sabato, Dicembre 7

ILVA e non solo: quei politici ‘buoni a nulla, capaci di tutto’ A palazzo Chigi e negli altri palazzi del potere solo tanti capitani del tutto inadeguati e privi della necessaria esperienza per condurre la ‘nave’ Italia. In Emilia Romagna la partita decisiva

0

Li fissa dritto negli occhi, sorride, poi sibila: «Buoni a nulla, capaci di tutto». Così, anni fa, Marco Pannella, in una delle sue rare apparizioni televisive, una puntata di una trasmissione condotta da Michele Santoro, riferendosi ai leader di maggioranza e di opposizione di allora. Sulla scena politica gliattorisono tutti cambiati, mal’invettivaresta attuale. Si tratti di Ilva o di giustizia da riformare, di tasse o di occupazione, uno spread impazzito che schizza alle stelle, o garantire un minimo si ordine pubblico, alla fine della fiera, quel pannelliano ‘buoni a nulla, capaci di tuttoti sale in gola, irrefrenabile rigurgito.

Sembra di essere a bordo della ‘Zattera della Medusa’, immortalata nel famoso quadro di Théodore Géricault. La Zattera, a parte l’indubitabile qualità del dipinto, è entrata nella storia perché dopo il naufragio della ‘Medusa’, i sopravvissuti si danno al cannibalismo. Dopo giorni di vagare in mare c’è chi muore di fame, chi si getta in mare in preda della disperazione. Sulla zattera regna un clima di violenza e sopraffazione.

A palazzo Chigi e negli altri palazzi del potere (quello istituzionale, e quello dei poteri reali), sono tanti i capitani Hugues Duroy de Chaumareys, del tutto inadeguati e privi della necessaria esperienza per condurre lanaveItalia.

C’è un Matteo Renzi che quotidianamente si smarca dalla maggioranza, e contemporaneamente ammonisce che ‘divisi si perde’. Accende micce, poi definisce ‘masochista’ chi evoca il fantasma di una crisi. Insomma, ogni giorno si prodiga nella politica del ‘stai sereno’.
Il Movimento 5 Stelle non è da meno: e vuoi perché l’entità (guai a chiamarlo ‘partito’) creato da Beppe Grillo e ora governato da Davide Casaleggio è in costante calo di consenso; vuoi perché il capo politico, Luigi Di Maio, ogni giorno, vede messa in discussione la sua leadership, fatto è che non fanno che seminare di trappole il cammino del Governo.
Il Partito Democratico è una sorta di bomba ad orologeria: le elezioni di fine gennaio in Emilia Romagna sono una linea del Piave: può trasformarsi in una rovinosa Caporetto nel caso in cui il centro-destra ad egemonia Matteo Salvini conquistasse, per la prima volta nella storia della Repubblica, la presidenza della Regione. Ne sarebbero travolti il partito e il Governo. Una partita decisiva, insomma. Consapevoli, Renzi e Di Maio annunciano che i loro movimenti non correranno: se il centro-sinistra vincerà, anche loro si uniranno al coro di chi canta vittoria. Se al contrario vincerà Salvini, saranno i primi nel crucifige di Nicola Zingaretti.
Del tutto indifferenti alla situazione del Paese, un po’ tutti si esibiscono in operazioni dicannibalismo’; la Zattera, insomma.

Ecco i ‘segnali’ che si scambiano Renzi e una parte di Forza Italia; si evoca addirittura una ‘Forza Italia Viva’, un possibile progetto da contrapporre allasalvinizzazionedel centrodestra. «Se Renzi dichiarasse di non voler sostenere più il governo di sinistra, Forza Italia Viva potrebbe essere una suggestione», almanacca una Mara Carfagna, niente più, al momento, di un pensiero con pochi fidati; ma il solo fatto che lo si faccia, dice molto. «Oggi io e Renzi siamo in due metà campo diverse», ha cura di far sapere; ma non nasconde la sua inquietudine: «Non so cosa accadrà nei prossimi giorni, ma molti dopo 25 anni non si sentono a proprio agio in Forza Italia».

Renzi lancia ami: «Porte aperte a chi vorrà venire non come ospite ma come dirigente, vale per Mara Carfagna e altri, ma non tiriamo la giacchetta. Italia Viva è l’approdo naturale per tutti, è questione di tempo». Ostenta grandi sicurezze (che però al momento non sono confortate dai sondaggi): «Italia Viva sta provocando scossoni più profondi di quello che sembra. Quando sarà chiaro cosa accadrà a febbraio e marzo, sarà sempre più evidente che è in corso un riposizionamento anche nella destra. Noi cresceremo molto, ed è il motivo per cui sono molto preoccupati».

Sullo sfondo, i problemi irrisolti di un Paese che arranca.
Emblematica la fotografia offerta dall’ultimo rapporto Svimez. Nell’ultimo ventennio, la politica economica nazionale ha disinvestito dal Mezzogiorno, ha svilito anziché valorizzare le sue interdipendenze con il Centro-Nord. Il progressivo disimpegno della leva nazionale delle politiche di riequilibrio territoriale ha prodotto conseguenze negative per l’intero Paese. I dati rivelano: il pronunciato processo di convergenza sperimentato dall’Europa dell’Est, l’allontanamento dei Paesi dell’Europa del Sud, Italia inclusa, dai livelli medi di tenore di vita europei; la crescita tendenziale del reddito pro-capite nell’Europa del Nord.
Il rapporto avverte che il Nord Italia non è più tra le locomotive d’Europa, alcune regioni dei nuovi Stati membri dell’Est superano per PIL molte regioni ricche italiane, avvantaggiate dalle asimmetrie nei regimi fiscali, nel costo del lavoro, e in altri fattori che determinano ampi differenziali regionali di competitività. La stagnazione è aggravata da dinamiche demografiche avverse che riguardano tutto il Paese e segnatamente il Mezzogiorno.
Tutto questo significa che se non si inverte la rotta in maniera netta, entro il 2065 la popolazione in età da lavoro diminuirà del 15 per cento nel Centro-Nord (-3,9 milioni) e del 40 per cento nel Mezzogiorno (-5,2 milioni di persone). Secondo il Rapporto Svimez 2019, «per effetto della rottura dell’equilibrio demografico -bassa natalità, emigrazione di giovani, invecchiamento della popolazione- il Sud perderà 5 milioni di persone e, a condizioni date, quasi il 40 per cento del Pil. Solo un incremento del tasso d’occupazione, soprattutto femminile, può spezzare questo circolo vizioso».
Dall’inizio del nuovo secolo hanno lasciato il Mezzogiorno 2 milioni e 15 mila residenti, la metà giovani fino a 34 anni, quasi un quinto laureati. Un’alternativa all’ emigrazione è il pendolarismo di lungo periodo, che nel 2018 dal Mezzogiorno ha interessato circa 236 mila persone (10,3 per cento del totale). Di questi 57 mila si muovono sempre all’interno del Sud, mentre 179 mila vanno verso il Centro-Nord e l’estero.
Ristagnano i consumi (+0,2 per cento), ancora al di sotto di -9 punti percentuali nei confronti del 2018, rispetto al Centro-Nord, dove crescono del +0,7 per cento, recuperando e superando i livelli pre-crisi: «Debole il contributo dei consumi privati delle famiglie con quelli alimentari che calano del -0,5 per cento in conseguenza alla caduta dei redditi e dell’occupazione. Ma soprattutto la spesa per consumi finali della Pubblica amministrazione ha segnato -0,6 per cento nel 2018. Gli investimenti restano la componente più dinamica della domanda interna (+3,1 per cento nel 2018 nel Mezzogiorno, a fronte di +3,5 per cento del Centro-Nord). In particolare, crescono gli investimenti in costruzioni (+5,3 per cento), mentre si sono fermati quelli in macchinari e attrezzature (+0,1 per cento contro +4,8 per cento del Centro-Nord). Alla ripresa degli investimenti privati fa da contraltare il crollo degli investimenti pubblici: nel 2018 la spesa in conto capitale è scesa al Sud da 10,4 a 10,3 miliardi, nello stesso periodo al Centro-Nord è salita da 22,2 a 24,3 miliardi».
Questa la situazione, questi i fatti.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore