giovedì, Dicembre 12

Il “Vengo anch’io. No tu no” della musica

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Si sa, già gli antichi lo dicevano che “Carmina non dant panem” riferendosi alla letteratura ed alla poesia, delle quali non si può vivere, ma lo stesso potremmo dire, ormai, anche per le arti e in particolar modo per la musica, che, soprattutto in Italia, diventa sempre più una professione a rischio disoccupazione.

Purtroppo la cultura in generale è sempre più alla deriva e dobbiamo renderci conto che le colpe non sono solo dei politici che se ne disinteressano (e possiamo immaginare perché), ma anche di tutti quegli operatori che nulla dicono o nulla fanno per far sentire la propria voce.

Segnatamente, la cultura musicale italiana, poi, langue in una condizione penosa, vittima di un disinteresse avvilente nel quale si finisce per trattare tutto con approssimazione: l’artista è pari al guitto, l’Opera è pari al Musical, il cantautore è come Giuseppe Verdi, il tutto trattato con quella superficialità indisponente che come diceva Oscar Wilde, «è il vizio peggiore», e genera relativismo e disprezzo per la verità.

È vero, la scuola italiana non fa nulla: non educa alla musica, non al suo studio né alla sua conoscenza, e tutto ciò è demandato all’iniziativa delle famiglie. Il servizio pubblico televisivo che tutti paghiamo, trasmette qualcosa in un canale che ha il sapore di un “box”, di quelli in cui giocano gli infanti che sanno soltanto gattonare, e mai o quasi mai dedica una prima o una seconda serata, sulle reti ammiraglie (quello è uno spazio destinato all’apertura di pacchi o ad altre consimili amenità) a parte qualche ridicolo evento estivo improntato a quel relativismo di cui sopra e il cui unico scopo è sempre e soltanto l’intrattenimento, mai la divulgazione, l’approfondimento o la crescita. Le istituzioni musicali, infine, languiscono perlopiù in situazioni debitorie causate dalla cattiva amministrazione (quando non vogliamo chiamarla con un altro nome…), ed invece di eliminare i cattivi amministratori ed il malcostume cosa si fa? Si elargiscono risorse col contagocce (in Europa siamo tra quelli che investono meno per la musica) o si prendono misure draconiane, il cui unico effetto è  la riduzione del personale e della capacità produttiva, portando l’Italia, che su questo fronte è già agli ultimi posti in Europa, verso una marginalità da terzo mondo.

Tanto per valutare la vitalità della nostra presenza culturale, vogliamo analizzare le programmazioni previste, per la prossima stagione, dalle ultime due (sic!) orchestre sinfoniche a carattere nazionale rimaste in attività in Italia (accanto a loro ci sono 13 Istituzioni Concertistico Orchestrali a carattere regionale o provinciale e con un’attività limitata ad alcuni mesi l’anno) e cioè l’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia di Roma e l’Orchestra Nazionale della RAI di Torino, che da poco hanno divulgato le scelte operate per il 2014/15.

L’Orchestra dell’Accademia, essendo l’unica fondazione sinfonica italiana, oltre che la più antica (quattrocento anni!), concentra su di sé grandi attenzioni. Cosa prevede il nuovo programma di questa gloriosa istituzione, che inizierà a dispiegarsi dal prossimo 25 ottobre? Dei 31 concerti con relative repliche, otto, come tutti gli anni, saranno diretti dall’inglese Anthony Pappano che è il direttore musicale; c’è, poi, la costante presenza del giapponese Nagano, l’ottimo Temirkanov con un altri due russi, Bychkov e Gergeiev che è presente con quattro programmi diversi, Orozco-Estrada che ne dirige due come Honek e come Chung, e poi Nott, Valcuha, Eötvös, Albrecht, Escenbach, Heras-Casado, Frank, Eddins. Unici direttori italiani saranno quelli della terna composta da Noseda, Luisotti e Biondi, l’ultimo dei quali, con il suo ensemble barocco riempirà, per una settimana, il vuoto determinato dalla tournèe in Cina e Giappone dell’Orchestra dell’Accademia.

In 31 concerti, quindi, c’è spazio solo per tre direttori italiani! Riguardo alle composizioni eseguite, tra le altre, sono state programmate musiche di Vivaldi, qualche aria di Verdi, lo Stabat Mater ed una ouverture di Rossini, un concerto di Malipiero, una sinfonia di Casella, una nuova composizione di Sciarrino, cioè una quantità di brani corrispondente, grosso modo, a due programmi e mezzo di concerto. E poi ci saranno soltanto quattro cantanti e altrettanti solisti italiani (qualcuno dei quali proveniente dalla stessa orchestra). Dunque pochissimo spazio anche per  compositori ed interpreti italiani.

Discorso analogo a quello sull’Accademia di Santa Cecilia, è quello che riguarda la stagione della’Orchestra Nazionale della Rai di Torino. Per quest’anno sono previsti 22 concerti. Inutile elencare i nomi degli artisti, tanto sono in gran parte gli stessi di Roma, anche se le percentuali di italiani sono lievemente superiori: qui ci saranno ben quattro direttori italiani (!), qualche compositore in più, stessa proporzione di cantanti e solisti. Curioso che due dei quattro direttori scritturati siano  presenti anche nella terna che dirigerà nella stagione romana dell’Accademia.

Già ci pare di sentire la solita, superficiale, vecchia sciocchezza: “Se sono bravi artisti, che importa quale passaporto abbiano …”. Risponderemo: in primo luogo è trascurata la produzione musicale italiana, laddove i nostri compositori non dovrebbero avere ancora la necessità di dimostrare la loro bravura e la loro rilevanza! In secondo luogo, per quanto riguarda gli interpreti, si deve dire che se non si ha accesso al lavoro, non si possono dimostrare le proprie capacità, se non si ha accesso al lavoro non si diventa più bravi, se non si trova accesso al lavoro nel proprio paese sarà difficile trovarlo all’estero. E domandiamo: perché in Italia, nonostante le sue eccellenze artistiche, lavorano tanti stranieri e così pochi italiani? Perché negli altri paesi di pari tradizione non si verificano fenomeni analoghi?

La risposta è che, purtroppo, l’accesso al lavoro artistico, non è più garantito dalle capacità, ma la selezione avviene per altre vie, e a volte per percorsi misteriosi… I nostri conservatòri sono pieni di giovani ricchi di talento, ma nessuno li scrittura, né per l’Italia, né, tantomeno, per l’estero.

Con questa disattenzione alla musica italiana, si crea un gran numero di disoccupati in categorie molto specializzate, si interrompe una tradizione secolare, si distrugge un patrimonio di capacità che il mondo ci riconosce e ci invidia e sul quale abbiamo costruito un’immagine ancora solida, tra le poche positive che ormai ci contraddistinguono. Senza considerare che si gettano alle ortiche le immense risorse investite per creare la formazione di abilità che rimarranno inutilizzate.

Stando  ad un recente studio le prospettive di inserimento nel mondo del lavoro musicale per i giovani italiani che abbiano completato studi musicali professionali, sono pari a circa lo 0,05 per mille! Forse una piccola riflessione è necessaria.

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