venerdì, Novembre 27

Il Sudan non è più sponsor del terrorismo, e gli USA pagano L’accordo Sudan-USA che rimuove Khartoum dalla lista degli Stati sponsor del terrorismo costa al Paese 335 milioni di dollari, in cambio beneficerà di miliardi americani tra assistenza, aiuti allo sviluppo, investimenti e cancellazione del debito

0

E’ una delle ultime decisioni importanti in fatto di politica estera della prima Amministrazione guida Donald Trump -in attesa del voto del 3 novembre che dovrà decidere un cambio o meno dell’inquilino della Casa Bianca. Nei giorni scorsi, gli Stati Uniti, dopo 27 anni, hanno accolto la richiesta del Sudan di uscire dall’elenco degli Stati sponsor del terrorismo. Dunque, il Sudan non è più uno sponsor del terrorismo, e le relazioni USA-Sudan sono riattivate. E ciò a seguito di un accordo nel contesto del quale Khartoum è impegnato a pagare 335 milioni di dollari alle vittime del terrorismo statunitense e alle loro famiglie.

«OTTIME notizie! Il nuovo Governo del Sudan, che sta facendo grandi progressi, ha accettato di pagare 335 MILIONI di dollari alle vittime e alle famiglie del terrorismo statunitensi», ha

detto Trump su Twitter, lo scorso 19 ottobre. «Una volta depositati, rimuoverò il Sudan dalla lista degli Stati sponsor del terrorismo. Finalmente, GIUSTIZIA per il popolo americano e GRANDE passo per il Sudan!».

Vittoria americana, secondo Trump, ma vittoria soprattutto, secondo quanto emerso da fonti che hanno seguito il dossier da molto vicino, per il Sudan parrebbe.

La vittoria per il Governo di Transizione di Khartoum a guida del Primo Ministro Abdallah Hamdok appare storica, di fatto una sorta di riconoscimento del cambio di regime.
Abdalla Hamdok ha ringraziato Trump «Grazie mille, Presidente Trump! Non vediamo l’ora di avere la notifica ufficiale del Congresso di revoca della designazione di Sudan come Stato sponsor del terrorismo, che è costata troppo al Sudan», ha scritto su Twitter Hamdok, sottolineando che questa è «il sostegno più forte alla transizione alla democrazia del Sudan e al popolo sudanese».

Ieri, poi, il secondo fronte dell’accordo, quello che sta più a cuore a Trump, quello attinente al suo piano di pace per il Medio Oriente. Ieri, infatti, i media israeliani hanno annunciato il via al processo di normalizzazione dei rapporti tra Sudan e Israele come imminente, probabilmente durante il prossimo weekend e comunque prima del 3 novembre, data delle presidenziali americane come vorrebbe il presidente Donald Trump.
L’altro ieri nella capitale sudanese è giunta una delegazione composta da funzionari israeliani e americani.
Una telefonata tra Trump, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il Primo Ministro sudanese Abdalla Hamdok e il Presidente del Consiglio di sovranità sudanese Abdel Fatah al-Burhan, rispettivamente i capi civili e militari del governo di transizione del Sudan, è stata annunciata per oggi.
Sarà un accordo sul modello di quello israeliano con Emirati Arabi Uniti e Bahrein.

I dettagli dell’accordo raggiunto tra l’Amministrazione Trump e le autorità di transizione in Sudan non sono ancora stati diffusi. Certamente almeno in termini propagandistici interni l’accordo per Hamdok potrebbe essere una boccata di ossigeno.
Il Paese ha una inflazione che supera il 200 per cento e la sterlina sudanese è finita a 262 contro il dollaro, insomma, sostengono gli osservatori locali, l’economia è in caduta libera. La popolazione è amareggiata e comincia a non avere più fiducia in questo dopo- Bashir. Il reperimento dei beni di prima necessità è molto più difficile ora rispetto all’era Bashir, dal pane al carburante, la gente comincia a dare segni di nervosismo.
La rimozione del Paese dalla lista dei Paesi che sostengono il terrorismo non cambierà improvvisamente le cose, ma il governo la potrà usare come un buon sedativo, almeno per qualche mese, sostengono gli osservatori locali,considerando che questa rimozione è stato uno degli impegni assunti dal Governo, insieme alla ricostruzione dell’immagine internazionale del Paese, alla base di qualsiasi seria ripresa economica e precondizione per l’edificazione di una stabilità sociale democratica.

Per Washington, secondo Cameron Hudson, senior fellow presso l’Africa Center dell’Atlantic Council, la decisione di rimuovere il Sudan dalla lista degli sponsor del terrorismo è costosa economicamente e forse politicamente, per quanto Trump l’abbia definita tanto conveniente per gli USA da essere un ‘risarcimento’ per le troppe vittime americane di atti terroristici sostenuti dal Sudan, e l’abbia condotta soprattutto per spingere la normalizzazione dei rapporti del Sudan con Israele e il suo piano di pace per il Medio Oriente, «le concessioni ottenute dal Sudan hanno un costo per gli Stati Uniti. Probabilmente, l’approccio risoluto di Washington ai negoziati con il Sudan negli ultimi mesi è servito ad alienare i nostri amici e alleati in Europa e in Africa, che sono essi stessi ansiosi di vedere l’eliminazione dell’etichetta del terrore, e ha ulteriormente alimentato l’antiamericanismo all’interno del Sudan (con cui gli Stati Uniti sperano ora di collaborare in una serie di campi, dall’antiterrorismo al commercio)».

Ma quale è il costo economico? Costo al quale ora Washington è chiamata dare corpo in tempi decisamente stretti.
I dettagli di tali ‘incentivi’ non è stato reso noto dalla Casa Bianca, ma secondo Hudson, comprende una serie di benefici tutt’altro che secondari. Intanto, ulteriore assistenza umanitaria e allo sviluppo per centinaia di milioni in più degli attuali livelli di aiuto, «compreso il grano in eccesso e le forniture mediche di cui il popolo sudanese ha disperatamente bisogno». Programmata una conferenza statunitense sul commercio e sugli investimenti per il Sudan prevedendo una delegazione commerciale di alto livello in Sudan guidata dalla Development Finance Corporation. Segue l’impegno a coinvolgere la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale per sostenere e accelerare le discussioni sulla ristrutturazione del debito estero di 65 miliardi di dollari del Sudan, cancellando gli oltre 3 miliardi di arretrati vantati dagli USA e creando un percorso per la cancellazione del debito nell’ambito dell’iniziativa dei Paesi poveri altamente indebitati. Si aggiungono poi accantonamenti nel budget 2021 per la quota statunitense di alleggerimento del debito verso il Sudan, che dovrebbe costare oltre 300 milioni di dollari.

Rimozione del Sudan dalla lista dei divieti di viaggio dell’Amministrazione. Infine, impegno di lavorare con il Congresso per una legge che metta fine al passato di accuse di terrorismo, ovvero di richieste di risarcimento da parte di cittadini americani.

In verità, sostiene Hudson, « la maggior parte di queste cose sarebbe già stata messa in atto se l’Amministrazione si fosse veramente impegnata a sostenere la transizione democratica del Sudan, evitare il collasso finanziario e scoraggiare il ritorno del governo militare. Invece, l’Amministrazione Trump ha tenuto sulla corda il governo di transizione, aumentando la frustrazione del popolo sudanese con l’esercito pronto a intervenire per garantire un accordo finale se le autorità civili non lo avessero fatto».

Ora la Casa Bianca dovrà lavorare velocemente per far si che il Congresso non faccia nulla per far deragliare l’accordo e che, anzi, si arrivi presto a una legislazione per quella che viene definitapace legale’, la sola che può salvare il Sudan da accuse e richieste di risarcimento per atti terroristici, in primis per l’11 settembre, e può effettivamente iniziare a mettere le basi per la ripresa che Khartoum spera di poter ottenere a medio-lungo termine grazie a questo accordo.

Da sottolineare la preoccupazione di Khartoum: che una vittoria di Biden possa far fare all’accordo la stessa fine che Trump ha fatto fare all’accordo sul nucleare iraniano. «Per mettere a proprio agio il Sudan e segnalare agli alleati che l’accordo ha una portata bipartisan, il vicepresidente Biden dovrebbe offrire una garanzia che, se erediterà l’accordo il prossimo gennaio, la sua amministrazione si atterrà ai suoi punti principali».

Nello stesso giorno dell’annuncio dell’accordo USA-Sudan, e dopo 18 mesi dalla destituzione di Omar Al-Bashir e l’entrata in carica del governo di Transizione, a 11 anni da quando la Corte penale internazionale (Cpi) ha spiccato il mandato d’arresto nei confronti di Omar Al-Bashir, è stato reso noto che si è aperta una possibilità per i giudici dell’Aja di processare l’ex Presidente sudanese, accusato di crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio per il conflitto nel Darfur.

Le autorità di Khartoum, che al momento stanno già processando l’ex leader per il colpo di stato con cui sali’ al potere nel 1989, lo scorso fine settimana, a ridosso dell’annuncio di Trump, hanno ricevuto la procuratrice capo della Cpi, Fatou Bensouda, per discutere i passi da compiere per processare i responsabili della guerra nel Darfur.

Il giorno dopo, in una nota, Hamdok ha confermato che il suo governo consenti alla Cpi di avviare il procedimento a carico di Bashir.

Subito dopo l’arresto di Bashir, il governo di Transizione aveva annunciato che avrebbero processato autonomamente l’ex capo dello Stato.
Nelle proteste popolari che avevano portato alla deposizione di Bashir nell’aprile 2019 da parte dell’Esercito, i cittadini avevano chiesto anche la fine dell’impunità per l’ex Presidente e i suoi alleati, accusati anche di responsabilità nell’uccisione di oltre 300.000 persone in Darfur.

Davvero difficile, dicono le nostre fonti a Khartoum, non mettere in relazione l’accordo USA-Sudan con l’ok a procedere alla Cpi. Una decisione del genere aiuta il Sudan a ripulire la sua immagine internazionale e i militari del governo di Transizione a scaricare tutte le responsabilità sul vecchio dittatore, nello stesso tempo aiuta Trump a sostenere quanto sia conveniente l’accordo che lui ha concluso, tanto conveniente che ora il Sudan permette persino di processare il suo ex dittatore-Presidente.
Che poi si arrivi davvero a processare e condannare Bashir è un altro paio di maniche, considerando che è il detentore di segreti che potrebbero fare male a tutti, dai generali agli USA e passando per la già malconcia Europa con le sue grane migratorie, molte ben conosciute e altrettanto custodite dal dittatore. A un uomo di 76 anni tutto può accadere.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore