martedì, Novembre 12

Il tesoretto di Renzi field_506ffb1d3dbe2

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Renzi mat

Il Governo chiede flessibilità sui conti pubblici. I tedeschi rispondono picche. Le regole sottoscritte dall’Italia nel corso degli ultimi anni, tra cui l’ormai famoso Fiscal Compact, obbligano il Governo a ridurre progressivamente il rapporto tra deficit e Pil portandolo verso lo 0%, cioè raggiungere il pareggio dei conti, e a far calare il rapporto tra debito e Pil verso il 60%, mentre oggi veleggia oltre il 130%.

I trattati europei contengono già al loro interno una certa dose di flessibilità, e infatti nell’esaminare l’andamento del deficit si considera la situazione del ciclo economico, ma l’impostazione generale dei trattati tende ad essere sempre più restrittiva. Come evidenziato più volte, una economia ancora in fase di guarigione che deve ancora espellere tutte le tossine legate alla lunga recessione avrebbe bisogno di una politica fiscale più anti-ciclica. In questo periodo, quindi, un po’ più di deficit potrebbe aiutare a rafforzare la crescita. È quello che hanno fatto gli Stati Uniti e ora, grazie alla crescita economica, sono in grado anche di riaggiustare gradualmente i conti pubblici.

La situazione italiana non sembra di facile soluzione visto che non pare esserci una maggioranza in Europa che supporti la revisione dei patti in chiave meno rigorista. Per adesso, quindi, bisogna cercare di rispettare i parametri.

Il contesto finanziario in cui opera l’attuale Governo è decisamente migliore rispetto a quello di un paio di anni fa e ciò può dare sollievo alle finanze pubbliche. La variabile che può aiutare a migliorare l’andamento dei conti pubblici è la spesa per gli interessi sul debito pubblico. Proprio gli interessi passivi erano la variabile più pericolosa quando i tassi si impennavano e lo spread cresceva.

La ritrovata fiducia in campo europeo, accreditabile quasi esclusivamente all’operato della BCE (Banca Centrale Europea), ha permesso ai tassi di interesse sui titoli pubblici di scendere gradualmente dai picchi registrati nella seconda metà del 2011. E infatti, le emissioni dei titoli pubblici italiani hanno molto beneficiato di questo andamento decrescente dei tassi di interesse contribuendo a migliorare i saldi di finanza pubblica.

Il 2014 si sta rivelando ancor migliore del 2013 che è stato un anno di tassi particolarmente bassi, tant’è che il costo medio delle emissioni dei titoli di stato è stato il più basso mai raggiunto dai titoli di stato italiani. Ma nel primo semestre del 2014, come si diceva, i tassi di interesse si sono ulteriormente ridotti.

Per fornire qualche esempio concreto, si possono confrontare i tassi di interesse dei BTP (Buoni del Tesoro Pluriennali) a 10 anni e dei BOT (Buoni Ordinari del Tesoro) a 12 mesi emessi nel mese di giugno di quest’anno con le emissioni effettuate negli anni precedenti. È un confronto non certo completo, ma rende l’idea di quanto sia cambiata la situazione.

Si forniscono in primo luogo i dati relativi al BOT a 12 mesi. Nel giugno del 2010 l’asta del BOT annuale aveva determinato un rendimento dell’1,38%. Non si sentivano ancora gli influssi negativi della crisi di Grecia, Irlanda e Portogallo e il tasso era ancora basso. A distanza di un anno, nel giugno 2011, il rendimento dei BOT in asta era salito al 2,15%. Si consideri che la crisi finanziaria investì l’Italia, insieme con la Spagna, in estate inoltrata, quindi a giugno, seppur i tassi fossero saliti rispetto all’anno precedente, essi non destavano ancora particolare preoccupazione. Nella seconda metà del 2011 ci fu poi l’esplosione dei tassi di interesse. Nel giugno 2012, dopo il cambio di Governo e le diverse misure fiscali varate dall’allora Presidente del Consiglio Mario Monti, i tassi erano in fase calante rispetto ai picchi, ma il BOT fu aggiudicato al 3,97%, il triplo rispetto a due anni prima.

Nel corso del 2012 e ancor più nel 2013 i tassi di interesse, anche grazie alle misure della BCE e al varo del Fondo Salva Stati (ESM – European Stability Mechanism), hanno continuato a scendere. Infatti, nel giugno 2013 il BOT a 12 mesi ha registrato in asta un rendimento dello 0,96%. La discesa dei tassi è proseguita ulteriormente e a giugno 2014 si è toccato un nuovo minimo storico. L’ultima asta del BOT annuale ha registrato un tasso di interesse pari allo 0,49%.

Stesso andamento per l’altro titolo di stato di riferimento. Il BTP di durata decennale ha registrato in collocamento un tasso di interesse pari al 4,09% nel giugno 2010, al 4,94% nel giugno 2011, al 6,19% nel giugno 2012 e al 4,55% nel giugno 2013. Nell’ultima asta, il 27 giugno 2014, il rendimento è sceso fino al 2,81%, più di un punto in meno rispetto al 2010.

Se si confrontano i dati del 2010, anno in cui l’Italia registrava un Pil in crescita, con quelli del 2014, dopo due anni di dura recessione e con un Pil ancora stagnante, si nota in modo evidente quanto sia diversa la situazione dei tassi di interesse. Nonostante la situazione economica sia ora peggiore rispetto al 2010, i tassi di interesse a cui vengono piazzati i titoli di stato sono più bassi. Di questo risultato, come si diceva in precedenza, bisogna ringraziare più le riforme e le azioni europee che quelle italiane, concentratesi prevalentemente sul lato fiscale e che hanno avuto conseguenze negative su consumi, investimenti e disoccupazione.

Vista questa favorevole tendenza nel costo delle emissioni del debito pubblico, ci si può domandare se il risparmio sugli interessi passivi potrà contribuire a dare la flessibilità sui conti tanto desiderata dal Governo italiano. In altre parole, la minor spesa per interessi rispetto a quanto previsto dal Governo potrà essere in parte utilizzata per misure di stimolo.

Di conseguenza, è interessante provare a calcolare il possibile risparmio di spesa che potrebbe trasformarsi in un piccolo tesoretto per il Governo.

Le ultime previsioni governative, presentate nel Documento di Economia e Finanza di aprile, indicano una spesa per interessi pari a 82,6 miliardi nel 2014, 82,1 nel 2015 e 85,3 nel 2016. Il dato previsto per il 2014 è leggermente superiore a quello registrato lo scorso anno, pari a 82 miliardi. Se si prova a costruire una previsione alternativa a quella del Governo impostando parametri in linea con le indicazioni provenienti dalle ultime emissioni si scopre che già nel 2014 sarà possibile ottenere un risparmio rispetto alle stime del governo. Nel 2014 il risparmio dovrebbe oscillare intorno ai 3 miliardi, per poi salire a circa 3,5 miliardi nel 2015 e a 5 miliardi nel 2016. Quindi, la spesa per gli interessi passivi dovrebbe attestarsi su livelli più bassi rispetto a quanto fino ad ora prospettato da Governo.

Questa dinamica positiva potrà essere utilizzata sia per migliorare i conti pubblici che per nuove misure di rilancio dell’economia. È pur vero che non si tratta di cifre esorbitanti, ma nei tre anni di previsione il risparmio cumulato è di oltre 10 miliardi di Euro rispetto alle attuali previsioni. Se questi 10 miliardi saranno usati esclusivamente per rilanciare le spese per infrastrutture, materiali e/o immateriali, si potrebbe avviare finalmente un circolo virtuoso che permetterebbe di rafforzare la crescita e migliorare i conti pubblici. Infatti, se la ripresa economica si rafforza si ottengono due risultati: aumenta il denominatore dei rapporti deficit/Pil e debito/Pil accelerando la convergenza verso i parametri imposti a livello europeo e con la ripresa delle attività produttive aumentano anche le tasse pagate da cittadini e imprese, migliorando il deficit e il debito.

Quindi, compito dell’attuale Governo è quello di utilizzare questo dividendo in modo opportuno non sciupando questi risparmi come è stato fatto nel corso dei primi dieci anni della moneta unica, durante i quali la caduta della spesa per interessi è stata dilapidata. 

 

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