martedì, Novembre 12

Il Sudan incrina la fiducia di Trump verso gli alleati arabi Forti frizioni tra gli USA e Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti circa il Sudan. La Casa Bianca avrebbe parlato con Khalid bin Salman, accusando l’alleato arabo di aver favorito il precipitare della situazione e intimandogli di prendere le distanze dalla giunta militare e di sostenere un governo composto da civili e tecnocrati

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L’inviato della Casa Bianca Tibor Nagy è arrivato a Khartoum per una breve visita già conclusasi dopo aver intrapreso colloqui separati tra Transitional Military Council e l’Alleance for Freedom and Change. Obiettivo di supportare la fragile iniziativa diplomatica del premier etiope Abiy Ahmed secondo incarico ricevuto dall’Unione Africana. In un comunicato ufficiale, Nagy afferma che i principali attori della crisi sudanese sono ora disposti a riprendere il dialogo dopo l’inizio della controrivoluzione tentata dai militari, al momento bloccata, le violenze perpetuate dalle milizie arabe Rapid Support Forces e lo sciopero generale convocato dalla Sudanese Professionals Association e Partito Comunista che per tre giorni ha bloccato il Paese.

Il TMC ha comunicato al rappresentante del premier etiope in Sudan, Mohamoud Dirir, rimasto a Khartoum per seguire da vicino l’evoluzione della mediazione, la loro disponibilità a riprendere i colloqui. Il TMC ha, inoltre, accettato la proposta 8-7 per la formazione del Consiglio Sovrano, organo incaricato di gestire il periodo di transizione alla democrazia e il meccanismo di Presidenza alternata. Il primo turno presidenziale spetterebbe al AFC.

Le ottimistiche dichiarazioni di Nagy sembrano contraddette dalla direzione rivoluzionaria. Come gesto di buona volontà lo sciopero generale durato tre giorni è stato momentaneamente sospeso, ma il comunicato stampa della AFC, uscito dopo l’incontro con Nagy, rivela che la direzione ha un concetto diametralmente opposto rispetto alla proposta del premier etiope appoggiata da UA, e Stati Uniti. Il comunicato parla di una predisposizione della AFC a riprendere i negoziati con la giunta militare per un trasferimento dei poteri ad un Governo controllato da autorità civili. La AFC richiede la costituzione di un comitato internazionale per investigare sulle violenze commesse dalle milizie arabe controllate dai generali, in specifico dal generale Mohamed Hamdan Daglo (Hemetti) . Questa richiesta sembra invalidare la possibilità di formare un governo transitorio in quanto si richiede l’arresto dei principali leader del TMC.

Questa rivendicazione è stata fatta dopo che i generali hanno ammesso, su pressione americana, una parte di responsabilità nei massacri di queste ultime settimane. La giunta ha ammesso che qualche elemento dell’Esercito ha partecipato alle violenze contro i civili. Ammissione di colpa parziale, in quanto non si nominano gli unici esecutori delle violenze, le RSF, nè i loro ben noti mandanti e si insiste sulla presenza di ‘provocatori’ e criminali esterni. La partecipazione dell’Esercito è fatta passare come casi di soldati isolati e indisciplinati, e non come un premeditato piano ideato dal triunvirato HemettiSalah GoshAbdel Fattah al-Burhan.

La dirigenza rivoluzionaria richiede, inoltre, l’immediato ritiro dalla capitale e dalle altre città delle RSF, da confinare nella caserma in attesa di indagini e del loro probabile scioglimento come corpo dell’Esercito. Il loro ‘presunto’ ruolo di mantenimento dell’ordine e della sicurezza deve essere assicurato dalla Polizia sudanese, che fino ad ora si è dimostrata poco incline alla repressione e simpatizzante della movimento popolare.

Misura precauzionale per evitare altre violenze, ma difficile da ottenere, in quanto la giunta militare in questo momento può contare solo sulle RSF, gli agenti della Polizia politica  National Intelligence and Security Service (NISS), guidati da Salah Gosh, e alcuni gruppi terroristici messi a disposizione dalle forze dell’Islam radicale.
Le altre rivendicazioni sono il rilascio di tutti i prigionieri politici, il ripristino della connessione internet (bloccata dal 3 giugno scorso) e la fine delle rappresaglie e delle violenze contro i media che hanno coinvolto anche ‘Al-Jazeera’.

Le dichiarazioni della SPA e Partito Comunista sembrano insistere sul passaggio di poteri ad un governo civile e non su un Consiglio Sovrano, nel quale siano presenti i militari, anche se in minoranza e senza la presidenza al primo turno. Questa posizione è stata chiaramente percepita dall’inviato americano Nagy, ma ignorata nelle sue dichiarazioni ufficiali, che danno l’impressione di una visione comune delle parti avversarie che in realtà non esiste.
Più prudente il premier etiope, che in un comunicato ufficiale auspica la ripresa dei colloqui per risolvere la crisi e si appella alle parti affinché interrompano la pericolosa prova di forza in atto tramite l’uso delle milizie arabe e degli scioperi generali. Il Primo Ministro Abiy spera che al loro posto possa sostituirsi un ambiente costruttivo per la ripresa dei negoziati.

La Casa Bianca ha ufficialmente appoggiato le dichiarazioni del suo inviato, anche se in privato è consapevole che la realtà sul terreno è molto diversa. Individuando il rischio di un fallimento diplomatico americano nella crisi sudanese, l’Amministrazione Trump ha scaricato tutte le responsabilità sull’Unione Africana e sul premier etiope, affermando di appoggiare in pieno e senza riserve la loro iniziativa diplomatica di mediazione. Un’abile mossa. In caso di fallimento, sarà facile parlare di incapacità degli africani di risolvere i loro problemi interni.

Taylor Luck corrispondente da Amman di ‘The Christian Science Monitor, ‘Oraib al-Rantawi, direttore di ‘Al Quds Center for Political Studies ad Amman, e l’ex Ambasciatore e Assistenze Segretario di Stato nella Amministrazione Obama, Johnnie Carson, offrono una interessante serie di analisi sulle relazioni tra gli Stati Uniti e i loro alleati della Penisola araba.
Secondo questi esperti, si starebbero creando forti frizioni tra gli USA e Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti a causa delle crisi in Sudan, dopo i dubbi nutriti dalla Casa Bianca sulle posizione adottate da Arabia Saudita ed Emirati Arabi sul conflitto in Libia e la situazione in Egitto.

Secondo le  analisi convergenti, la rivoluzione sudanese, la controrivoluzione e le violenze della giunta militare hanno seriamente incrinato l’alleanza degli USA con gli alleati arabi. Secondo Luck e Al-Rantawi ora l’Amministrazione Trump si starebbe chiedendo se Arabia Saudita e Emirati Arabi stiano veramente salvaguardando gli interessi americani nella regione.
La percezione dei rischi legati alla crisi sudanese è un classico esempio di profonde divisioni che da anni covano nei rapporti tra Washington, Riyad e Abu Dhabi. Gli Stati Uniti sarebbero preoccupati che le forze dell’Islam radicale, e i gruppi terroristici internazionali ad esso legati, prendano il sopravento qualora il Sudan sprofondasse in una guerra civile. Al contrario le paure di Arabia Saudita e Emirati Arabi riguardano proprio la rivoluzione, e il movimento democratico sudanese, considerate minacce dirette alla stabilità delle rispettive monarchie feudali e alla condotta  della guerra d’invasione nello Yemen.

Approfittando del disinteresse dimostrato dal Presidente Donald Trump verso il Sudan, gli alleati arabi hanno, tra fine febbraio ed inizi di marzo, architettato un colpo di Stato (fallito) assieme al generale Salah Gosh e Israele, e successivamente appoggiato il piano controrivoluzionario e il secondo golpe  dei generali Gosh ed Hemetti, il tutto nella speranza di ripetere lo scenario egiziano contro i Fratelli Mussulmani che si concluse con l’ascesa al potere dell’‘Uomo Forte’, il generale Abdel Fattah al-Sisi.
Da notare, per altro, che l’appoggio alla controrivoluzione sudanese è stato preceduto di poche settimane dall’appoggio di Riyad e Abu Dhabi al ‘Signore delle Guerra’ libico, il maresciallo Khalifa Haftar. Entrambe le scelte politiche erano indirizzate a favorire regimi militari al posto di un Governo di civili in Sudan e al dialogo tra le parti in Libia.

Il supporto arabo al Transitional Military Council è stato compromesso dalla natura dei generali che compongono la giunta militare. La violenza, il doppio linguaggio politico, l’inganno e il tradimento sono considerati necessari e legittimi strumenti per difendere il potere mantenuto per 30 anni, anche attraverso una orrenda repressione della popolazione, un genocidio in Darfur e innumerevoli pulizie etniche in vati Stati del Sudan. Appena il triunvirato Hemetti-Gosh-Al-Burhan ha visto che l’appoggio di Riyad e Abu Dhabi era reale e concreto (750 milioni di dollari versati presso la Banca Centrale di Khartoum, in attesa di altri 2,25 miliardi di dollari) hanno interrotto le trattative e scatenato la violenza cieca delle milizie Janjaweed, con il chiaro obiettivo di schiacciare la rivoluzione e prendersi tutto.

«L’opinione pubblica occidentale, africana ed araba inizia a realizzare l’impatto delle monarchie del Golfo in Sudan, che hanno la loro firma nella recente controrivoluzione e massacri dei civili. Una responsabilità che non può essere negata quando si accetta di offrire a noti criminali supporto politico, 3 miliardi di dollari di cui 500 o 750 milioni già versati. Riad e Abu Dhabi hanno anche fornito alle RSF anche parecchie nuove armi e munizioni», afferma Al-Rantawi.

Taylor Luck ci spiega i retroscena inediti per meglio comprendere il perché della offensiva diplomatica americana. Finalmente il Presidente Donald Trump avrebbe compreso che se riuscisse la controrivoluzione il TMC non rappresenterebbe il miglior difensore degli interessi economici e geo strategici degli Stati Uniti nel Corno d’Africa. Trump avrebbe compreso la subdola e silenziosa politica di espansione delle monarchie arabe nella regione. Una politica fatta di soldi per formare alleanze che ruotano attorno agli interessi e alla difesa delle monarchie e di trattati di pace comprati come è stato per la pace tra Etiopia ed Eritrea.

Prima di avviare l’offensiva diplomatica il Sotto Segretario di Stato per gli Affari Politici David Hale ha contattato il Vice Ministro saudita alla Difesa, il Principe Khalid bin Salman, per protestare contro la brutale repressione del movimento popolare dello scorso 3 giugno, accusando l’alleato arabo di aver favorito il precipitare della situazione e intimandogli di prendere le distanze dalla giunta militare e di sostenere un governo composto da civili e tecnocrati. «Hale ha inviato a Riyad e Abu Dhabi un messaggio chiaro e di rottura: gli Stati Uniti non accettano la politica estera delle due monarchie rivolta al Sudan. Di conseguenza esse devono appoggiare la politica della Casa Bianca per non creare divergenze che possono compromettere un’alleanza strategica iniziata dopo la guerra di an-Naksah del 1967 quando le potenze arabe smisero di appoggiare il popolo palestinese ed iniziarono a sostenere Israele e la sua politica nei territori occupati». La guerra an-Naksah (la Sconfitta) è la denominazione araba di quella che in Occidente è conosciuta come la ‘guerra dei sei giorni’, originata dalla traduzione della definizione israeliana del conflitto, ‘Milhemet Sheshet Ha Yamim’.

«Con quella telefonata, i cui contenuti rimangono per la maggior parte segreti, la Casa Bianca ha inviato un messaggio ai sauditi e agli emiratini che devono interrompere l’appoggio al regime militare che continuamente offre prove della sua natura violenta, del suo disprezzo per i diritti umani e del suo disegno di terrore e violenza attuato tramite le milizie Janjaweed delle Rapid Support Forces, come ha fatto notare Herman J. Cohen, ex Ambasciatore e Segretario Assistente del Dipartimento di Stato per gli Affari Africani. Privatamente i diplomatici americani in Nord Africa, Corno d’Africa e Medio Oriente parlano di una grande frustrazione di Washington nel costatare che gli alleati arabi hanno ingannato gli Stati Uniti, così come i generali della giunta hanno ingannato l’Unione Europea quando erano parte integrante del regime del dittatore Omar al Bashir, rendendo l’Europa complice dei crimini commessi. Ora la Casa Bianca, CIA e Pentagono sono costretti intervenire per clean up their mess in Sudan», per ripulire il loro casino in Sudan, spiega Taylor Luck.

«La principale divergenza tra Stati Uniti e i suoi alleati arabi sul Sudan riguarda le conseguenze sulla stabilità regionale. Il Sudan è un Paese molto importante, in quanto anello di congiunzione tra il Nord Africa, l’Africa Occidentale e l’Africa sub sahariana. Il prossimo futuro del Sudan condizionerà direttamente il futuro dei Paesi del Nord Africa, di Eritrea, Etiopia, Ciad, Mali, Somalia, Sud Sudan, Yemen e dei Paesi della East African Community. Si nota una progressiva apprensione americana per la instabilità in Sudan, che nel 1998 ospitò e protesse il commandos di Al Qaeda, autore degli attentati terroristici presso le Ambasciate americane in Kenya e Tanzania che fecero 200 morti.
Al contrario, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita vedono nella instabilità sudanese non una minaccia regionale ma una diretta minaccia alla stabilità politica interna, ai loro interessi economici e all’andamento della guerra nello Yemen. Per questo si sono orientati nell’appoggiare il TMC al fine di garantire la continuazione del vecchio regime che dipende dalle potenze del Golfo e quindi costretto a fornire truppe per la coalizione araba nello Yemen e a svendere le proprie terre fertili per approvvigionare di derrate alimentari i due paesi sorti su terre aride e desertiche», osserva Oraib al-Rantawi.

L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti desiderano un regime dittatoriale e autocratico in Sudan anche per i legami con i gruppi terroristici fino ad ora coltivati da Riyad, Abu Dhabi e Khartoum. In modo molto astuto le monarchie arabe sfruttano proprio la minaccia terroristica per rafforzare il loro sostegno alla giunta militare di Khartoum. Hanno sempre detto chiaramente che l’appoggio al TMC e la necessità di ‘Uomini Forti’ come in Egitto sono le uniche garanzie per evitare l’ascesa dell’estremismo religioso e del terrorismo islamico. Questo è un grande inganno, visto che i principali alleati del TMC sono l’Islam radicale e i terroristi salafisti, create da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

«Per queste potenze regionali il principale dilemma è come sconfiggere la protesta popolare. Fin quando la popolazione sudanese continuerà a rivendicare un modello democratico e laico in Sudan, rappresenterà un pericolo mortale per la stabilità delle monarchie arabe. É errata la nostra percezione di società stabili e ricche delle due potenze del Golfo. In realtà sono Paesi governati da una ristretta cerchia di clan nomadi trasformati in monarchie che rivendicano un presunta discendenza dal Profeta Maometto. Al suo interno non sono solo le donne ad essere represse, ma tutti i clan sauditi ed Emirati considerati inferiori, e quindi esclusi dalla vita politica ed economica. Se le Forces for Freedom and Change dovessero riuscire a instaurare un regime democratico e laico in Sudan, questo sarebbe il miglior stimolo per i rispettivi popoli per ribellarsi ai monarchi arabi.
Il Sudan è troppo importante per gli interessi americani da permettere un nostro disinteressamento lasciando fare i nostri alleati arabi. Gli Stati Uniti sono obbligati impegnarsi nella crisi, costringendo Riyad e Abu Dhabi a coadiuvare i loro interessi con quelli americani, permettendo la realizzazione di un governo civile in Sudan e non un governo dittatoriale controllato dai militari», questo l’intervento di Johnnie Carson.

Anche sulle figure dei generali  Hemetti, Salah Gosh e Abdel Fattah Al-Burhan sono sorte delle profonde divergenze tra Stati Uniti e i suoi alleati arabi.
Riyad e Abu Dhabi li considerano alleati di primo ordine, gli uomini forti che le monarchie necessitano per garantire uno status quo a loro favorevole. La Casa Bianca li considera dei criminali di guerra, degli assassini collusi con il terrorismo salafista a cui non dare alcuna fiducia.

Queste considerazioni sono sempre state la base della prudenza americana dal 2012 in poi, e delle resistenze alla pressioni dell’Unione Europea per riabilitare in pieno il regime di al-Bashir, di cui Hemetti, Gosh e Al-Burhan erano le colonne portanti.
Dopo i madornali errori commessi in Sudan, ora l’Unione Europea sembra aver adottato l’unica politica estera per l’Unione possibile nella regione: il silenzio, nella speranza di non essere giuridicamente coinvolti e dover rispondere della compartecipazione ai crimini contro l’umanità commessi in Sudan strettamente legati alla compartecipazione europei dei crimini commessi in Libia (vedasi la denuncia alla Corte Penale Internazionale contro le politiche migratorie UE in Libia)

Mentre aumentano i sospetti e le diffidenze tra Washington, Riyad e Abu Dhabi, il TMC continua il suo subdolo gioco di tradimenti e bugie, forse convinto di poter ingannare gli Stati Uniti come hanno fatto per anni con l’Unione Europea. Le dichiarazioni di apertura verso il movimento rivoluzionario, le buone intenzioni di riaprire il dialogo e le concezioni politiche dichiarate, sembrano una strategia individuata dal triunvirato per potare avanti i loro piani autoritari. Se presso la capitale regna relativa, provvisoria e fragile pace, per permettere la ripresa dei negoziati, nel resto del Paese la controrivoluzione continua.

Le Rapid Support Forces dal 10 giugno stanno attaccando numerosi villaggi  nell’area di Deleig, in Darfur, seminando morte e distruzione, secondo la denuncia riportata da Sheikh Ismail Nouro, direttore del campo profughi di Deleig. L’offensiva militare è iniziata con l’attacco a nove villaggi: Tengu, Aru, Orde, Bargi, Baile, Kisma, Romaliya e Kakouli. Il bilancio provvisorio sarebbe di oltre 40 morti tra i civili. Le RSF utilizzano anche milizie arabe locali, le quali attaccano in groppa a cammelli e cavalli, massacrando ogni essere vivente che incontrano. L’obiettivo è di riprendere la guerra contro il JEM e gli altri gruppi armati di liberazione del Darfur, che hanno dichiarato il loro sostegno alla rivoluzione, nonostante questi gruppi abbiano due settimane fa dichiarato un cessate il fuoco unilaterale per creare un clima favorevole per la ripresa dei negoziati.

La denuncia di Sheikh Ismail Nouro è stata confermata dal Sudan Doctors Central Committee in un comunicato stampa. «Dallo scorso lunedì ogni giorno le RSF affiancate da nuove formazioni di milizie arabe, su ordine del Transitional Military Council, stanno compiendo massacri sulla popolazione del Darfur. Questa tattica, oltre a minare la ripresa delle trattative, è un avvertimento a tutto il popolo sudanese che si ostina a pretendere la democrazia e un governo laico. Per fermare questo ciclo di violenza e questi criminali non esistono altri mezzi che instaurare in Sudan la democrazia popolare, capace di garantire libertà, pace e giustizia a tutti i cittadini sudanesi», si legge nel comunicato.

La direzione dell’Università di Khartoum ieri ha reso noto che il campus e gli edifici universitari sono stati attaccati e semidistrutti lunedì 10 giugno, dalle RSF e da agitatori dell’Islam radicale. Vari dormitori del campus e gli edifici scolastici sono stati saccheggiati e distrutti, mentre l’ospedale universitario dato alle fiamme. La direzione universitaria ha chiesto la creazione di una commissione internazionale per indagare su queste violenze e mandare in tribunale i mandanti, che senza mezzi termini, sono identificati nella giunta militare.

Il saccheggio dell’Università di Khartoum e le pulizie etniche in corso nel Darfur sono i segnali più chiari della vera natura della giunta militare che ancora tenta di prendersi gioco dell’Occidente.

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