martedì, Ottobre 20

Il valore della disobbedienza

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Erano gli anni ’50, ero nata in Andalusia ma vivevamo in Marocco, dove eravamo andati per il lavoro di mio padre, militare. Era un ambiente molto tradizionale, in cui gli uomini lavoravano e le donne dovevano stare a casa a occuparsi del marito e della famiglia. Mia madre non aveva studiato, sapeva giusto leggere e scrivere, cose che mi insegnò quando avevo dieci anni. Non c’era molto da fare dove stavamo, per cui mia madre decise di contravvenire ai divieti imposti dalla ‘morale’ dell’epoca e andò a vedere ‘Via col vento’, nonostante fosse un film ‘proibito’. Era molto cattolica e confessò questo suo ‘peccato’ al sacerdote della zona. Questo, una volta ascoltatola andò su tutte le furie. Concesse a mia madre l’assoluzione, ma non la comunione. Lei gli rispose che non aveva fatto niente di male e che non poteva sopportare un mondo dove i sacerdoti scegliessero che film vedere, potendo invece loro vederli tutti. Gli disse, inoltre, che avrebbe cambiato parrocchia e che la comunione l’avrebbe fatta da un’altra parte, perché sentiva di non avere mancato di rispetto a Dio. Così fece. Ecco, da quest’aneddoto e da mia madre ho imparato due cose: il valore della disobbedienza, e il fatto che il Vangelo sia il più potente strumento di libertà che esista“.

Non è di poche parole, Marìa José Atienza Guerrero, 71 anni, nata nel 1944 in un piccolo Paese alle porte di Cadiz, in Andalusia, e trasferitasi poi nel 1959 in Catalogna, a Badalona, dopo molti anni in Marocco al seguito del padre militare. La storia di una donna fornita di grande coraggio e abnegazione, che da immigrata e operaia riesce grazie alla sua forza di volontà a diventare nel giro di qualche decennio Deputato al Parlamento di Madrid, senza mai perdere il contatto con il mondo dal quale proviene. Una storia che si intreccia a doppio filo con l’ultimo mezzo secolo di vita spagnola: la dittatura, il ritorno alla democrazia, la teologia della liberazione, la fervente passione cattolica coniugata con l’ansia di riscatto sociale, l’avvicinamento e il distacco dal mondo della sinistra, l’approdo alla dottrina sociale della Chiesa. Di questo e altro ha parlato con “L’Indro” Marìa José Atienza, nel corso di un’intervista che ritrae un’esistenza appassionante e avvincente.

Era complicato essere donne in quell’epoca, alla fine degli anni ’50 quando dal Marocco, un Paese dove avevo visto anche la guerra, ci trasferimmo in Catalogna. Arrivammo a Badalona quando avevo 15 anni, ed era un luogo completamente diverso rispetto a quelli dove avevo vissuto fino a quel momento. Non ricordava l’Andalusia e le sue radici agricole, tantomeno aveva qualcosa a che vedere con il Nord Africa. Era una città in pieno sviluppo industriale, attraversata da problemi legati alla marginalità sociale e alla condizione operaia: ma a quell’epoca io non avevo maturato la consapevolezza che mi avrebbe portato a occuparmi di questi temi più avanti. Mi ero sposata per amore a 17 anni, nel 1961, con un uomo che ne aveva 27: un grande amore che ancora oggi continua, da cui nacquero tre figli. A quel punto, dopo i primi anni in cui stetti a casa per badare ai miei figli decisi di andare a lavorare: come ho detto prima, Badalona non mancava di certo di fabbriche. Diventai operaia nel settore tessile e pensavo che la mia vita fosse perfetta così.

Accanto alla famiglia e al lavoro in fabbrica Marìa José non ha mai smesso di frequentare la parrocchia: il suo è un cattolicesimo istintivo e tradizionale. Fino a quando, ed è la fine degli anni Sessanta, Marìa José viene a sapere di una voce che circola in città: ci sono dei sacerdoti che vorrebbero aprire una parrocchia ma il potere politico non vuole. Sono gli anni del franchismo, anni in in cui religione e potere sono strettamente connessi. Marìa José non capisce perché si possa impedire a qualcuno di divulgare il Vangelo e, spinta dalla curiosità, si avvicina a questa parrocchia, quella di Sant Sebastià de Pomar. Il suo cambiamento inizia da qui.

Iniziai a frequentare quella comunità e fu lì che scoprii il mio potenziale. O meglio: che diedi a ciò che sentivo confusamente un nome e una direzione. Mi sono sempre sentita cattolica perché volevo essere vicina agli ultimi. E lì lo potevo essere. A Sant Sebastià infatti il potere non voleva che si aprisse la parrocchia perché i sacerdoti che la animavano seguivano la Teologia della Liberazione, le cui implicazioni anche politiche erano piuttosto radicali. Da strumento utilizzato dal potere per ‘addomesticare’ il popolo il Vangelo diventava un mezzo di potente emancipazione sociale per gli esclusi, di qualsiasi tipo fossero. Il Vangelo diventava per me il mezzo attraverso cui cambiare le cose concrete della vita quotidiana. Riuscimmo, nonostante tutto, ad aprire quella parrocchia, e furono anni bellissimi, anche se attraversati da tensioni molto forti. Ho un ricordo bellissimo di una notte di Pasqua in cui si battezzarono collettivamente molti bambini: a fare da padrino e madrina, l’intera comunità. Ricordo anche che il distacco tra sacerdote e credente, al quale ero sempre stata abituata, in quella parrocchia si annullava: il prete era parte integrante della stessa comunità a cui si rivolgeva. Era come se fosse uno di noi.”

Dall’impegno parrocchiale al sindacalismo e alla politica in quel tempo il passo è breve. Sono anni lividi: il franchismo è morente ma non sconfitto, e dà i suoi ultimi colpi di coda. La dittatura si sta accartocciando sclerotizzata su se stessa ma questo non porta, almeno in quel momento, alla democrazia tanto desiderata.

“Eravamo tutti schedati: di ognuno di noi il regime sapeva tutto. Non avevo paura perché credevo in ciò che facevo. Partecipavamo alle manifestazioni, facevamo lotta politica per migliorare le condizioni degli operai e della povera gente. In realtà, noi cattolici che ci rifacevamo alla Teologia della Liberazione eravamo guardati ovunque con sospetto: dai franchisti per ovvii motivi, dal mondo della sinistra – di cui facevo parte perché iscritta al sindacato dell’Ugt – perché troppo cattolici, appunto, in un periodo in cui la sinistra era affascinata dal materialismo marxista. Poi arrivò la democrazia, e mi iscrissi per la prima volta a un partito: era il Psuc, il Partito Socialista Unificato Catalano, per il quale partecipai alle elezioni comunali di Badalona, venendo eletta Consigliera per due volte. Ero spinta dal mio cattolicesimo ‘radicale”, che poneva l’attenzione sui problemi sociali, ma non era quello il luogo dove mi era consentito esprimere davvero ciò in cui credevo. Io infatti mi sentivo vicina agli operai e alla loro aspirazione di una vita migliore, ma i miei valori erano e rimangono cristiani: la famiglia, la fede, l’educazione. In quel partito non mi trovai più a mio agio quando vidi che i valori dominanti erano invece altri, e decisi di lasciare la politica attiva agli inizi degli anni ’80. Pensavo che quel tipo di vita non facesse per me, e mi buttai sul lavoro, sempre con un’attenzione molto forte alla mia etica“.

Negli anni ’80 Marìa José , dopo avere compiuto alcuni studi in questo settore, inizia infatti a operare come educatrice sociale in un centro per ragazzi con alle spalle situazioni difficili: un luogo dove ancora una volta si scontra con l’autorità e il potere:Ho sempre creduto nel valore fondamentale della rieducazione e della riabilitazione, e non in quello della repressione. Della cultura, e non della sopraffazione. Mi scontrai più volte con i miei superiori e con la loro idea di considerare ragazzi come già perduti che potrebbero essere recuperati. L’unica cura per molti di loro sembrava essere imbottiti di psicofarmaci. Decisi di andare via anche da lì e mi presentai a un concorso pubblico per il posto di Mediatrice Sociale presso la Consellerìa (Assessorato, ndr) de Justicia della Generalitat de Catalunya. Lo vinsi, e iniziai a lavorare lì. Neanche a dirlo, cominciai anche qui uno scontro con la politica voluta dall’allora Consellera Nuria de Gispert, del partito di Uniò. Ero infatti nel comitato sindacale e facevo sentire la voce di noi mediatori sociali a una politica che non ci considerava“.

Ed è qui, nel 1992, che si compie l’inaspettato: Marìa José viene contattata proprio da Uniò, il partito democratico-cristiano catalano, per entrare nelle proprie fila e occuparsi di questioni legate al sociale. Non è una scelta facile per la Atienza, che deve in un certo senso rimettere in discussione il suo passato.

La mia era una storia di sinistra, e Uniò stava nel centrodestra. In più, il mio confronto con la De Gispert, che di Uniò faceva parte, era piuttosto aspro. Entrare in quel partito mi sembrava una scelta piuttosto azzardata. Da Uniò mi dissero che conoscevano la mia storia, e anche il mio presente, e che era proprio gente come me che cercavano. Mi convinsi allora a fare ciò che aveva giurato a me stessa non avrei mai fatto: tornare in politica. D’altronde quel partito si rifaceva alla mia stessa radice culturale, la dottrina sociale della Chiesa, che affonda le sue radici nell’enciclica ‘Rerum Novarum’ di Leone XIII. E iniziai a occuparmi anche qui delle questioni che mi stavano più a cuore, aggiungendo anche le problematiche riguardanti l’inserimento in società delle immigrate, soprattutto donne.

Nel 1996, la sorpresa: Uniò si sta preparando per le elezioni politiche che porteranno alla Moncloa José Marìa Aznar. E la nostra Marìa José viene chiamata a fare parte della lista bloccata in una posizione buona: se le cose dovessero andare bene per il partito la Atienza sarà deputato. Lo sarà per quattro anni appunto, dal 1996 al 2000.

Ho sempre inteso la politica come servizio e non mi sarei mai aspettata di arrivare a livelli così alti. La vita da deputata fu molto istruttiva, piena di cose interessanti. L’atmosfera in cui si vive in Parlamento è quasi irreale: mi sentivo come in una bolla, servita e riverita. Avevo l’autista, mi facevano gli onori ovunque andassi, vivevo in un contesto quasi autoreferenziale. Ma non ho mai dimenticato che ero lì per servire i miei concittadini e cercavo di risolvere i loro problemi, per quello che potevo. Non mi sono mai dimenticata del mio collegio: ogni mese organizzavo un pranzo a Badalona, con i militanti del mio partito, per ascoltare le loro esigenze e capire se stavo facendo bene. Ricordo che all’inizio della legislatura l’effetto era come di straniamento: in aula ero nuova, eppure mi sembrava di riconoscere molte di quelle facce, e non solo perché le avevo in tv o sui giornali. Riconobbi, soprattutto tra i banchi dei popolari, i figli di molti franchisti contro i quali mi ero battuta molti anni prima. Ricordo i dibattiti in aula: un momento prima si rideva e scherzava tutti insieme; poi, con l’accendersi delle telecamere, il Parlamento diventava quasi un’arena e ci si scontrava duramente. Calate le luci, si riprendeva ad ancora d’accordo in un clima di cordialità e quasi goliardia. La maggiore delusione che ho di quel periodo è un disegno di legge che avevo proposto riguardo alla possibilità di estendere in modo volontario il permesso di maternità fino ai primi 3 anni del proprio figlio, con un sistema di retribuzione misto, tra previdenza sociale, azienda e dipendente: fui criticata inizialmente perché da un partito di centrodestra facevo una proposta di sinistra. Ma fu proprio la sinistra, nella persona di una componente di Izquierda Unida della mia stessa commissione. che mise la pietra tombale sulla mia proposta, mal vista proprio non veniva da loro, nonostante fosse una proposta assolutamente compatibile con il loro programma. Conservo però ancora oggi un bel ricordo di quell’esperienza, grazie alla quale faccio parte ora della direzione dell’Associazione ex parlamentari, che si riunisce tra una e due volte al mese, e che elabora proposte che poi possono essere messe o meno al vaglio degli attuali parlamentari. Non ho particolare nostalgia di quel periodo: tra l’altro sono l’unica, insieme a un altro ex parlamentare, che dopo l’esperienza al Congresso è tornata a lavorare nella stessa posizione che occupava prima dell’elezione. Per me è stato questo il mio modo per sottolineare che in politica si presta un servizio a tempo: il tempo necessario per cercare di cambiare ciò in cui si crede”.

La Atienza è lontana dal 2001 dalla politica attiva: dopo essere andata in pensione ha poi continuato a operare nel settore che più le sta a cuore: il sociale. A 71 anni non desiste dai valori di una vita, convinta che “la povertà c’è ancora ed è tra noi, e per questo è necessario servire il prossimo, aiutare i più sfortunati, coloro che più hanno bisogno”.

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