giovedì, Gennaio 23

Ilaria Alpi: un mare di bugie field_506ffb1d3dbe2

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Aveva ventisei anni, adesso ne ha quarantadue: ha passato in carcere, da innocente, più della metà della sua vita. E’ somalo, si chiama Hashi Omar Hassan e solo qualche mese fa è tornato libero per buona condotta, con uno sconto di quattro anni, destinato ai servizi sociali: lavora a Padova in una cooperativa. E’ stato l’unico personaggio condannato per l’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, i due giornalisti uccisi a Mogadiscio nel 1994 da un commando di almeno sette uomini. Assolto in primo grado ma condannato in appello, la Cassazione lo ha inchiodato in via definitiva. Proprio ieri, però, a Perugia si è svolta la prima udienza della revisione del processo dopo che i verbali della Commissione parlamentare, finalmente desecretati, hanno messo in luce un giro allucinante di bugie, una serie di false testimonianze per coprire probabilmente responsabilità italiane in una vicenda grottesca. La storia è complessa, ma va raccontata nel dettaglio.

Il principale accusatore di Hashi è stato, a suo tempo, un certo Ahmed Ali Rage, detto Jelle, che dichiarò alla Digos, nel 1997, di aver riconosciuto Hashi nel commando. Rintracciato a Birmingham, dove vive con la famiglia, davanti al pm Elisabetta Cennicola, ha ritrattato tutto. Non ha mai assistito all’omicidio, ma ha mentito dietro compenso. In cambio di un visto per l’Italia e soldi, circa 200 dollari. «Io non ho visto chi ha sparato, sono arrivato dopo, ma mi hanno indicato espressamente chi accusare», ha ammesso. L’allora pm Franco Ionta voleva la sua deposizione ma Jelle fuggì all’estero, ottenendo lo status di rifugiato politico, tuttavia la sua testimonianza di allora fu presa per buona e dunque Hashi fu condannato. Anche perché l’imputato fu riconosciuto anche dall’autista di Ilaria Alpi, tal Abdi, pur cadendo in molte contraddizioni. Dice di essere rimasto ferito dalle schegge dei kalashnikov ma in un video si vede la sua camicia bianca, senza traccia di sangue. Ma il punto centrale della vicenda viene dopo.

L’ultima volta sono andato a Mogadiscio alla fine del 2003, a quasi dieci anni dall’omicidio. Ho incontrato Yahya Amir, l’avvocato somalo di Hashi. Mi ha detto che il suo assistito è stato incastrato. A una radio locale, ‘Sabelle’, mi hanno informato che Abdi, l’autista, nel frattempo era morto in uno strano incidente stradale ed era morto pure l’amico che lo aveva soccorso. Una scia di morti. Amir, l’avvocato, evitando di entrare nei dettagli, ha elencato alcuni dei misteri che circondano l’omicidio: la mancata autopsia quando le salme sono tornate in Italia e la sparizione di alcune cassette e di cinque taccuini con gli appunti della giornalista. Tornato in Italia, quasi fuggito, partecipo a Carmagnola, in provincia di Torino, a un convegno insieme a Mariangela Gritta Grainer, Presidente dell’Associazione Ilaria Alpi. Parla espressamente della ‘malacooperazione’, cioè delle gravi distorsioni registrate negli aiuti che lo Stato italiano aveva destinato ai Paesi africani. In confidenza mi fa anche le cifre: tremila miliardi di lire spariti sui seimila assegnati. Ma anche al gigantesco traffico di rifiuti tossici con la Somalia favorito dai (cinque) signori della guerra, in cambio di armi.

C’è dell’altro, e forse è l’aspetto più inquietante. Protagonista l’ex Ambasciatore Giuseppe Cassini, il diplomatico italiano inviato in Somalia per gli accertamenti sull’omicidio che hanno portato alla condanna di Hashi. La sua deposizione ha letteralmente sconvolto i membri della Commissione Parlamentare d’inchiesta.
Un interrogatorio svolto in seduta segreta il 28 ottobre 2004 ma divenuto pubblico soltanto ora. E’ stato lui a portare in Italia sia Abdi, l’autista, che Hashi, cioè l’accusato. E adesso, in maniera spudorata, dice: «Io non darei un soldo bucato alle dichiarazioni di Abdi perché è un bantu, un disperato, farebbe qualsiasi cosa per soldi». In realtà Cassini era stato mandato in Somalia per un altro scopo. Quando Ilaria Alpi viene uccisa scoppia in Somalia lo scandalo delle presunte violenze e torture contro cittadini e cittadine locali perpetrate da militari italiani. Cassini viene spedito laggiù, in piena guerra civile, per trattare con le tribù il risarcimento dei danni. «Già che sei lì»,  gli dicono informalmente da Roma, «vedi di indagare anche sull’omicidio della Alpi». Particolare decisivo: Hashi, secondo fonti somale sicurissime, è una delle vittime di quelle torture. Per trovare una pista Cassini si rivolge ad Ahmed Washington, funzionario dell’Unione europea. Alla fine di tortuosi giri arriva a Gelle, il principale teste di accusa. Così è messo in piedi un teorema e scatta la trappola.

Ma non è tutto. Cassini, in Commissione, smonta la tesi secondo cui Ilaria Alpi stava indagando su un traffico di armi e di rifiuti tossici. «Balle», afferma il diplomatico, «non ho mai visto un rifiuto tossico in Somalia. Nè ne ho sentito parlare». Al che insorge Rosy Bindi, la Presidente della Commissione, e parla espressamente di ‘depistaggio di Stato’. «Smontando il movente», lei gli dice, «allontana la verità». «Ilaria e Miran invece», afferma la Bindi, «non sono morti per caso ma hanno pagato con la vita il loro viaggio a Bosaso».

Già, Bosaso. In quella strada che parte da Garoe, nel nord est della Somalia, sono proprio concentrati i siti, conosciuti in tutto il mondo, che ospitano i rifiuti tossici scaricati dalle navi che partono dall’Italia con materiale anche di altri Paesi europei. Un affare gigantesco addirittura da 18 miliardi di euro. Una tonnellata lì viene pagata 2 dollari e mezzo mentre dalle nostre parti lo smaltimento arriva a costare anche mille dollari a tonnellata. E un affare in cui si è infilata ben presto la ‘ndrangheta (attraverso 239 clan), secondo un rapporto di Legambiente che stima in qualcosa come dieci milioni di tonnellate di veleni trafficati soltanto negli ultimi due anni. Con meccanismi precisi: compito della criminalità è, infatti, quello di affondare le navi nel Mediterraneo dopo ogni carico. Sono almeno venti le navi scomparse, secondo le inchieste di dieci procure italiane, da Asti a Reggio Calabria, da Torre Annunziata a La Spezia. E proprio il porto ligure è stato individuato come crocevia principale dei veleni. Ci sono dossier della Direzione Nazionale Antimafia e anche dell’Aise, il servizio segreto militare.

Tornando alla Somalia c’è poi un rapporto di Greenpeace che localizza soprattutto ad Haifun la destinazione dei rifiuti, nella regione del Bosaso. Chiamata l’’isola del sale’ per le numerose saline è stata scelta fin dagli anni Ottanta anche da altri Paesi come Stati Uniti e Francia, per la zona sabbiosa e l’accesso solo dal mare, come deposito privilegiato di rifiuti altamente tossici, presumibilmente anche radioattivi, protetto da muri di cemento armato alti trenta metri sorvegliati giorno e notte. Di tutto questo probabilmente ha parlato il sultano Abdullah Mussa Bogor a Ilaria Alpi durante l’intervista. Di quel colloquio ci resta un appunto (‘cinque navi’) e appena dieci minuti registrati di un incontro durato non meno di due ore in cui si è discusso di intervento italiano e affari sporchi. Strano che Cassini non abbia visto armi né rifiuti. Quando stavo a Mogadiscio, sono andato a El Ma’an, il porto naturale, e ho visto passare di tutto, anche fusti e droga che lì chiamano chat: la vendono al mercato, tranquillamente, e la comprano tutti, anche i bambini.

All’udienza di ieri a Perugia c’era anche Hashi: «Io non ho ucciso quei due giornalisti, ma chi lo ha fatto sa perché», ha ribadito. Imponente la sfilata di testimoni, fra cui Giancarlo Marocchino, potente imprenditore di Mogadiscio. La Alpi e Hrovatin furono uccisi a pochi passi da casa sua, fu tra i primi ad arrivare sul luogo dell’esecuzione e fu lui a caricare sulla sua auto i corpi delle vittime. Forse, anche oggi, potrebbe dire molte cose.

 

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