domenica, Dicembre 8

Il significato profondo del tracollo di General Electric L'esclusione dell'impresa dal Dow Jones è l'ultimo atto di un processo lungo e tortuoso

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General Electric (Ge), il colosso manifatturiero identificato a livello mondiale come un simbolo del capitalismo statunitense, è stato rimosso dal Dow Jones, l’indice di Wall Street che raggruppa i 30 gruppi industriali Usa a maggiore capitalizzazione azionaria. Il comitato gestionale del dell’indice ha decretato che le azioni di Ge non sarebbero più comparse nel listino a partire da martedì 26 giugno, in conseguenza del periodo alquanto difficile che la società sta attraversando ormai da tempo.

Il cambio dei vertici dell’impresa, la riduzione dei dividendi, la cessione di alcune attività (costruzione di locomotive e centrali elettriche di dimensioni ridotte) e la riorganizzazione interna finalizzata al ricentramento sulle attività industriali varati nel corso degli ultimi anni non si sono rivelati sufficienti a invertire un trend negativo che si protrae dagli anni ’90, quando il marchio Ge riconduceva alla azienda di maggior valore di tutti gli Stati Uniti. Nel solo 2017, la quotazione delle azioni di General Electric si è dimezzata (mentre il Dow Jones è cresciuto del 12%) volatilizzando ben 100 miliardi di dollari e facendo precipitare la capitalizzazione della società a 113 miliardi di dollari, a fronte di un fatturato da 122 miliardi e un debito di 77 miliardi. Rispetto al 2000, il titolo Ge ha perso l’80%.

Il valore di mercato di Ge è circa il doppio di rispetto a quella di Walgreens Boots Alliance (Wba), il gruppo cosmetico e farmaceutico sostitutivo designato dal comitato di gestione del Dow Jones. Eppure , con una capitalizzazione da 66 miliardi di euro e oltre 13.000 punti vendita disseminati in ben 11 diversi Paesi, Wba riesce comunque a macinare ricavi annuali in linea con quelli dal gigante dell’elettricità, il quale non ha ancora la certezza di accumulare profitti sufficienti per pagare i dividendi nel 2019.

L’avvicendamento tra General Electric e Walgreens Boots Alliance riflette una tendenza alla diversificazione che si protrae ormai da diversi anni. David Blitzer, presidente del comitato incaricato di individuare le società da includere nel Dow Jones sulla base di criteri di giudizio quali la reputazione e le prestazioni aziendali, ha infatti spiegato che la decisione scaturisce dalla presa d’atto che l’economia Usa «è cambiata: le società finanziarie, sanitarie e tecnologiche sono più rilevanti mentre l’importanza di quelle industriali è ormai minore». Il rimpiazzo di General Electric, che va ad aggiungersi a quelli di At&T, Alcoa e General Motors, si configura come un adattamento dell’indice al fenomeno della ‘terziarizzazione’ che investe l’economia statunitense quantomeno dagli anni ’80. La stessa Ge ha subito il contagio, finanziarizzandosi rapidamente per esaudire le elevatissime aspettative di remunerazione nutrite dagli investitori istituzionali che avevano messo i propri capitali a disposizione dell’azienda. Il risultato è che, già negli anni ’80, General Electric traeva molti più utili dalle speculazioni valutarie e azionarie che non dalla produzione negli Stati Uniti, in grado di garantire buoni margini di redditività soltanto nel medio periodo. Naturalmente, la crisi del 2008 ha inflitto all’architettura della società un colpo durissimo: si parla di quasi 270 miliardi di perdite tra l’inizio del 2008 e il marzo 2009. Ad alcuni la cosa sembrò paradossale, trattandosi della più grande impresa manifatturiera al mondo impegnata nella produzione di lampadine, aerei, motori, turbine, ecc. Eppure, come spiegò l”Economist’, «la ragione principale [di ciò]è data dalla strategia che ha consentito a General Electric di guadagnarsi la reputazione di eccezionale macchina da profitti; una strategia che, anno dopo anno, ha cominciato a ritorcersi contro. Al centro c’era Ge Capital. Fondata nel 1932 come General Electric Contracts Corporation per fornire finanziamenti e supporto alle attività industriali del gruppo, la divisione si espanse gradualmente in altre aree non collegate alla produzione di Ge. Con Jack Welch, amministratore delegato di Ge dal 1981 al 2001, Ge Capital crebbe rapidamente […]. Jeffrey Immelt, il successore del signor Welch […] ha continuato a espandere Ge Capital, che ha accumulato in portafoglio mutui immobiliari, debiti con carte di credito e altri prestiti in luoghi sempre più lontani come l’Europa orientale. Se Ge Capital fosse una banca, si classificherebbe tra le maggiori in America. La crescita costante realizzata dalla divisione finanziaria l’ha resa sempre più essenziale a garantire grandi entrate e ottime prestazioni degli altri rami dell’azienda. Nel 2007 l’utile di Ge Capital rappresentava il 55% del totale realizzato dall’azienda. I dirigenti di Ge ne erano entusiasti. Ma non sono riusciti a rendersi conto dei rischi connessi al consolidamento di un simile modello di finanziamento, che ha lasciato l’azienda pericolosamente esposta all’interruzione dei flussi di cassa in caso di declino dei mercati finanziari. Con pochi depositi a disposizione, la società si è rimpinzata di debiti a lungo termine e di carta commerciale per finanziare i suoi prestiti. Mentre il mondo era inondato di credito, questi fondi a basso costo fornivano a Ge Capital la possibilità di stampare denaro. Ma quando i mercati del credito si sono bloccati, i problemi hanno iniziato subito a manifestarsi. Nell’aprile 2008, Ge ha scioccato gli investitori ammettendo di aver mancato (di molto) gli obiettivi di guadagno».

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