domenica, Ottobre 25

Il Sud Sudan in preda alle violenze field_506ffb1d3dbe2

0

Sud Sudan guerra

Ultimo Stato nato nel mondo, il Sud Sudan è in preda al caos. Una serie di combattimenti tra le autorità di Juba e i membri di un gruppo ribelle guidato dall’importante figura politica Riek Machar, accusato di aver organizzato un colpo di stato contro il Presidente Salva Kiir, stanno gettando il Paese nel disordine completo. Secondo le stime di giovedì, sono finora tra le 400 e le 500 le vittime del conflitto, ma il numero sembra destinato a salire nel breve termine. Le Forze Armate hanno reso noto giovedì 19 di aver ripreso il controllo della situazione nella capitale Juba, ma la capitale dello Stato del Jonglei, Bor, è in mano agli uomini di Machar. Fuori controllo la violenza: a Bor un gruppo di individui armati ha assaltato un convoglio di peacekeepers dell’Onu, uccidendo tre soldati indiani. «C’è il rischio che questa violenza raggiunga anche altri Stati» ha detto il Segretario dell’ONU Ban Ki-Moon.

Inizia intanto l’esodo di civili dai centri dello scontro: 20mila persone a Juba e 14mila a Bor avrebbero cercato rifugio presso la sede ONU. Ambasciate e consolati esteri nel Paese continuano a invitare i propri cittadini ad abbandonare il Paese. Il Governo statunitense ha schierato 45 soldati di fronte alla propria ambasciata per proteggere i propri cittadini: «Il Sud Sudan si trova sull’orlo del precipizio – ha scritto in un comunicato il Presidente Barack ObamaI recenti scontri minacciano di riportare il Sud Sudan dietro nei bui giorni del suo passato».

«Vice-presidente, signore della guerra, politico, combattente, collaboratore e ribelle da copertina»: questi sono gli epiteti utilizzati da ‘France 24 per descrivere Riek Machar, l’ex Vice di Salva Kiir che – secondo le accuse del Presidente – avrebbe tentato di prendere il potere a Juba tramite un colpo di stato a inizio settimana. Machar è stato per anni una figura di punta del Sudan People’s Liberation Movement (SPLM), l’organizzazione che a lungo si è battuta contro le autorità di Khartoum per ottenere l’indipendenza del Sud del Paese. Dopo la nascita del Sud Sudan, Machar ha rivestito il ruolo di vice-Presidente per due anni, fino al luglio scorso, quando Salva Kiir decise di esautorare l’intero gabinetto di Governo, senza rendere chiare le ragioni della scelta. E’ probabile che alla base della frattura ci sia la rivalità tra Machar e Kiir, già sviluppatasi in seno al partito negli anni successivi alla morte del vecchio leader John Garang. «Kiir ha voluto usare la scusa del presunto tentativo di golpe per liberarsi di noi» ha detto Riek Machar, attualmente in fuga dalle autorità centrali.

«Gli scontri armati nel Sud Sudan hanno mostrato la crescente fragilità dello Stato più giovane del mondo» scrive per il centro inglese di analisi Chatham House il ricercatore Ahmed Soliman. «Non è chiaro quanto questo sia il risultato di un tentato colpo di stato o di tensioni etniche. Ma ciò che è certo è che il Presidente Salva Kiir userà questo incidente per schiacciare i suoi avversari politici. […] La politica interna nel Sud Sudan, come in ogni altra parte della regione, è dominata da personalità di élite tra cui i conflitti sono cosa comune. Mentre questo è destinato a continuare, la portata dell’erosione del fragile Stato, le risposte degli attori non statali e le influenze esterne rimarranno fattori significativi nel dar forma al comportamento politico qualora l’instabilità nel Sud Sudan continuasse».

Il disordine del neonato Paese affonda le proprie radici nell’incapacità da parte dell’esecutivo di costruire istituzioni solide in grado di porre un terreno utile a favorire la coesistenza tra i vari gruppi presenti. La costruzione di leggi che favoriscono alcuni di questi gruppi piuttosto che altri ha prodotto inevitabilmente la nascita di discordia, spingendo importanti componenti etniche del Sud Sudan a sostenere che le politiche scelte dal Governo siano state pensate per produrre un’eliminazione dei loro diritti e una marginalizzazione. Questo favorisce il disordine e l’esplosione di un conflitto violento e distruttivo per produrre un cambiamento, piuttosto che un dialogo utile a migliorare le nuove istituzioni.

Non sarà possibile risolvere il problema della diversità etnica a Juba senza da vita a un dialogo nazionale in cui tutti quanti i gruppi portatori di interessi siano coinvolti e invitati a esprimere le loro posizioni: solo in tale maniera sarà possibile rendere funzionali all’amministrazione dell’eterogeneità nel nuovo Stato le strutture di Governo mutuate in maniera acritica dal regime di Khartoum e dar vita a una risposta istituzionale in grado di fornire alla cittadinanza la possibilità di entrare a far parte in maniera attiva della società, a prescindere dalla rispettiva appartenenza etnica e religiosa. Senza la garanzia di tale opportunità, non sarà possibile formare un adeguato livello di partecipazione e, conseguentemente, pacificare il Paese. Queste leggi dovranno spingere governatori e membri delle nuove istituzioni a non indulgere nell’opportunismo politico e nella ricerca di rendite legate a varie forme di corruzione e collusione. Senza riforme in grado di includere e incrementare le forme di partecipazione, il Sud Sudan continuerà a trovarsi di fronte a un gran numero di problemi e questioni irrisolte, destinati a favorire l’esplosione di nuove violenze e a destabilizzare ulteriormente il Paese.

La definizione di un piano di riforme dev’essere quindi la priorità del Governo sudsudanese, che dovrà produrre proposte e percorsi di costruzione istituzionale validi da sottoporre alla propria cittadinanza. Solo un sistema legale che sappia rispettare le peculiarità locali e donare solidità allo stato di diritto potrà consentire la ripartenza del Sud Sudan. In caso contrario, sarà impossibile stabilire metodi validi di governance e fornire garanzie valide a tutti coloro che vorranno investire nel Paese.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore