sabato, Giugno 6

Il XX secolo cruciale per la Sindone Dalla guerra nazifascista nel rifugio di Montevergine alla prima ostensione ‘tecnologica’; a 45 anni dall’ultima ostensione, quella del ‘33, dal 27 agosto all’8 ottobre 1978, a disposizione dei fedeli

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Autunno 1939. La Polonia è in fiamme. La gente capisce che è l’inizio di una guerra forse terribile, ma continua a confidare nella dichiarazione di ‘non belligeranza’ fatta da Benito Mussolini. Non così gli ecclesiastici, gli intellettuali, l’ambiente colto che hanno capito benissimo che prima o poi toccherà anche all’Italia.

Il cardinale di Torino, Maurilio Fossati, inizia a preoccuparsi di mettere in salvo la Sindone. Torino, infatti, grazie alla presenza di numerose e floride industrie, fondamentali alla vita economica del Paese, è una città strategica e per questo esposta, in periodo di guerra, come obiettivo privilegiato ai bombardamenti.
Questa volta non basta nascondere la Sindone negli scantinati di Palazzo Reale, bisogna pensare di portarla lontano, in un posto che non sia obiettivo militare.

Il cardinale Fossati tratta con il principe ereditario, Umberto di Savoia, il permesso di spostare la Sindone e con la Segreteria di Stato vaticana per accordarsi sul trasferimento, scegliere il posto più adatto, con l’approvazione del papa, Pio XII. I Savoia danno il loro benestare. Il Segretario di Stato vaticano, cardinal Luigi Maglione, suggerisce come nascondiglio il monastero e santuario di Montevergine, in provincia di Avellino.

In gran segreto, la notte del 6 settembre 1939, il generale Giovanni Amico di Meane, Reggente Amministrazione della Real Casa per la provincia di Torino, il monsignor Paolo Brusa, custode della Sindone, il teologo Giuseppe Gallino, Cancelliere della Cappella di S.M., si recano nella Cappella della Sindone, prendono il cofano all’interno del quale è conservato il Telo e lo portano nell’appartamento privato di Monsignor Brusa, a Palazzo Reale. Sistemano il cofano in una seconda «cassa di legno, chiusa a viti, foderata di tela bianca ricucita all’ingiro e cinta con spago recante a nodi il sigillo di piombo» dell’Amministrazione della Casa Reale, come recita il verbale, e, il giorno dopo, il 7, in auto, raggiungono la stazione. Qui, esattamente come un bagaglio normale, la cassa è caricata sul treno in partenza per Roma.
Ad accompagnare la Sindone ci sono monsignor Brusa e Giuseppe Gallino.
A Roma la Sindone viene portata al Quirinale, nella cappella Guido Reni, e presa in custodia da monsignor Giuseppe Beccaria, Cappellano Maggiore del Re.
Alcuni giorni dopo, il 25 settembre, monsignor Brusa riceve l’ordine dal Vaticano -si saprà che la decisione finale è stata presa dal papa in persona- di trasferire la Sacra Sindone all’Abbazia di Montevergine.
Il trasferimento, sempre in gran segreto, avviene in automobile.

Al convento vengono incaricati della custodia della Sacra Sindone l’Abate e il Priore, i quali, alla presenza di monsignor Brusa, nascondono la cassa sotto l’altare, nel verbale definito «del Coretto da Notte», protetto dalla montagna, «chiuso a chiave da un robusto paliotto di legno». Della presenza della Sindone al santuario sono informati in tutto non oltre 10 forse 12 persone. Neanche i frati del santuario, tolto l’Abate e il Priore, sanno di avere in casa la preziosa reliquia.

Dovranno trascorrere ben sette anni prima che la Sindone, a guerra finita, possa tornare a Torino.

Vittorio Emanuele II abdica a favore del figlio Umberto II, il quale dopo il referendum monarchia-repubblica è costretto prendere la via dell’esilio. Il cardinale Fossati interpella Umberto II a Cascais, in Portogallo, dove si è ritirato.
La Sindone, sarà prelevata dal suo oramai inutile rifugio di Montevergine, riportata a Torino e rimarrà in Italia.

E’ il cardinale Fossati, il 28 ottobre del ‘46, a raggiungere, in auto, Montevergine, dove finalmente i monaci vengono a sapere di aver custodito, per oltre sette anni, la Sindone. La cassa viene estratta dalla nicchia, i sigilli fatti saltare e il Telo steso. Fossati teme per lo stato di conservazione ma la Sindone è integra. Lasciata per qualche ora all’adorazione dei frati, Fossati la risigilla personalmente nella cassetta e il giorno dopo riparte per Roma. Qui la cassa viene caricata sul treno per Torino, dove arriva il 31 ottobre. Ad attendere, alla stazione di Porta Nuova, Fossati e il Telo, un piccolo gruppo di persone, quei pochi che erano venuti a sapere del grande ritorno.

L’Arcivescovo Fossati nei giorni seguenti sottolineò quale saggia decisione fu quella di allontanare il Telo da Torino, già che, disse, «l’invasore si affrettò» nei giorni della sua presenza a Torino «a chiederne notizie». Particolare confermato da ‘La Nuova Stampa’ del 1° novembre 1946, la quale addirittura dice quello che Fossati non può dire: «La precauzione fu molto utile, poiché al tempo dell’occupazione nazifascista la Sindone fu cercata dai tedeschi, i quali -secondo una versione di qualche ambiente ecclesiastico- ricevettero invece una imitazione della reliquia che il pittore Reffo aveva eseguito durante la ostensione avvenuta nel 1898», naturalmente il cronista non svela la sua fonte, ma l’informazione parrebbe fondata, vista l’affermazione di Fossati e considerando che la riproduzione del Reffo, presentata nel volume-ricordo dell’ostensione del ‘31, conservata nella Cappella della Sindone, dopo la guerra non è più stata trovata.

Umberto II morirà nel 1983, dopo il lungo esilio portoghese, ultimo Savoia proprietario della Sindone. Nel suo testamento, infatti, il re donò la Sindone al Pontefice.

Il 18 marzo 1983 moriva a Ginevra l’ex re Umberto II di Savoia e subito si diffondevano notizie più o meno veritiere sulle sue disposizioni testamentarie”, raccontava don Luigi Fossati, salesiano, per mezzo secolo tra i più raffinati studiosi della Sindone. “I giornali di quei giorni erano pieni zeppi di informazioni anche sulla futura destinazione della Sacra Sindone, bene privato della casata. I solennissimi funerali si svolsero il 24 marzo nella Abbazia di Altacomba. L’annuncio della donazione della Sacra Sindone alla Chiesa Cattolica, nella persona del regnante pontefice Giovanni Paolo II, venne data il 25 marzo 1983, in Ginevra, dall’avvocato Armando Radice”. Il 18 ottobre ‘83, il Segretario di Stato vaticano, cardinale Agostino Casaroli, a nome e per conto della Santa Sede, perfezionava con gli esecutori testamentari di Umberto II l’atto di donazione. “Il timore che la Sacra Sindone”, continua Fossati “dopo l’annuncio ufficiale della donazione, dovesse lasciare Torino per essere trasferita a Roma fu presto fugato dalla lettera del Segretario di Stato Casaroli nella quale l’arcivescovo pro tempore di Torino, veniva nominato delegato della Santa Sede per tutto ciò che concerne la conservazione e il culto della preziosa Reliquia atteso che essa continuerà a restare a Torino”.

Il Cardinale Arcivescovo Michele Pellegrino, è noto”, affermava don Fossati “non era molto disponibile, se così si può dire, nei riguardi della Sindone, almeno fino alla ricognizione del ‘69, alla quale erano presenti tutti gli studiosi torinesi del Telo. Dopo quella ricognizione, alla quale lui presenziò, cambiò radicalmente idea. Dunque nel ‘73 il Cardinale aveva, nei confronti della Sindone, sicuramente una posizione di maggiore apertura, di fatto, ugualmente, non era dell’idea di fare un’ostensione. La motivazione riportava timori soprattutto per i problemi organizzativi, si ricorse così all’escamotage dell’ostensione televisiva. Quella del 1973 sicuramente resterà nella storia della Sindone. Innanzitutto perché è la prima ostensione ‘tecnologica’, televisiva appunto, e poi per la possibilità, concessa ai mass-media, di fotografare e riprendere la Reliquia liberamente, senza formalità di alcun genere, fatto che dissipò ogni sospetto circa eventuali segreti da nascondere sul conto del Telo”. Anche il luogo scelto per l’esposizione, il 23 novembre, una grande sala di Palazzo Reale, anziché la cattedrale, era indicativo dell’eccezionalità, della particolarità dell’evento. “Il lenzuolo venne esposto su un telaio non in senso orizzontale, come d’abitudine e come ci si sarebbe aspettato, bensì in senso verticale, con la parte frontale ad altezza d’uomo e la figura dorsale in alto, disposizione che lasciò molto a desiderare, anche per una certa ‘difficoltà’ fotografica. Durante la trasmissione venne presentato il messaggio del Papa, Paolo VI, e una breve omelia, seguita da una preghiera, del Cardinale”.

Il giorno dopo la trasmissione televisiva, il 24 novembre, sulla Sindone lavorarono gli studiosi. Tra il resto: vennero prelevati 12 campioni di fili di alcuni millimetri da affidare a vari esperti per esami ematologici e un campione di tela del formato di un triangolo rettangolo (mm 40x13x42) affidato al professor Gilbert Raes, belga, esperto in tessuti, per esami merceologici.
Dopo l’ostensione televisiva, fedeli e studiosi attendono finalmente l’ostensione tradizionale. A 45 anni dall’ultima ostensione, quella del ‘33, finalmente, nel 400° anniversario dal trasferimento da Chambéry a Torino, la lunga attesa viene ripagata con 43 giorni di ostensione, dal 27 agosto all’8 ottobre 1978.

Fu un vero grande evento, religioso e cittadino insieme”, proseguiva nel suo racconto don Fossati. “Si stimarono circa 4 milioni di visitatori, con uno sforzo della città e dei mass-media di tutto il mondo assolutamente eccezionale”. L’allora arcivescovo di Torino Anastasio Ballestrero, così si rivolgeva ai fedeli che sarebbero venuti a venerare la Sindone: «Guardiamo alla Sindone come ad un segno di Cristo e della sua presenza […] alle volte i segni non hanno nulla a che vedere con la teologia, ma piuttosto con l’umanità».

Alla presentazione alla stampa della Sindone, continuava don Fossati “nella mattinata del 26 agosto, vi erano 300 operatori della comunicazione. Durante i 43 giorni di ostensione lavorarono circa 750 operatori dei mass-media di tutto il mondo. La giornata iniziava alle 7 con la recita delle Lodi e si concludeva alle 21 con la S.Messa serale di Ballestrero. Tutta la giornata era una fila interminabile di fedeli che sotto sole o pioggia attendevano pazientemente di entrare in cattedrale e sostare pochissimi minuti davanti al Telo. E tra questi molti infermi, almeno 12.000 dai dati disponibili ma possono essere stati di più. Nei mercoledì di settembre, infatti, si decise che dalle 11 alle 18,30 l’ingresso in cattedrale fosse assolutamente riservato agli infermi. Tra i molti milioni di fedeli, anche colui che poco dopo sarebbe diventato papa Giovanni Paolo II, mentre l’allora Pontefice Giovanni Paolo I non poté presenziare all’ostensione”.

Con l’ostensione del ‘78 prendono il via una serie di ricerche di grandissima portata che segneranno la Sindone per come la conosciamo oggi; gli studi che saranno eseguiti tra il ’78 e il ’90 rappresentano la più importante campagna di studi eseguiti sul Telo.

[***Questo articolo è stato pubblicato, in strutturazione diversa dalla presente, il 23.03.2015, in occasione dello Speciale Ostensione Sindone 2015]

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