martedì, Febbraio 18

Il Verrocchio fuori dal cono d’ombra La Mostra di Palazzo Strozzi a Firenze restituisce al Maestro di Leonardo ed alla sua ‘bottega’ il primato che aveva al tempo del Magnifico

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Il lungo ponte di fine aprile ha riversato, com’era prevedibile, sulle città d’arte e su Firenze in particolare, una massa enorme di turisti, tanto da richiedere l’apertura anche nei giorni pasquali dei musei sia statali che comunali. Ma prima ancora  di questa ‘invasione’, si è registrato un fatto di particolare significato, che induce una qualche riflessione: e cioè, ad oltre un mese dall’apertura, più di 50 mila persone avevano già visitato la Mostra Verrocchio, il maestro di Leonardo‘, che si pone così tra  le più visitate in Italia. Un risultato auspicabile ma non del tutto scontato date le caratteristiche di questa Rassegna,  che offre certo un ‘ idea dell’importanza di quella che è stata per la storia dell’arte mondiale e di Firenze,  la ‘bottega’ di questo grande maestro del Quattrocento, ma non fa ricorso – come talvolta accade – a quelle opere  iconiche che da sole fanno presa sul grande pubblico ma spesso non aiutano a capire il contesto storico, sociale, artistico in cui  sono state prodotte. Qui, l’allestimento, che pure qualche perplessità può suscitare, non cerca effetti speciali ma si pone al servizio di  un racconto che segue precisi e rigorosi criteri. Alla fine del quale, il visitatore potrà rendersi conto se è stato riparato o meno il grave torto che a questo straordinario e poliedrico  maestro – «orefice, dipintore, architettore, scarpellatore, intagliatore, lapidarius, marmorarius», così è stato definito –  è stato fatto nel corso dei secoli;  a cominciare dal Vasari che nelle sue ‘Vite’ ne dette un giudizio particolarmente tiepido: ne riconobbe certo le sue doti di  «orefice, prospettivo, scultore, intagliatore, pittore e musico ma invero nell’arte della scultura e pittura ebbe la maniera alquanto dura e crudetta; come quello che con infinito studio se la guadagnò, più che col benefizio o facilità della natura; la qual facilità se ben li fussi tanto mancata, quanto gli avanzò studio e diligenza, sarebbe stato in queste arti eccellentissimo….»

Al di là dei motivi  di tale giudizio, e di altri che nel tempo si  sono aggiunti, resta il fatto che la sua “sfortuna critica’ – così la definisce Arturo Galansino, Direttore generale della Fondazione Strozzi – è arrivata fino a noi, tant’è che mai prima d’ora  era stata organizzata una grande monografica dedicata al Verrocchio. Questa è la prima in Firenze, la sua città. E’ chiaro che per gli organizzatori questa Mostra costituisce una sfida, che ha richiesto uno sforzo notevole, quattro anni di preparazione,  «sia per replicare in forma diversa,  quanto accadeva nella bottega di Verrocchio» – sono ancora parole di Galansino –  «che per unire i saperi  degli studiosi più acclarati a quelli di giovani ricercatori». Una sfida che ha richiesto varie sinergie ma la cui principale responsabilità  è stata affidata a due tra i maggiori esperti del Quattrocento, Francesco Cagliotti e Andrea De Marchi.  

La Mostra, comprende oltre 120 opere tra dipinti, sculture e disegni, tra cui straordinari capolavori del Maestro posti a confronto serrato con opere capitali di precursori, artisti a lui contemporanei e discepoli, come Desiderio da Settignano, Domenico del Ghirlandaio, Sandro  Botticelli, Pietro Perugino, Bartolomeo della Gatta, Lorenzo di Credi e Leonardo da Vinci.  E si avvale  di settanta prestiti provenienti da importanti musei e collezioni private del mondo come il Metropolitan Museum of Art di New York, la National Gallery of Art di Washington DC, il Musée du Louvre di Parigi, il Rijksmuseum di Amsterdam, il Victoria and Albert Museum di Londra, le Gallerie degli Uffizi
di Firenze. Essa costituisce  non solo una grande retrospettiva dedicata a Verrocchio, ma apre una finestra sugli esordi di Leonardo da Vinci, con sette sue opere,alcune delle quali per la prima volta esposte in Italia. Una mostra straordinaria che offre uno sguardo sulla produzione artistica a Firenze tra il 1460 e il 1490 circa, l’epoca di Lorenzo il Magnifico.

Prima di  inoltrarsi nel percorso espositivo, sarà bene dedicare  un cenno alla figura di questo Maestro, considerato dai curatori della Mostra  ‘artista emblematico del Rinascimento e prototipo del genio universale‘.  Da cosa trae motivo questa definizione che si è data dell’artista?  Dal fatto innanzitutto che Verrocchio (1435- 1488) «sperimentò nella sua bottega tecniche e materiali diversi, dal disegno alla scultura in marmo, dalla pittura alla fusione in bronzo. E formò un’intera generazione di maestri, con i quali ha sviluppato e condiviso generosamente il proprio sapere. Nella storia dell’arte solo Giotto, Donatello e Raffaello hanno dato origine a una “scuola’ paragonabile a quella di Verrocchio. Tramite il suo insegnamento si formarono artisti che hanno diffuso in tutta Italia, e fuori, il gusto e il linguaggio figurativo fiorentino».  Così i due studiosi, curatori della Mostra.

Ma in quale contesto hanno operato il Verrocchio e la sua ‘bottega’? Premesso che  il panorama artistico e intellettuale dell’Italia nella seconda metà del XV secolo è caratterizzato da una  estrema varietà e vivacità di espressioni e di esperimenti, gli storici riconoscono alla città di Firenze non solo l’egemonia politica, ma anche il suo ‘primato intellettuale’ che si esprime nella vita artistica ed intellettuale e che assume «un tale spessore e un tale grado di intensità collettiva da divenire consapevolezza e orgoglio di sè stessa, della propria continuità, della propria originalità e della propria forza di attrazione» ( così Giuliano Procacci).  Di questa consapevolezza sono espressione  non soltanto le opere letterarie e architettoniche che hanno, quest’ultime, la loro massima espressione nell’Alberti e nel Filarete,  ma anche  nell’operosità creativa delle botteghe  d’arte, che dovevano rispondere alle crescenti committenze  della Chiesa, delle corti d’Europa e di privati. Qui si edifica la città ideale,  qui l’homo faber  è artefice di sé e della sua fortuna. Qui è la culla del Rinascimento. In tale contesto opera anche il Verrocchio con la sua bottega, cui va il merito – secondo i curatori della Mostra – «di aver plasmato come nessun altri lo stile e il gusto dell’età di Lorenzo il Magnifico. Tutti i massimi artisti» – scrive Francesco Caglioti nel ricco catalogo edito da Marsilio, che costituisce un approdo di  particolare rilievo agli studi sul Verrocchio e la sua bottega fin qui condotti – «che contribuirono a questa civiltà figurativa, e che nella nostra memoria ne occupano più o meno prepotentemente il panorama, da Sandro Botticelli a Benedetto da Maiano, da Filippino Lippi a Luca Signorelli, gli debbono qualcosa di sostanziale, pure essendo nati talvolta poco dopo di lui, e pur non avendo avuto con lui diretti rapporti di scuola o di collaborazione. A Verrocchio, incontestabilmente, e non ad altri, spettò nella seconda metà degli anni Sessanta del Quattrocento, di aprire una nuova epoca dell’arte fiorentina».

Educatosi giovanissimo da orafo, scoprì la vocazione alla scultura monumentale frequentando Desiderio da Settignano e la bottega di Donatello, fino a divenire il massimo bronzista del suo tempo, per approdare  infine al disegno ed alla pittura. «Impose un gusto  dal quale discesero la svolta proto-classica e la stessa Maniera Moderna». Proviamo a percorrere le sale di Palazzo Strozzi  ove la Mostra si snoda attraverso 9 sezioni, le ultime 2 al Museo del Bargello.  La prima è dedicata ai ritratti femminili («tra Desiderio e Leonardo»), vale a dire  dal Maestro da cui  Verrocchio apprese, poco più che ventenne, l’arte dell’intaglio marmoreo ( prima ero stato a bottega da Donatello) fino all’allievo più illustre: è qui che incontriamo quel capolavoro che è la ‘Dama dal mazzolino’, che evoca l’ideale laurenziano di bellezza femminile e il cui busto è stato identificato come il ritratto di Lucrezia Donati, musa del Magnifico.     

Nella  seconda ( «Gli eroi antichi e il David»)  il visitatore incontra  addossato ad una parete ( e perché non al centro della sala?), il suo capolavoro bronzeo d’esordio: il David, appunto, un’opera destinata a imporsi anch’essa tra scolari, seguaci e colleghi, come modello di posa elegante non meno che d’innocenza adolescenziale. ‘Le Madonne tra scultura e pittura’ costituiscono  uno degli aspetti più sorprendenti della Mostra,  tra cui spicca la Madonna di Volterra  considerato uno dei capolavori del secolo. La Vergine adora silenziosa il Bambino o lo tiene ritto sul davanzale con le mani nervose, mentre lui si anima ritmicamente. Un momento magico attraverso il quale  la bottega verrocchiesca divenne la fucina della nuova pittura e il maestro attira a sé tutti i migliori ingegni, Perugino e Leonardo, Ghirlandaio, Botticelli  e vari altri. Il confronto fra le diverse Madonne oltre ad essere una rarità assoluta è di straordinaria suggestione.

In scultura il primo a essere attratto nella sua orbita e a divenirne un’eco fedele fu il coetaneo Francesco di Simone Ferrucci. Le altre sezioni sono dedicate agli affreschi, alle pitture, alla sua influenza che ebbe sul Ghirlandaio  il Perugino e il Pintoricchio, alla sua presenza a Pistoia e a Roma, ove lasciò un segno della propria arte scultorea e pittorica ( partecipò ad affrescare la Cappella Sistina), al Putto col delfino, questo fanciullo alato che stringe il pesce  che quasi gli sfugge, costituisce una novità  in quanto coglie una figura in movimento. Di particolare suggestione  pittorica il suo San Girolamo. Prima di passare all’ultima sala , dedicata  al giovane Leonardo, incontriamo il fedele allievo Lorenzo di Credi, cui Verrocchio aveva lasciato la bottega essendosi trasferito a Venezia per lavorare al monumento equestre di Bartolomeo Colleoni. Ed ecco, finalmente, l’atteso Leonardo che del Maestro apprese ed imitò in particolar modo l’arte del  ‘piegar de’ panni‘  ( studiata e ristudiata su manichini tridimensionali)   che ritroviamo qui in alcuni disegni dell’allievo. Dice il Vasari che i due spesso si sfidavano nel «catturare su tele di lino l’effetto della luce sui panni, simulato con stoffe bagnate plasmate su manichini». 

Ma la novità è quella piccola Madonna con bambino in terracotta, proveniente dal Victoria ed Albert  Museum di Londra, che Francesco Caglioti attribuisce a Leonardo. Così scrive il curatore : «Ritengo che questa Madonna esposta nel suo museo a Londra come cosa di Antonio Rossellino, non solo spetti al giovane Leonardo da Vinci entro la bottega di Verrocchio, ma sia anche l’unico lavoro in rilievo, al momento,  dopo circa due secoli di ricerche accanite e perfino disperate in mille direzioni per Leonardo scultore, che si possa serenamente riconsegnare in toto alla sua autografia». Lo studioso  parla di questa sua ricerca come di un‘ ossessione solo sua, sebbene altri avessero  il dubbio che potesse essere opera di Desiderio da Settignano, o Mino da Fiesole, o anche di Benedetto da Maiano. Secondo lo studioso si tratterebbe  invece di un ‘isolato esperimento’ del giovane Leonardo, riconoscibile non solo nel sorriso sfuggente della Madonna  e nella spontanea irruzione della vita nel Bambinosorridente e gioioso, ci viene da dire), ma anche e soprattutto nei drappeggi che sembrano anticipare  quelli dell’Annunciazione, che si trova agli Uffizi  e annunciano la grandezza dell’artista.

Sarà interessante vedere se l’Albert Museum resterà fedele all’attribuzione assegnata a questa Madonna  con bambino da Pope-Hennessy , o accoglierà quella di Caglioti, che ne attribuisce il merito al giovane Leonardo.  Le ultime due sezioni della Mostra si ritrovano al Museo del Bargello, dove ritroviamo l’Incredulità di San Tommaso  ( cominciata nel 1467)  che il cronista del tempo, Luca Landucci, descrisse come   «la più bella testa del Salvatore ch’ancora si sia fatta». Al Bargello, il Museo che ospita capolavori di Donatello, Michelangelo, Giambologna, Cellini, Ammannati, Sansovino ed altri,  il visitatore ritrova  uno straordinario Cristo ligneo del Verrocchio e collaboratori, e quelli delle botteghe concorrenti, dei fratelli Giuliano e Antonio il Vecchio da Sangallo, dei fratelli Giuliano e Benedetto da Maiano, quest’ultimi affiancati dai Del Tasso. Le quali botteghe erano le più affermate nella Firenze dell’ultimo periodo  del Quattrocento, e preparavano – soprattutto Benedetto da Maiano- la strada a Michelangelo.

Dunque, a conclusione di questa incursione  tra gli artisti del Quattrocento che da Firenze  hanno illuminato il mondo, la risposta del pubblico dei visitatori  sembrerebbe dar ragione a chi ha voluto correre il rischio di affrontare quella che Galansino definisce «un’impresa unica e ambiziosa», quella cioè di presentare «l’attività multiforme  di Andrea di Michele di Francesco Cioni, detto il ‘Verrocchio’ e della sua bottega e di indagare il tempo degli esordi di Leonardo da Vinci», proprio nell’anno in cui nel mondo si celebra il Genio nel 500 anniversario della scomparsa.  Ma i visitatori cosa pensano di questa sfida? Come reagiscono di fronte ad una mostra un po’ diversa dalle altre? Lo chiedo ad una guida turistica che  conduce i suoi gruppi a visitare luoghi e musei della città del Fiore, tra cui la Mostra in questione: Rosanna Bari. «La ritengono – ed è anche la mia opinione –  bella e interessante, ricca di collegamenti, diversa  dalle altre perché parla di una Scuola e della sua evoluzione, di una fucina di  artisti la cui fama – ironia della sorte – ha offuscato quella del Maestro. riparare il torto da lui subìto è cosa giusta e meritoria. Prendiamo l’Incredulità di Tommaso, copia di questa scultura bronzea si trova in una nicchia esterna di Orsanmichele, ed è  osservata da migliaia, milioni di passanti, turisti e non; ma nessuno o pochi sanno chi ne è autore. Ora, l’originale è  ben visibile al Bargello. Vicino al David di Donatello e ad altri capolavori, che aiutano a meglio comprendere un secolo, un periodo storico-artistico  straordinario. E non solo la genialità o il talento di un artista. Di ogni Mostra al visitatore deve restare qualcosa, o suggerire uno stimolo per ulteriori e personali approfondimenti. E anche questa va in quella direzione».

Certo, c’è anche chi non condivide del tutto il percorso espositivo e, magari, si attendeva una più evidente sottolineatura delle opere del Verrocchio,  isolandole dal resto o evidenziandole ancor più, come ad esempio   la stupenda ‘Dama col mazzolino’, dal Bargello trasferita per l’occasione a Strozzi. Ma è fuori dubbio che di questa Mostra il visitatore qualcosa si porta dentro, se non altro il ricordo di un racconto corale nel cuore della Firenze del Quattrocento e delle sue ‘botteghe’ d’arte, che tanto hanno dato al mondo. E tra le quali spicca quella del Verrocchio, Maestro troppo a lungo racchiuso nel cono d’ombra che i suoi illustri discepoli  hanno contribuito con la loro fama, a creare. E da cui ora ne sta uscendo. Grazie a questa rassegna dal titolo ‘Verrocchio il maestro di Leonardo’, che  sembra destinata a suscitare curiosità, interessi, confronti d’idee, che è compito della cultura. La Mostra resterà aperta, con vari eventi collaterali, fino al 14 luglio.

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