mercoledì, Agosto 5

Il sogno Fabbrica – comunità

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Il sogno. Il grande sogno, di riuscire a trovare un punto di equilibrio tra le ragioni dell’impresa e quelle dei lavoratori, ha permeato il pensiero di tutto il secolo appena trascorso. Secolo che, sotto la pressione della Rivoluzione Industriale, verificatesi dagli inizi dell’Ottocento, ereditava tutte le macroscopiche contraddizioni che spiccavano da quel nascente modello di sviluppo. Le risposte da dare erano molte. I problemi che si presentavano erano di ordine politico, sociale, economico, e d’impostazione di una legislazione del lavoro all’epoca praticamente inesistente.

Alludiamo, ad esempio, alla piaga del diffuso lavoro minorile, ai turni di lavoro con orari assolutamente inaccettabili… Un’epoca sideralmente distante, per fortuna, da quella che stiamo vivendo. Diverse sono state le ipotesi proposte per cercare di dare soluzione a queste problematiche, tutte però convergenti nella ricerca di trovare un soddisfacente scenario per le ragioni di entrambe le parti: Capitale e Lavoro. Il pendolo per cercare di trovare una giusta e armonica ragionevole sintesi tra queste esigenze, all’apparenza inconciliabili, ha oscillato tra svariate soluzioni adottate dalle diverse forze politiche andate al potere. Talvolta anche con la forza, la Rivoluzione Bolscevica nel corso del secolo passato ad esempio.

Con la scia di tragedie (basti ricordare il genocidio dei Kulaki, piccoli proprietari contadini), orrori e sangue che si è lasciata dietro. All’ombra dell’ancora perdurante teoria della Lotta di Classe, c’era chi pensava e attuava la prefigurazione di un incontro meno cruento tra le esigenze del Capitale e quelle del Lavoro.
Alcuni giorni fa è venuta a mancare Laura Olivetti, l’ultimogenita di Adriano Olivetti, la quale purtroppo non ha fatto a tempo a coronare il progetto di fare di Ivrea (città degli Olivetti) una Città Industriale Patrimonio dell’Unesco. In una delle ultime interviste rilasciate, dichiarava il necessario «radicale cambiamento di mentalità rispetto al mito del progresso e del profitto a tutti i costi sulla pelle dei lavoratori». Dichiarazione questa nella quale, senza voler essere riduttivi, può essere racchiuso il messaggio di un imprenditore illuminato come fu il padre Adriano.

Figlio di Camillo Olivetti e di Luisa Revel, Adriano nacque ad Ivrea l’11 Aprile del 1901 e venne a mancare nel 1960. Il padre era di origine ebraiche e la madre valdese. In età matura, a ridosso del suo secondo matrimonio, Adriano si convertì al cattolicesimo. Fu un personaggio eclettico, dai mille interessi, e dalle mille iniziative. Da quelle nel campo politico e editoriale, e tanto altro a cui dare degno svilppo, oltre brevi cenni forniti, il respiro di un articolo non ci consente di fare. Cercheremo di cogliere ed evidenziare allo sguardo del lettore, il cuore delle sue illuminate convinzioni.

Nella sua posizione di assoluto rilievo nel mondo dell’imprenditoria non solo italiana ma internazionale, la Olivetti si affermò ben presto quale marchio di affidablità, modernità e innovazione. Le macchine da scrivere prodotte dalla fabbrica di Ivrea sono sicuramente parte integrante di un ‘aspetto narrativo’ nazionale del secolo scorso. Camillo e Adriano, per forza di cose, dovettero confrontarsi con le forze politiche e di potere che si avvicendarono nel corso di quegli anni nella nostra Nazione. Mutevole ad esempio fu il rapporto degli Olivetti nei confronti del regime fascista. Nei primi anni venti l’atteggiamento degli Olivetti fu inequivocabilmente ostile alla forza politica cui aveva dato vita Benito Mussolini.

L’ostilità di Adriano Olivetti al Fascismo, possiamo dire che culminò all’inizio degli anni venti del novecento, con la sua partecipazione attiva alla fuga e all’espatrio del leader del Socialismo italiano Filippo Turati. Di contraltare risulta anche il rapporto di reciproca stima che lo legava a Mario Gioda, figura eminente del Fascismo torinese, corrispondente dalla città de ‘Il Popolo d’Italia‘, interventista, con l’ala sindacalista di Filippo Corridoni, e ‘Sansepolcrista’, ossia uno di coloro i quali fu presente il 23 marzo 1919 a Piazza San Sepolcro a Milano, alla fondazione dei Fasci di Combattimento.

Adriano, non ebbe conseguenze, per la sua partecipazione alla fuga di Turati. Tra le ipotesi avanzate, c’è quella, che sostiene fosse dovuto ai buoni rapporti che il giovane industriale aveva con Mario Gioda e il suo ambiente. Sotto pressioni della prima moglie, Paola Levi, insofferente nei confronti della vita provinciale di Ivrea, la coppia si trasferi a Milano. Nel capoluogo lombardo, gli interessi culturali, che furono sollecitati, spaziarono dalla Architettura alla Sociolgia, Urbanistica e Psicologia. Un incontro fondamentale di Olivetti, fu quello con gli Architetti Luigi Figini e Gino Pollini considerate vere e proprie punte di diamante della corrente del Razionalismo in Architettura. Figini e Pollini diventarono gli Architetti della Olivetti. Con essi Adriano preparò il Piano per la Valle d’Aosta, che dopo aver preso la tessera del P.N.F. (Partito Nazionale Fascista), presentò con i due professionisti al Duce a Palazzo Venezia. Questo momento, fu quello di maggior vicinanza al Regime. Ma la vera svolta dell’uomo Olivetti giunge alla fine della Guerra con le seconde nozze e la conversione al Cattolicesimo. I primi anni del dopoguerra, ponevano ai sopravvissuti problemi di ogni sorta. Dalle urgenze dettate dalle necessità della Ricostruzione, al fronteggiarsi minaccioso dei due blocchi che stavano prendendo forma in quegli anni. Quello del Mondo Libero e quello dell’Impero Comunista.

Di fronte alle tensioni internazionali che scaturivano dalla nascente Guerra Fredda, le coscienze degli uomini più avvertiti, elaboravano pensieri e strategie per uscire da visioni del mondo così rigidamente contrapposte. L’imprenditore di Ivrea, dopo la conversione al cattolicesimo, e dopo essersi avvicinato allo ‘Umanesimo integrale’, professato da Jacque Maritain, poteva affermare: «Noi crediamo nella forza rivoluzionaria della Cultura che dona all’uomo il suo vero potere». In questa frase forse c’è tutto il contenuto del senso, forse utopistico, della Fabbrica-Comunità.

L’idea, della Fabbrica che aveva Adriano Olivetti, era veramente geniale, lungimirante e innovativa.

La Fabbrica in questa ottica, non era più luogo di impoverimento umano, per colmare le tasche sempre più capienti di imprenditori che agivano solo sotto i dettami delle leggi del profitto. Nella logica di Olivetti, la vita in fabbrica, diventava Comunità in quanto punto territoriale formativo, pedagogico e centro di servizi sociali per le famiglie dei lavoratori. La legge del profitto, non era più l’unica a determinare scelte e comportamenti. L’Uomo veniva rimesso al centro delle dinamiche della produzione. Visione organica, coraggiosa, non ancora matura per quei tempi, e devo dire, neanche per i nostri.

Nonostante tutte le innovazioni tecnologiche, le tensioni tra Capitale e Lavoro, elementi indefettibili in ogni, per l’appunto Comunità, saranno presenti. Finchè l’unico parametro della convivenza sarà dettato dal profitto, non si troverà un punto di equilibrio. Proprio oggi, alla luce delle spietate contraddizioni planetarie, denunciate da tassi di sviluppo estremamente carenti in zone del globo rispetto ad altre, visioni organiche, ovviamente perfettibili come quelle di Adriano Olivetti, tornano ad essere di estrema attualità. E anche ottime tracce, da seguire, ove far poggiare magari impalcature sociali del futuro.
Penso di poter dire che la strada da seguire non possa che essere quella della solidarietà sociale, anziché quella della conflittualità. Strozzini e rivoluzionari di cartapesta permettendo.

 

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