non me ne fido perché scoprire ora che le cose all’ILVA andavano male, non è prova né di capacità, né di affidabilità per il futuro.

Ciò posto, ora le carte le ha in mano lui e deve giocare lui. Tutti, dico tutti, ma proprio tutti e quindi me compreso, dobbiamo sostenerlo e aiutarlo, tra l’altro perché non aiutiamo lui, ormai una delle moltissime anime perse della nostra politica, ma aiutiamo noi stessi, il Paese.

È semplicemente evidente, banale addirittura, che perdere quella fabbrica (e finiamola con la balla della nazionalizzazione … poi, una volta nazionalizzata a chi la affidiamo? a Patuanelli?) significa perdere uno dei punti di forza, uno degli ultimi, della nostra economia, ma significa anche perdere ventimila posti di lavoro.
Trovo quindi inaccettabile sia l’indegno sciacallaggio di chi cerca di cogliere l’occasione per portarci a chiuderla l’ILVA, e a chiuderla nella maniera peggiore, cioè con danno per il lavoro e danno ancora maggiore per l’ambiente, sia di chi si affanna o finge di affannarsi a salvarla.

Chiuderla, come vorrebbero i vari giggini e lezzini e patuanellini che si agitano in questi giorni, vorrebbe dire, in termini ambientali, dieci Bagnoli, un disastro. Certo i predetti non sono in grado di capirlo, cioè non vogliono capirlo perché anche un bambino deficiente lo capirebbe benissimo; ma specialmente non intendono capirlo perché stanno conteggiando (nel loro cervellino asfittico) i vantaggi politici che ne possono derivare per loro, per i quali ‘politica’ significa solo voti. E nemmeno si rendono conto, gli incoscienti, che, posto pure che ci si arrivi alla chiusura, i voti li prende la Lega, che, nonostante tutto è mille volte più affidabile di loro.

Quanto ai sedicenti salvatori: non è da meno, anzi, forse è anche peggio, la improvvisasparatadei renzini vari che ‘giocano di anticipo’ (loro così ragionano, per loro questi sono giochetti, ‘pazzielle per i guaglioni’) e fanno la proposta di scudo penale. A parte il fatto che solo un cretino oggi potrebbe veramente credere che proporre lo scudo possa servire a qualcosa, ma purtroppo loro, i renzini, ci considerano noi cittadini, poco più che degli imbecilli ai quali raccontare che gli asini volano, slavo a non vedere che forse sono loro che stanno volando! Sta in fatto che farlo ora e in quel modo serve solo a giocare una carta spudorata e senza peso e a mostrare una ulteriore divisione nel Governo, della quale non c’era alcun bisogno di parlare.

Una delle poche cose, forse l’unica, che ha compreso l’avvocato del popolo (non so quale, ma tant’è) è che il duo indiano dello scudo se ne frega, perché ha altri problemi o intenzioni. Forse realmente una crisi mondiale dell’acciaio, ma anche la volontà di liberarsi di quella palla al piede.

Mi limito a spiegare in che senso avanzo questo dubbio e perché suggerisco di tenerne conto.
Una multinazionale come quella, praticamente ormai la più grande acciaieria del mondo o quasi, sa perfettamente che i problemi di mercato ci sono oggi e non ci sono domani: stiamo parlando di acciaio, non di cioccolatini ripieni. Voglio dire che è evidente che la crisi prima o poi passerà (e magari un surplus in deposito potrebbe aiutare) oppure richiederà una ristrutturazione industriale verso e con nuove tecnologie, che non passano necessariamente attraverso l’azzoppamento di una fabbrica, che, azzoppata, diventerebbe antieconomica. Se la vogliono azzoppare è lecito il dubbio che puntino ad altro, chiuderla.
Giustamente, con il suo modo soft (troppo, ormai) lo dice il Ministro Roberto Gualtieri (uno dei pochi, forse i solo, che sembra capire, anzi sapere quello che dice) quando sottolinea che se non c’è un piano aziendale serio parlare di bonifica ambientale è semplicemente ridicolo. A beneficio di Giggino e Patuanelli (sempre che si sappia chi è e perché è) è evidente che un’azienda se pensa di chiudere bottega non ha alcun interesse a spendere una barca di denari per bonificare: se ne va e basta. E quindi il problema è proprio di fare in modo non solo che resti, ma che non ci resti per forza che sarebbe come andarsene o forse anche peggio!

Aggiungo che forse non è né casuale né da sottovalutare il fatto che ieri, nel bilaterale Italia-Germania, secondo quanto dichiarato da Conte, si sia parlato con Angela Merkel di «una cooperazione, in campo siderurgico, per cercare di confrontarci su soluzioni più avanzate dal punto di vista tecnologico, condividere le conoscenze», provare a far collaborare le eccellenze di Italia e Germania sulle nuove tecnologie nel settore siderurgico. Proprio ieri, giorno in cui si è avuta notizia dell’acquisizione della British Steel -che viene già dalla proprietà indiana di Tata- da parte della cinese Jingye, ieri, cioè giorno in cui una volta di più è stato evidente come una delle filiere strategiche per l’economia dell’Europa sia sempre più un affare dei colossi Cina e India.

In realtà (e confesso che è questo che mi preoccupa moltissimo), mi vado convincendo che l’azienda -posto pure che abbia fatto l’affare perché ci credeva industrialmente parlando (e propenderei a crederci perché in effetti ha speso parecchio per iniziare almeno la bonifica)- ha avuto modo in questo anno e mezzo -guarda caso il tempo del Salvimaio e del … non si sa che, ma sempre con Di Maio fra i piedi- di misurare la pochezza, l’inefficienza, l’accidia, la doppiezza e la reale non volontà di fare vivere quella fabbrica e, infine, la colossale immane incompetenza e astruseria di questi politicanti da strapazzo che da un bel po’ fingono di governare questo Paese.
E, sia ben chiaro, certamente la follia dei governi con Salvini, Di Maio, Toninelli, Borghi, Tria, Patuanelli (?) è una cosa che farebbe passare la voglia di fare alcunché anche a Babbo Natale, ma non è che chi li ha preceduti sia stato propri il meglio del meglio, si chiamassero Renzi, Gentiloni o l’onnipresente Calenda.

Il nostro ceto politico, e non solo, è un ceto di gente doppia o tripla e perfino quadrupla o quintupla, che non ha pelo sullo stomaco, ma foreste vergini, che ha un solo chiarissimo polo di riferimento: il proprio interesse da politicante, all’occasione la cadrega … sì, all’occasione, perché per molti di loro, a parte i soldi, piace il potere, anche se si tratta del potere sulla ‘monnezza’ a cui è ridotto il Paese, forse davvero più bello del mondo, pardon, che fu forse il Paese più bello del mondo.
Questo e solo questo piace al nostro ceto dominante, che non è solo politico, ma anche ‘culturale’, con la presentazione parossistica di ‘libri’, e giornalistico con la ‘compagnia di giro’ che affolla gli studi televisivi dalla mattina alla sera a parlare, parlare, cianciare, parlarsi addosso, interrotti solo dalla pubblicità, mai o quasi mai da un ragionamento.

Mi ha colpito la proposta di uno dei sedicenti grandi giornalisti italiani, la signora Lucia Annunziata, che non sapendo forse che dire se ne è uscita con ‘Segre alla Presidenza della Repubblica’: una forma avvilente di captatio benevolentiae, di tentativo di ‘fare il titolo’. È talmente evidente la strumentalità e la superficialità (perfino offensiva) che non ci spendo altre parole. Forse, però, mi sorprende anche di più, che l’interessata, che mi sembra persona riflessiva, cosciente, attenta non abbia subito replicato facendo spallucce e dicendo ‘ma vi rendete conto di che cosa dite, in quale gioco mi volete usare?’ … almeno finora!

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.