giovedì, Novembre 21

Il tramonto del Nafta L'amministrazione Trump ha rivoluzionato il trattato in accordo con il Messico

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Nel 2005, lo storico francese Edouard Housson evidenziò che «visto che nel segno della globalizzazione sono state abbattute tutte le barriere commerciali, i prezzi delle merci e della manodopera in Europa e in America non possono salire perché subiscono la pressione della concorrenza esercitata dalle offerte e dai salari [dei Paesi del terzo mondo]. In altre parole: la globalizzazione senza barriere commerciali è l’antidoto all’inflazione del dollaro». Il North American Free Trade Agreement (Nafta), l’accordo di libero scambio firmato nel 1992 dal presidente repubblicano George Bush senior e i suoi omologhi messicano (Carlos Salinas De Gortari) e canadese (Brian Mulroney), non fu che un escamotage per trasformare l’America settentrionale in una gigantesca area di aggiustamento‘volta ad introdurre su scala continentale la cosiddetta ‘legge ferrea dei salari‘formulata a cavallo tra il XVIII e il XIX Secolo dall’economista David Ricardo, uno dei più illustri profeti della globalizzazione. Secondo Ricardo, in un sistema di commercio completamente deregolamentato i salari sarebbero declinati fino a stabilizzarsi al livello di sussistenza come effetto diretto della concorrenza esercitata da quello che Karl Marx definì nel primo libro del Capitale ‘esercito industriale di riserva’. Per William Pfaff, l’implementazione del ‘mercato globale’ rappresentava la carta vincente che le grandi imprese multinazionali avevano in serbo per scardinare le tutele nei confronti del mondo del lavoro. I massimi sostenitori di questo modello sono infatti «ostili ai sindacati e ai vincoli di legge sul lavoro, adducendo il motivo che queste restrizioni, se imposte ai Paesi poveri, li priverebbero del vantaggio competitivo, che è la povertà».

Le cose, come è noto, sono andate in maniera ben diversa. Per il Messico, l’ingresso nel Nafta ha significato un ingente afflusso di capitali tradottosi ben presto in rivalutazione del peso, con conseguente calo di competitività dell’export nazionale, e aumento incontrollato dei consumo che tendeva a scaricarsi soprattutto sulle importazioni a causa del fatto che gli ‘aggiustamenti strutturali’ che il Paese aveva subito negli anni ’80 avevano lasciato in piedi un sistema produttivo non in grado di far fronte all’aumento della domanda di beni di consumo. Ne scaturì un forte deficit nella bilancia dei pagamenti sul quale si riversarono orde di venditori allo scoperto, i quali presero d’assalto il peso in previsione che le autorità messicane non sarebbero riuscite a difendere la parità rispetto al dollaro. Gli investitori stranieri cominciarono a battere in ritirata nell’affannoso tentativo di convertire in dollari i peso in loro possesso, costringendo il Banco de México a intervenire con massicci acquisti di moneta nazionale. Dopo aver bruciato qualcosa come 4,5 miliardi di riserve di valuta pregiata, Città del Messico si arrese lasciando fluttuare il peso, che si svalutò pesantemente. L’amministrazione Clinton entrò allora in gioco con un prestito a interesse da 50 miliardi di dollari. Secondo i disegni di Washington, parte cospicua di tale somma (17,8 miliardi) sarebbe stata prelevata dalle riserve del Fmi benché le regole dell’istituto impedissero esborsi per una cifra superiore al 300% della quota detenuta dal Paese assistito. Gli europei protestarono, ma il ‘piano di salvataggio’ andò comunque in porto vincolando il governo messicano ad impiegare larghissima parte dei fondi ricevuti per il rimborso a prezzo pieno dei detentori di titoli di Stato messicani e ad adottare una nuova ‘cura economica’ destinata a contrarre l’economia, abbattere i salari, far lievitare il tasso di disoccupazione, peggiorare la condizione patrimoniale delle banche, ingigantire il debito pubblico – condizioni che avrebbero peraltro favorito la proliferazione delle attività criminali, a partire dal traffico di droga. Agli Stati Uniti, invece, la ‘stabilizzazione’ del Messico fruttò 1,4 miliardi di dollari in interessi sul prestito concesso, che Città del Messico ripagò con più di tre anni di anticipo sui tempi previsti.

Anche all’interno degli stessi Stati Uniti l’inaugurazione del Nafta suscitò forti malumori. Nel 1992, il candidato indipendente Ross Perot focalizzò la sua campagna elettorale sul processo di trasferimento di posti di lavoro all’estero che aveva preso vita grazie alla deregulation reaganiana; ottenne più di 20 milioni di voti (19% dei consensi) compromettendo la riconferma alla Casa Bianca di George Bush senior. L’anno successivo, il commentatore ed ex politico repubblicano Patrick J. Buchanan scrisse che il Nafta, allora in fase di negoziazione, non era semplicemente un accordo di libero scambio, ma una scappatoia che avrebbe consentito alle grandi imprese statunitensi di delocalizzare la produzione per evitare di sostenere gli elevati costi di salari, pensioni e assicurazioni sanitarie vigenti negli Usa. Nel 2016, il candidato repubblicano Donald Trump ha stravinto (nonostante le recriminazioni di taluni) le elezioni politiche non solo stracciando la democratica Hillary Clinton, ma ponendosi in contrasto con l’establishment del suo stesso partito che non digeriva le sue invettive contro la globalizzazione e il libero commercio. A suo favore si  sono espressi proprio quegli Stati della rust belt (Michigan, Wisconsin, Ohio e Pennsylvania) che quattro anni prima avevano votato compattamente per Barack Obama.

Segno che negli Stati Uniti stava facendosi prepotentemente strada la convinzione che la delocalizzazione promossa attraverso il Nafta avesse ormai reciso il legame tra territorio e grandi aziende rendendo queste ultime sempre meno ‘americane’, cioè meno sensibili alle necessità comunitarie e meno condizionabili dalla politica statunitense. Abbastanza conformemente agli impegni presi in campagna elettorale, l’amministrazione Trump ha non solo eretto un poderoso arsenale protezionista contro la Cina, ma anche riconfigurato radicalmente il Nafta in direzione palesemente anti-tedesca mediante un accordo con le autorità messicane raggiunto nel corso di consultazioni a cui il Canada, altro Paese firmatario del trattato del 1992, ha rifiutato di prendere parte. Ottawa ha sempre guardato con diffidenza ai progetti economici di Trump, ma quest’ultimo non si è lasciato intimidire, facendo presente che «non sussiste alcuna necessità politica di includere il Canada nell’accordo».

Nello specifico, l’intesa stabilisce un’area di libero scambio tra Stati Uniti e Messico concepita specificamente per colpire pesantemente l’export automobilistico della Germania; un settore, quello dell’auto, in cui alla fine del 2017, il surplus commerciale tedesco rispetto agli Stati Uniti si è attestato a quasi 24 miliardi di euro. La svolta era stata preannunciata (non troppo) implicitamente dal direttore del National Trade Council Peter Navarro, che in un articolo pubblicato lo scorso giugno sul ‘New York Times’ aveva richiamato l’attenzione sul fatto che «mentre i dazi statunitensi applicati alle automobili prodotte in Germania o altrove nell’Unione Europea sono al 2,5%, le tariffe applicate dall’Ue sono quattro volte più alte e si collocano attorno al 10%. Non stupisce quindi che la Germania venda in America tre automobili per ogni macchina che noi esportiamo in Germania. Anche quando le case automobilistiche tedesche costruiscono impianti negli Stati Uniti, queste cosiddette fabbriche sono per lo più stabilimenti di assemblaggio. I Suv della Bmw serie X assemblati negli Usa contengono soltanto il 25-35% di componenti prodotte negli Stati Uniti, mentre quelli di maggior valore come motori e trasmissioni sono costruiti in Germania e in Austria […]. È arrivato il momento per i nostri partner commerciali più importanti- dai concorrenti strategici come la Cina ai Paesi membri del G-7 – di rendersi conto che l’epoca della compiacenza americana nei confronti degli scambi commerciali è finita».

Ai sensi della recentissima ristrutturazione del Nafta, per sfuggire al regime tariffario ogni auto venduta sul mercato interno dei due Paesi firmatari dovrà essere composta per il 75% (contro il 62,5% del Nafta) da elementi (motore e cambio inclusi) fabbricati in stabilimenti statunitensi e messicani; il 45% di essi, dovrà inoltre essere prodotto da operai che ricevano come minimo 16 dollari all’ora di stipendio. Le componenti in acciaio e alluminio dovranno inoltre provenire interamente da Stati Uniti e Messico, conformemente all’obiettivo di Trump di riportare la produttività degli stabilimenti siderurgici Usa all’80% della loro capacità riducendo così le forniture straniere. Si tratta di un accordo cruciale, perché va a ridefinire nella sostanza la struttura portante del Nafta orientandolo in una direzione opposta a quella – consistente essenzialmente nel favorire il dumping salariale – per la quale l’accordo era stato concepito originariamente.

L’aspetto politicamente significativo della vicenda è dato dal fatto che a farsi portavoce e ‘garante’ degli interessi dei lavoratori sia uno dei presidenti repubblicani più discussi per lo stile di vita sfarzoso, le fortune accumulate e il carattere capriccioso e non i leader del Partito Democratico, i quali nel corso delle primarie del 2016 non esitarono a sabotare la corsa del candidato ‘neo-rooseveltiano’ Bernie Sanders pur di favorire Hillary Clinton, personaggio dotato di solidi agganci presso il mondo dorato di Wall Street e della Silicon Valley.

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