lunedì, Ottobre 21

Il Venezuela e la ‘risistemazione’ dell’America Latina Washington intende restaurare la propria egemonia sul continente

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La decisione di Donald Trump – e dei suoi alleati nel continente latino-americano (Brasile, Argentina, Paraguay, Colombia), a cui si è aggiunto il presidente canadese Justin Trudeau – di riconoscere come legittimo leader di Caracas il capo dell’Assemblea Nazionale Juan Gaidò rischia di far scivolare la situazione venezuelana sul piano inclinato della guerra civile rendendola sempre più affine a quella delineatasi in Siria nel 2011. Un’analogia che emerge anche, e soprattutto, per quanto concerne il pesante coinvolgimento degli Stati Uniti – che hanno addirittura minacciato di prendere ‘contromisure adeguate’ nel caso in cui le forze governative avessero costretto i diplomatici statunitensi a lasciare il Venezuela – nell’escalation. Lo rivela lo stesso ‘New York Times’, che attribuisce un ruolo di primissimo piano nelle operazioni dirette contro il governo bolivariano al senatore repubblicano della Florida Marco Rubio, «virtuale segretario di stato per l’America Latina, collegato al vicepresidente Mike Pence e al Consigliere per la Sicurezza Nazionale John Bolton […]. Pence, in particolare, si mise in contatto con Guaidó comunicandogli che gli Stati Uniti lo avrebbero appoggiato se avesse reclamato la presidenza». Successivamente, stando alla ricostruzione del prestigioso quotidiano newyorkese, lo stesso Pence diffuse un video-messaggio in cui esortava il popolo venezuelano a «far sentire la propria voce» e si assicurava, «a nome del presidente Trump e del popolo americano, che gli Usa sono e rimarranno con voi finché non verrà restaurata la democrazia». Pochissimo tempo dopo, è puntualmente scattato il riconoscimento di Guiadò da parte dell’amministrazione Trump, a scapito del presidente Nicolas Maduro definito «un dittatore che mai ha ottenuto la presidenza in libere elezioni».

In realtà, è da molti mesi che Washington si cimenta nell’ostinato tentativo di privare Maduro dell’appoggio interno, attraverso l’istituzione del divieto per cittadini e imprese Usa di fare affari con lui e la sua cerchia, il congelamento dei beni venezuelani che si trovavano sotto la giurisdizione statunitense e l’adozione di misure dirette contro il settore petrolifero – che a causa dell’impossibilità di accedere alle tecnologie straniere ha dimezzato la produzione – e le forze armate. Le agenzie di rating, dal canto loro, hanno collaborato all’offensiva decretando una serie di declassamenti del debito venezuelano rendendo alquanto difficile per le autorità di Caracas il compito di piazzare i titoli di Stato. Combinandosi con le misure di Trump, le quali hanno impedito l’acquisto di debito venezuelano, di titoli della società pubblica che controlla il petrolio, di ogni altra impresa venezuelana e di società a partecipazione pubblica, nonché bloccato ogni finanziamento in dollari al Paese, le bordate delle agenzie di rating hanno avuto l’effetto di estromettere il Venezuela dal mercato internazionale dominato dal dollaro. A risentirne, ha rilevato l’ambasciatore del Venezuela in Italia Juliàn Isaìas Rodrìguez Dìaz durante un convegno a Roma, sono state «le importazioni di cibo, medicinali, pezzi di ricambio e così via. Si tratta dei provvedimenti punitivi più gravosi che abbiano mai colpito un Paese latino-americano nell’intera storia del Sud America; peggiori rispetto a quelle comminate contro Cuba».

Nel momento in cui il governo di Caracas ha cercato di difendersi svincolando la propria economia dal dollaro attraverso la creazione del petro, criptovaluta ancorata alle ricchezze minerarie ed energetiche di cui gode il Paese, l’amministrazione Trump ha reagito vietando qualsiasi transazione nella nuova moneta all’interno degli Stati Uniti ed estendendo le sanzioni al settore dell’oro, minerale di cui il Venezuela è particolarmente ricco. Una mossa, quest’ultima, che ha impedito al Venezuela di ricevere certificazioni straniere sulla qualità del proprio metallo prezioso, con conseguente interruzione o forte limitazione dei rapporti commerciali con le imprese operanti nel settore aurifero venezuelano. Simultaneamente, l’amministrazione Trump ha imposto pesanti sanzioni contro otto magistrati del Tribunal Supremo de Justicia (Tsj), con lo scopo di colpire quegli apparati istituzionali venezuelani ritenuti colpevoli di aver bloccato la proposta di intervento militare contro l’esecutivo avanzata dal Parlamento controllato dall’opposizione.

In precedenza, una delegazione senatoriale Usa aveva sondato il terreno con il presidente colombiano Manuel Santos, maggiore alleato degli Usa in America Latina, per lanciare un’operazione militare congiunta atta a «permettere alla Colombia di difendersi dalle provocazioni venezuelane nel Tachíra». Già, perché in Colombia stazionano non solo il più corposo contingente militare di cui gli Stati Uniti dispongono in tutto il continente, ma anche formazioni paramilitari di estrema destra vicine all’ex presidente Alvaro Uribe resesi responsabili di innumerevoli scorribande in territorio venezuelano nel cui ambito rientrano anche operazioni sotto falsa bandiera – in passato, alcuni miliziani colombiani erano stati arrestati dalle forze dell’ordine di Caracas con indosso divise della polizia venezuelana. Circostanze che rendono il ruolo svolto dalla Colombia nella crisi venezuelana molto simile a quello esercitato dalla Turchia rispetto al conflitto siriano; se quest’ultima è ritenuta unanimemente responsabile di aver aperto il cosiddetto ‘corridoio della Jihad’ a centinaia di migliaia di guerriglieri sunniti giunti in Siria per rovesciare il governo di Bashar al-Assad, il regime di Manuel Santos ha fornito supporto attivo alle frange paramilitari annidate nella giungla colombiana in funzione anti-bolivariana. Le stesse milizie che nella scorsa primavera presero d’assalto una stazione della polizia venezuelana situata nei pressi del confine con la Colombia, al fine di assumere il controllo di alcune aree strategicamente fondamentali per condurre operazioni di sabotaggio verso le regioni più interne.

Ma i punti di contatto con la crisi siriana non si riducono a ciò. Già nel 2002, le forze venezuelane di opposizione tentarono un colpo di Stato contro Hugo Chavez nel corso del quale cecchini mai identificati aprirono il fuoco tanto sui civili quanto sulle forze di polizia con lo scopo di invelenire il clima e destabilizzare l’ordine pubblico. Anonimi tiratori hanno operato attivamente anche nelle fasi cruciali dei disordini verificatisi in Romania nel 1989, in Russia nel 1993, in Thailandia e Kirghizistan nel 2010, in Tunisia, Egitto, Libia e Siria nel 2011 e in Ucraina nel 2014; tutte manovre finalizzate al cambio di regime. In molte di esse, il clima preparatorio era stato predisposto tramite l’infiltrazione di Organizzazioni Non Governative (Ongriconducibili a George Soros o direttamente al Dipartimento di Stato, le quali allacciarono contatti con partiti di opposizione e gruppi organizzati per instaurare un rapporto di collaborazione cementato dalla comunanza di interessi. Sotto questo aspetto, il caso del Venezuela appare paradigmatico, se anche una fonte insospettabile come «The Independent» è arrivata a riconoscere che «oltre ad appoggiare le forze che arrestarono Chavez nel 2002, gli Usa hanno inviato centinaia di migliaia di dollari ai suoi avversari attraverso la National Endowment for Democracy».

Eppure, gli Stati Uniti non si sono certo limitati a ciò. Lo scorso gennaio, infatti, il Dipartimento di Stato ha accusato il governo di Caracas di aver indebitamente inviato la propria marina contro una nave che ExxonMobil aveva inviato in loco per procedere all’esplorazione del bacino petrolifero situato a cavallo tra le acque territoriali venezuelane e guyane. L’evento, di per sé poco significativo, è stato prontamente sfruttato dall’amministrazione Trump per bollare Maduro come un pericolo per la sicurezza nazionale. Una minaccia da eliminare, insomma, come si evinceva del resto dai contenuti di un documento di undici pagine firmato dall’ammiraglio Kurt W. Tidd, in cui si rende noto che gli Usa avevano già da tempo predisposto un piano operativo finalizzato al rovesciamento di Maduro. All’interno del rapporto, si sostiene che «la tenuta della dittatura chavista è fortemente minata da problemi interni, a partire dalla scarsità di cibo, dalla caduta dei proventi derivanti dall’esportazione petrolifera e dalla corruzione dilaganteL’appoggio internazionale, comprato a suon di petrodollari, di cui il Paese ha goduto nel corso degli anni tende ora a venir meno in parallelo alla svalutazione della moneta nazionale, con conseguente contrazione del potere d’acquisto per la popolazione». Il problema è che «le forze d’opposizione che combattono per la democrazia e il ripristino di livelli di vita accettabili per la popolazione non sono in grado di porre fine all’incubo in cui il Paese è sprofondato, in ragione di] una corruzione comparabile a quella dei loro nemici […] che impedisce loro di prendere le decisioni necessarie a ribaltare la situazione di disagio causata dalla dittatura socialista».

In tale contesto, l’entrata in scena negli Sati Uniti assume un’importanza fondamentale per ‘recuperare’ il Venezuela e reinserirlo nel novero dei Paesi latino-americani alleati di Washington in cui sono già tornate nazioni di grande rilevanza quali Argentina e Brasile a seguito dell’ascesa al potere di Mauricio Macrì e Jair Bolsonaro: «la democrazia si sta diffondendo in America, dopo un periodo nero in cui sembrava che il continente stesse cadendo sotto il controllo del populismo radicale». Nello specifico, occorre indebolire le strutture politiche su cui si basa il movimento bolivariano collegandole al narcotraffico, lavorando ai fianchi il regime per favorire la diserzione dei tecnici più qualificati, alienandogli il favore della borghesia di lingua spagnola (la stessa su cui fecero perno gli Usa durante il tentato golpe contro Chavez del 2002), «fomentando discordia e insoddisfazione popolare, minando l’ordine pubblico, lavorando per aggravare la penuria di cibo, esacerbando le divisioni interne alla struttura di potere chavista […] [nonché] screditando il presidente Maduro presentandolo come un leader incapace degradato al grado di fantoccio di Cuba». È necessario anche «provocare vittime stando attenti a far ricadere la responsabilità sul governo e ingigantire agli occhi del mondo le proporzioni della crisi in atto», oltre a indurre l’aumento dell’inflazione attraverso l’intensificazione delle sanzioni, così da incoraggiare una fuga di capitali dal Paese, scoraggiare eventuali investitori stranieri e far colare a picco la quotazione della moneta nazionale. Occorre inoltre avvalersi di «tutte le competenze acquisite dagli Usa in materia di guerra psicologica» per orchestrare una campagna di disinformazione mirata a screditare le iniziative finalizzate all’integrazione continentale – quali l’Alba e il Petrocaribe – promosse da Caracas nel corso degli ultimi anni.

Tutto il necessario, insomma, per scatenare lo sdegno della popolazione e indirizzarlo contro le autorità, secondo uno schema già palesatosi con le rivoluzioni colorate in Georgia, Ucraina e anche nello stesso Venezuela. Analogamente a quanto accaduto durante il fallito tentativo di cambio di regime del 2002, si suggerisce di mettere in crisi il rapporto di fedeltà che lega le forze armate al governo e di far riferimento «agli alleati interni [incoraggiandoli]a organizzare manifestazioni e fomentare disordini e insicurezza, mediante saccheggi, furti, attentati e sequestro di mezzi di trasporto, in modo da mettere a repentaglio la sicurezza dei Paesi limitrofi».

Dal punto di vista statunitense, esacerbare le tensioni tra il Venezuela e i suoi vicini rappresentava un fattore determinante a garantire il conseguimento del cambio di regime nel caso in cui la rivolta interna fomentata dall’estero non si rivelasse sufficiente a scalzare Maduro dal potere. Nel documento si sottolinea infatti l’importanza di approfittare del crescente attivismo dell’Esercito di Liberazione Nazionale colombiano – che sta rapidamente colmando la voragine apertasi con la cessazione delle attività da parte delle Farc – e dei narcos del Cartello del Golfo per alimentare senza sosta la tensione lungo il confine con la Colombia, «così da provocare incidenti con le forze di sicurezza schierate lungo il confine venezuelano». Occorrerebbe inoltre favorire «la moltiplicazione delle incursioni armate da parte di gruppi paramilitari, i cui ranghi dovrebbero essere rinfoltiti attraverso «reclutamenti presso i campi che ospitano i rifugiati della Cúcuta, della Huajira e nel nord della provincia di Santander; vaste aree abitate da cittadini colombiani che emigrarono in Venezuela e ora intendono rientrare nel loro Paese per sfuggire a un regime responsabile dell’incremento delle attività destabilizzanti alla frontiera fra i due Paesi». Il tutto con l’obiettivo finale di «gettare le basi per il coinvolgimento delle forze alleate in appoggio agli ufficiali [disertori]venezuelani o per gestire la crisi interna, qualora essi si mostrino riluttanti ad assumere l’iniziativa».

Fondamentale, a questo riguardo, risulta ingraziarsi «il supporto e la cooperazione delle autorità dei Paesi amici (Brasile, Argentina, Colombia, Panama e Guyana); organizzare l’approvvigionamento delle truppe e l’appoggio logistico di concerto con Panama […]; predisporre il posizionamento di aerei di combattimento, elicotteri e blindati, oltre a installare centri destinati ad ospitare anche unità militari specializzate nell’ambito della logistica». Per dare una parvenza di legalità all’intervento, si suggerisce di ottenere l’avallo dell’Organizzazione degli Stati Americani e adoperarsi affinché si stabilisca una «unità di intenti da parte di Brasile, Argentina, Colombia e Panama, Paesi la cui posizione geografica e la cui collaudata capacità ad operare in scenari non convenzionali come la giungla assumono un’importanza capitale. La dimensione internazionale dell’operazione verrà rafforzata dalla presenza di forze speciali Usa, che andranno ad affiancarsi alle unità da combattimento degli Stati summenzionati […]. È bene, a questo proposito, far sì che le operazioni scattino prima che il dittatore abbia il tempo di consolidare il proprio consenso e il controllo sullo scacchiere interno. Se necessario, si potrebbe agire prima delle elezioni», che erano in calendario lo scorso 20 maggio.

Tutto ciò si inscrive alla perfezione nel disegno strategico dell’amministrazione Trump, che ambisce in tutta evidenza a riportare saldamente l’America Latina nella sfera egemonica statunitense attraverso l’appoggio a tutta una serie di clientes locali (Lenin Moreno, Peña Neto, Luis Almagro, i già citati Macrì e Bolsonaro, ecc.) con i quali concordare il ripristino di una sorta di nuova Operazione Condor rivisitata e corretta. Affidando le redini del potere nei vari Stati dell’America Latina a questi nuovi e ben più concilianti interlocutori, Washington prevede di realizzare un’integrazione economica su scala continentale concepita appositamente per contrastare la penetrazione cinese. Nel corso degli ultimi anni, la Cina ha infatti investito 50 miliardi di dollari per la costruzione di un canale interoceanico in Nicaragua in grado di rivaleggiare con quello di Panama, controllato dagli Stati Uniti, e messo in cantiere una ferrovia volta a collegare Pacifico e Atlantico attraverso Brasile e Perù. Nel febbraio 2018, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha presenziato al vertice annuale della Communiy of Latin American and Caribbean States tenutosi a Santiago, in Cile, per estendere ai 33 Stati membri l’invito a partecipare al progetto della Belt and Road Initiative, con lo scopo di «costruire collegamenti attraverso il continente, farli convergere verso le coste affacciate sul Pacifico e agganciarli ai porti locali da cui si diramano le linee di rifornimento marittimo verso la costa cinese. Una sorta di ‘Via della Seta Pacifica’».

Lo stesso Wang Yi ha inoltre tenuto a specificare che «nulla di ciò ha a che fare con la competizione geopolitica. Il progetto è conforme al principio di raggiungere una crescita condivisa attraverso la discussione e la collaborazione», ma gli Stati Uniti non sono ovviamente dello stesso avviso. L’ammiraglio Tidd, dal canto suo, ha ricordato a una commissione del Senato che la Cina ha già investito 500 miliardi di dollari in progetti per lo sviluppo dell’America Latina ed ha in programma di mettere sul piatto altri 250 miliardi entro il 2030. Ha inoltre aggiunto che «la più grande sfida strategica posta dalla Cina in questa regione non è ancora una sfida militare. È una sfida di tipo economico che potrebbe richiedere un nuovo approccio da parte nostra, che ci permetta di affrontare efficacemente gli sforzi coordinati della Cina nelle Americhe». La raccomandazione di Tidd, accolta con convinzione da Trump, era quindi quella di rispolverare e riadattare alle esigenze del momento la cara, vecchia Dottrina Monroe, che all’epoca in cui fu enunciata (1823) contemplava la chiusura totale del cosiddetto ‘emisfero occidentale’ a qualsiasi ingerenza europea. Oggi, a differenza di allora, si tratta di sbarrare alla Cina la porte dell’America Latina, attraverso il collegamento di quest’ultima alla comunità economica nordamericana costituita pochi mesi fa con la radicale ristrutturazione del Nafta.

In questo senso, lo scatenamento del caos in Venezuela si configura come una tappa cruciale in vista della ‘risistemazione’ definitiva dell’America Latina.

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